Il sogno ormai svanito del federalismo

Il sogno ormai svanito del federalismo

Professor Ricolfi, da settimane si parla d’altro, ma a che punto è il federalismo?
Non vorrei entrare nei meandri del federalismo comma per comma, articolo per articolo. L’ho fatto per mesi, e ne sono uscito disperato. È un incubo, un incubo giuridico…

Ma perché?
Vede, secondo me ci sono almeno due tipi di leggi. Il primo è quello delle leggi per le quali ha senso procedere in modo tradizionale, attraverso una dialettica di proposte e controproposte, di commi e correzioni. Se un compromesso è necessario, lo si può ottenere, discutendo tra tutte le parti in causa. E i compromessi possono essere gestiti a colpi di emendamenti.
Il secondo tipo, invece, è quello delle leggi ad alta complessità tecnica, che quindi si possono affrontare solo con strumenti di ingegneria sociale. In questi casi, serve qualcuno (un singolo, un piccolissimo gruppo) che conosca bene il problema, che lo capisca, che eventualmente segua indicazioni politiche, ma che poi sappia scrivere – senza interferenze –un testo funzionante, internamente coerente. Una legge del genere deve avere come primo requisito di essere implementabile, poi di essere efficace, abbastanza semplice da essere capita, non dico dai cittadini, ma almeno da chi lo deve poi applicare. Insomma, che non lasci troppi margini di interpretazione, che non rimandi a futuri regolamenti attuativi o, peggio, a estenuanti negoziazioni fra gli attori coinvolti. Anche in questo caso, la politica non viene lasciata fuori: tra le parti si può cercare un punto di equilibrio, ma il disegno complessivo deve essere coerente, limpido, non farraginoso. Nel caso della legge 42 del maggio 2009 (il federalismo), purtroppo, le cose non sono andate così. Si sentono comitati, organismi e commissioni (la legge ne chiama in causa ben sette!) e si negozia, si rimanda, si introducono continuamente correttivi, varianti, deroghe. E ogni rinvio mi preoccupa, perché ogni settimana che passa la situazione peggiora.

In che senso peggiora?
Peggiora perché vengono coinvolti sempre nuovi soggetti, nuovi attori, nuove istanze, nuovi emendamenti. Non c’è nessuno che abbia la forza politica di fare la sintesi e di scrivere un testo ben strutturato, che sia una buona legge. Ordinata, chiara, logica. Che permetta a una persona di leggerla. Non come questa: io l’ultima volta, per leggere e capire un decreto ci ho impiegato una settimana a raccapezzarmi. Non è possibile. E consideri che io sono e rimango un federalista convinto. Quindi ogni eventuale critica alla legge da parte mia è in nome del federalismo, non contro il federalismo. Sono diventato più federalista di quanto ero prima, qualche anno fa, quando sono approdato a una certa diagnosi sulla società italiana.

Quale diagnosi?
Il nostro Paese non cresce. O cresce poco, comunque meno degli altri Paesi. È così da una quindicina di anni. Poi ci sono degli squilibri territoriali gravissimi, che sono collegati con la nostra non-crescita. Un nesso che ho quantificato scrivendo Il sacco del Nord, due anni fa. Conclusione? Il Nord ha un credito nei confronti del resto del Paese (per Nord intendo quello che intende l’Istat, cioè inclusa l’Emilia Romagna) di circa 50 miliardi di euro. Anche sotto l’ipotesi più solidarista che si possa immaginare (se no, se adottiamo una prospettiva meno solidarista e più responsabilista, il credito sale a 83 miliardi). Cinquanta miliardi di euro all’anno, capito? Tre finanziarie…

E perché non si riesce a crescere, in Italia?
A causa di una pressione fiscale eccessiva, insostenibile. Se riusciamo a risparmiare, magari costringendo i territori che spendono male a spendere meglio, e i territori che evadono a evadere di meno, la pressione fiscale sui produttori può diminuire. Questa è la ragione della mia adesione al federalismo.

