Contro maestro Ciliegia, così il cardinale Biffi rileggeva Pinocchio

Contro maestro Ciliegia, così il cardinale Biffi rileggeva Pinocchio

Introduzione

«Del mio primo incontro con Pinocchio conosco con esattezza la data: 7 dicembre 1935. L’Italia, che trent’anni dopo avrebbe scoperto in sé un’antichissima e universale vocazione alla “resistenza”, in quei mesi andava concordemente prendendo lucida e fiera coscienza dei destini imperiali del suo popolo».

«Le mie relazioni con Pinocchio lungo gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza furono ineguali e difficili. Non potevo disconoscerne il fascino: la vivacità della trama, l’esuberanza della fantasia, la semplicità elegante della narrazione operavano come un incantamento che, senza persuadermi di dentro, mi attirava e mi legava».

La copertina del libro edito da Jaca Book

«Ma c’era nel libro un non so che di fastidioso, che ancora oggi non mi è agevole definire. Forse l’asciuttezza toscana del linguaggio, che a noi riesce sì di ammirare ma non di amare, dal momento che non vi troviamo quell’abbondanza di umori e di sapori né le “molte idee sottintese” che danno gusto e sostanza, secondo noi al “periodo steso da un uomo di garbo”. Forse l’ironia lieve, distaccata, festosa, nella quale il Collodi avvolge non solo la vicenda che narra e il suo povero burattino, ma anche l’incauto lettore; ironia che apprezziamo, ma che – per un palato lombardo – non è sufficientemente irrorata di quella pietà senza la quale non ci pare si dia vero umorismo. Anche se sappiamo bene che l’umorismo è arte rara, e deve saper comporre in una sola attitudine dello spirito distacco e partecipazione, oggettivazione e coinvolgimento, trascendenza e immanenza; cosa che riesce bene solo a Dio».

«Sotto il velame della fiaba, traspariva una dottrina nitida e definita, che gli umili hanno conosciuto e amato da sempre. Di dà dall’incalzare degli avvenimenti narrati, in apparenza perfettamente gratuiti, intravedevo la visione delle cose più alta e più popolare, più suggestiva e più saziante, più ricca e più semplice, più estrosa e più logica che sia mai stata offerta alla mente dell’uomo. Pinocchio, ovvero dell’ortodossia cattolica: ecco l’ipotesi che andava persuadendomi a poco a poco e mi ridonava una lettura pacificata e gratificante di quest’opera straordinaria».

«Pinocchio, ovvero dell’ortodossia cattolica: questa era l’idea mia, ma che ne avrebbe pensato il Collodi?».

Le avventure di Pinocchio visto da Enrico Mazzanti

«Il Collodi aveva un cuore più grande delle sue persuasioni, un carisma profetico più alto della sua militanza politica. Così potè porsi in comunione forse ignara con la fede dei suoi padri e con la vera filosofia del suo popolo».

«Si potrebbe da qualcuno obbiettare che per una esegesi teologica sarebbe più appropriata la scelta di qualche libro della Sacra Scrittura o dei Santi Padri. E l’obbiezione sarebbe indubbiamente da accogliere. Va osservato però che in questi tempi di specializzazione intransigente l’eterogeneità fra il commento e il testo commentato ha il pregio della prudenza: né i teologi e i biblisti di professione né tanto meno i letterati dovrebbero qui sentirsi chiamati in causa. Così spero che queste pagine si salvino dall’accusa di incompetenza e di superficialità; si salvino non per difetto di colpa ma per mancanza di accusatori interessati. O forse finirà che verranno biasimate da tutti; che è il giusto castigo di chi vuol essere troppo furbo».

Il Pinocchio animato della Disney

Commiato

«Ci potrà essere chi vorrà vedere nel presente commento il tentativo indebito di incolonnare dietro i santi stendardi uno spirito laico e libero come il Collodi. Sia ben chiara la nostra intenzione di lasciare il Collodi dove desidera stare: uno che non ha dubbi sull’incarnazione del Verbo, non è per niente sfiorato dal pensiero che siano necessari e neppure opportuni conferme o soccorsi alla Rivelazione di Dio da parte di voci umane, pur se autorevoli, eloquenti, garbate. Il nostro intento è stato solo quello di cogliere e manifestare il gioco del Padre che si compiace di caricare del suo messaggio le parole più disparate, anche quelle che a un primo esame sembrerebbero disadatte e lontane».

«Collodi aveva una sua fede. Non sono miscredente, a Dio ci credo. Stia tranquilla che ci credo – disse una volta alla madre. Un po’ tutti questi uomini del nostro “laico” ottocento dovevano vedersela con una madre dalla fede limpida e viva, quasi raffigurazione dell’anima dolente d’Italia cui stavano facendo violenza; una madre amata da tranquillizzare a proposito della questione religiosa. Ma fosse stato ateo, il gioco ci sarebbe piaciuto anche di più, perché sarebbe apparso più scintillante l’umorismo di Dio».

«Se anche non ci dobbiamo discolpare, la riconoscenza, per la storia del suo burattino e per tutti i pensieri che essa ci ha saputo ispirare, è verso il Collodi doverosa e sincera».

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