La prossima guerra mondiale sarà nei mari di Cina

La prossima guerra mondiale sarà nei mari di Cina

Sono acque torbide, pericolose e soprattutto affollate quelle che circondano la Cina. Negli ultimi mesi il governo di Pechino ha mostrato i muscoli ai propri vicini dispiegando in mare sottomarini e navi da guerra, alzando la voce su dispute territoriali secolari, ma che nascondono un meno romantico interesse per gas, petrolio e diritti di pesca. Queste attività militari hanno irritato gli Stati Uniti che non staranno a guardare la maggiore potenza asiatica mentre sistema le proprie pedine in cerca di una supremazia regionale – con proiezione globale – capace di intralciare i piani commerciali e strategici degli americani e dei loro alleati asiatici, Giappone in primis.

In un’epoca in cui gli Stati Uniti coprono il 50% circa della spesa globale in armamenti, l’Asia ha dimostrato di non voler essere da meno. Dal 2001 al 2010 le spese militari nell’area pacifica sono aumentate del 64%. Per la Cina da sola l’aumento è stato invece del 200%: solo l’anno scorso ha sborsato 119 miliardi di dollari contro i 317 complessivi di Asia e Oceania insieme. Crescono dunque i timori che una piccola scintilla possa far esplodere una gigantesca polveriera.
Il 25 giugno, in un clima già teso per via della contesa appena riaperta tra Cina e Vietman sulle Isole Spratly e Paracel nel Mar cinese meridionale (il governo vietnamita aveva permesso proteste anticinesi a Ho chi minh city), l’assistente al Segretario di Stato americano Kurt M. Campbell ha accolto a Honolulu il viceministro degli Esteri di Pechino Cui Tiankai. L’incontro, uno spin-off dei dialoghi bilaterali avviati a maggio, si poneva l’obiettivo di stringere la cooperazione tra i due Paesi nel Pacifico. Stando al comunicato statunitense, il dialogo è stato «franco e costruttivo» al fine di soddisfare gli obiettivi di entrambi gli attori.
Saranno stati il sole e le onde delle Hawaii a diffondere un ottimismo che a conti fatti non aveva niente di realistico.

Due giorni più tardi il Senato americano ha infatti approvato una risoluzione che «deplora l’uso della forza nel Mar Cinese meridionale da parte della Cina». Il senatore Jim Webb ha ricordato che Vietnam, Filippine e Singapore «stanno avanzando serie preoccupazioni in merito alle intimidazioni cinesi», senza contare però che per armarsi stanno già facendo la loro parte: le previsioni dicono che Taiwan, Vietnam, Brunei, Filippine e Malesia avranno a disposizione altri 16 aerei e 350 navi entro il 2015 con 15.000 uomini, dai 9.000 attuali, a disposizione nel 2020. Le affermazioni di Webb seguono di un mese circa un rapporto del Centro ricerche del Congresso nel quale si dichiara esplicitamente che i militari cinesi stanno cercando di ottenere una maggiore capacità d’azione al fine di scoraggiare gli americani dall’avvicinarsi ai mari asiatici, anche attraverso mezzi utili ad attaccare le basi Usa nel Pacifico. È singolare che il rapporto sia datato 8 giugno, quando, invece, solo il giorno dopo, la nave esploratrice vietnamita, Viking 2, è stata messa fuori uso da tre ricognitori cinesi in acque di esclusiva competenza del Vietnam.

Gli americani, insomma, hanno una teoria molto chiara, al netto di quanto viene pubblicato. E per alcuni la resa dei conti è solo questione di tempo: «Le tensioni tra Cina, Stati Uniti, Giappone e India sono persistenti e si stanno intensificando. Così, se il numero e la frequenza degli incidenti aumenta, diventerà molto più probabile che un episodio isolato si trasformi in confronto armato, crisi diplomatica e finanche in conflitto», avvertivano gli analisti Rory Medcalf e Raoul Heinrichs del think tank australiano Lowy Institute il 28 giugno.

Dal 2001 a oggi sono stati rilevati circa undici “incidenti” navali nel Mar cinese Meridionale e Orientale, dove, secondo i calcoli del ministero della Difesa americano, riposano riserve da circa 7 trillioni di gas naturale e oltre 100 miliardi di barili di petrolio che fanno gola a tutti gli attori in gioco. In queste ultime settimane, inoltre, si sono registrate interferenze cinesi vicino alle coste nipponiche: 11 navi da guerra di Pechino sono state avvistate al largo dell’isola meridionale di Okinawa in acque internazionali; un vascello cinese è invece entrato in acque territoriali giapponesi che lambiscono la prefettura di Miyagi, una delle zone più colpite dal maremoto dell’11 marzo. È un’escalation che viene vista da diversi osservatori come una semplice dimostrazione di forza da parte della Cina che «non vuole una guerra, ma piuttosto cerca di usare la potenza militare per “vincere una guerra senza combattere” nei confronti di azioni esterne che ritiene dannose per i propri interessi nazionali», argomentava il professor Andrew S. Eriksson dello Us Naval War College.

Eppure, per festeggiare i 90 anni del Partito Comunista, Pechino ha dispiegato un nuovo tipo di sottomarino a diesel e molto silenzioso dotato di siluri da 8.000 chilometri di gittata che può ospitare anche missili di minor raggio (1.500 chilomtri) per navigare all’occorrenza in acque meno profonde, e più “vicine” agli interessi marittimi ed economici di Pechino.