Una questione di giustizia…
No. Non è una posizione di giustizia, è una posizione di sviluppo. Io non dico cose del tipo: «Il Nord è penalizzato, dobbiamo riappropriarci delle nostre risorse». Io penso alla crescita. Fino a che una parte del Paese (il Centro Nord, ossia tutta l’Italia a nord del Lazio) ce l’ha fatta a caricarsi il fardello delle regioni meno produttive e a far crescere l’Italia, questa ingiustizia territoriale era tollerabile, perché non era incompatibile con la crescita. Oggi invece, questo squilibrio territoriale, che è anche ingiusto, sta diventando – per me – inaccettabile perché ha fermato il treno. Troppa gente sui vagoni e la locomotiva non va più avanti.

Non tutti, però, la pensano come lei…
È vero. C’è una linea di pensiero in Italia che tende a sdrammatizzare il nostro problema: chi la pensa come me viene accusato di declinismo. Alcuni commentatori sostengono che la mia diagnosi sia troppo pessimistica.

Su quali basi?
Ci sono alcuni parametri per i quali andiamo bene: ad esempio, non abbiamo un’economia drogata dal credito facile, come Gran Bretagna e Stati Uniti. Il massimo rappresentante di questa linea è Tremonti. Lui dice: «Se voi togliete il Sud peggiore, cioè la Calabria e la conurbazione Napoli-Caserta, come la chiama Brunetta, il nostro Paese sta benissimo. Siamo su standard europei». Ha ragione: se si osservano il tasso di occupazione maschile e femminile, i test Pisa sui livelli di istruzione, il funzionamento della giustizia, al Nord il livello è europeo…

Però?
Però alcuni conti non tornano. È vero, siamo ancora a livello europeo, ma solo perché decliniamo a un tasso piuttosto lento. Ciò significa che 15 anni fa avevamo un differenziale positivo rispetto alla media europea. Eravamo sopra, e ora siamo sotto. Partivamo da livelli molto buoni, avevamo raggiunto un livello di benessere molto alto, e, soprattutto, abbiamo una patrimonializzazione altissima (perché la famiglia italiana è tra le più patrimonializzate al mondo). Per questo il declino in cui ci troviamo non ci impedisce di andare selvaggiamente al mare nei fine settimana, o di permettere ai nostri figli di non lavorare fino a 35 anni. Ma non può durare trent’anni, ne può durare dieci ancora, o quindici. E poi c’è un altro motivo.

Quale sarebbe?
Involontariamente, me l’ha indicato proprio Tremonti, servendomelo su un piatto d’argento. Ha detto: «Sì, è vero, noi cresciamo poco, ma il nostro basso tasso di crescita è una media di Trilussa; c’è un’Italia che cresce a una certa velocità, e c’è un’altra Italia che cresce a una velocità più bassa. Non possiamo, su questa media, piangerci addosso». Ecco il punto: se si controlla quale parte d’Italia cresce e quale no, si scopre una cosa imprevista. Il Nord, il beato Nord, in cui tutto funziona bene, dove il tasso d’occupazione è alto, ecco… cresce meno del Sud!

Davvero?
Se si prendono le statistiche degli ultimi 15 anni e si calcola la dinamica del Pil pro capite, questo dato risulta evidente. Il tasso di crescita della Calabria e della Campania è uguale a quello della Lombardia. Il Nord, nel suo insieme, cresce meno del Sud. I territori che, in teoria, non dovrebbero crescere, crescono più degli altri. È una cosa che mi spinge a fare autocritica: da 7-8 anni sostengo quello che sostengono quasi tutti quelli che  studiano professionalmente l’Italia, e cioè che ci siano una quindicina di cose su cui siamo indietro e su cui si dovrebbe operare. Parlo di riforme a costo zero, liberalizzazioni, giustizia lenta, spesa pubblica che va ridotta…

Invece?
È un modo di impostare il problema che ha un limite. Noi abbiamo sempre detto: «Ci sono 15 ambiti su cui siamo indietro, e dobbiamo intervenire su tutti e 15». Ma se i fattori che vengono sempre citati sono quelli, dovremmo osservare che il Sud va molto peggio del Nord, perché la Giustizia funziona molto meno bene, i servizi sociali sono in uno stato pietoso, la dotazione infrastrutturale è molto inferiore a quella del Nord.

Ma allora come è possibile che il Sud cresca più del Nord, in termini di velocità di crescita del Pil pro capite?
Si deve essere prudenti nello sviluppare un ragionamento. Secondo alcuni, l’Istat non è in grado di calcolare il Pil regionale. Io considero seriamente questa ipotesi, non lo dico in maniera sarcastica. Ma anche se è così, i conti non tornerebbero. Poniamo anche che i conti dell’Istat siano sbagliati, e il Nord non cresca di meno (come risulta dalle statistiche), ma cresca come il Sud, cioè, pochissimo. In ogni caso, se il Sud è comunque così penalizzato in termini di infrastrutture, giustizia, spesa pubblica, servizi, perché non cresce molto ma molto meno del Nord?

Appunto, ci spieghi.
Io butto lì un’ipotesi. Non è un’ipotesi comprovata, ma penso di avere qualche indizio empirico che la corrobori. Secondo me, la diagnosi fatta da me e altri critici del sistema Italia in questi 15 anni è profondamente distorta. Abbiamo dato un’enorme importanza a una quindicina di fattori di crescita e non abbiamo dato sufficiente importanza alle uniche due cose che contano veramente: gli adempimenti e la pressione fiscale. E in particolare, nell’ambito della pressione fiscale, quella sulle imprese, sui produttori: Irap, Ires, cuneo fiscale e contributivo.

La pressione fiscale, insomma, sarebbe la chiave?

Sì. E se questa ipotesi fosse giusta, potremmo cominciare a capire perché il Sud cresce di più. Il Sud cresce di più per la semplice ragione che, grazie all’autoriduzione delle tasse (evasione fiscale), la sua pressione fiscale di fatto è molto minore di quella del Nord. E questa resta, comunque sia, la ragione di fondo che giustificherebbe il federalismo fiscale. Uno strumento che diventa davvero utile solo se ci permette di ridurre drasticamente la pressione fiscale sui produttori. Di sicuro non ridarà al Nord nemmeno la metà dei 50 miliardi di credito, ma almeno può permettere a chi lavora e produce di avere una pressione fiscale più ragionevole.

Allora la legge 42 è buona. Perché in teoria va in questa direzione…
No, ho perso ogni speranza che il federalismo possa incidere sulla pressione fiscale. Non sono un catastrofista come, ad esempio, Giovanni Sartori, uno che gufa da anni e dice: «Esploderà la pressione fiscale, ci costerà decine di miliardi di euro». Forse la pressione fiscale aumenterà, non necessariamente per colpa del federalismo, magari anche per direttive dell’Europa. Ma il problema è che nella legge non c’è alcun meccanismo che garantisca ai territori che sprecano di meno e che producono di più di rientrare in possesso dei loro soldi in tempi accettabili.

Sono i tempi che la preoccupano?
Se penso che il federalismo entrerà in funzione tra il 2018 e il 2019 divento ancora più pessimista. Anche ammesso che, alla fine di questo decennio, il federalismo decolli, e anche ammesso che, a quel punto, si cominci a recuperare cifre significative, be’, noi saremo belli che andati. Già adesso abbiamo dei problemi di crescita, di competitività e di occupazione che richiederebbero una cura drastica e immediata, non rimandata fra dieci anni. È come quando si dice che l’operazione chirurgica è perfettamente riuscita, ma il paziente è morto. Ecco: io temo che, anche ove l’operazione riuscisse perfettamente, a quel punto il paziente dell’economia italiana risulterà morto.

Allora la legge sul federalismo rappresenta l’ennesima occasione sprecata?
Sì, ma non del tutto. Il grande vantaggio del federalismo sarà una maggiore trasparenza, grazie al lavoro che sta facendo la Copaf (Commissione paritetica per l’attuazione del Federalismo Fiscale, prsieduta dal professor Luca Antonini) e che faranno il Sose (Società per gli studi di settore) e l’Ifel (Istituto per la finanza e l’economia locale). Ora i conti degli enti territoriali e dello Stato centrale sono talmente in uno stato di confusione e di incoerenza da rendere benvenuta qualsiasi azione legislativa che metta un po’ d’ordine, Magari si riuscirà a rendere chiaro dove i soldi vengono buttati e dove, invece, si risparmiano. E anche se i politici continueranno a fare la loro parte di danni, mi auguro che sulla base dei dati che saranno prodotti fra due o tre anni si potranno avere a disposizione informazioni più precise, capire qualcosa di più, e fornire alla politica una base decisionale più razionale.

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