Adesso Londra vuole bloccare i social network

Adesso Londra vuole bloccare i social network

LONDRA – I volti di molti di loro sono di dominio pubblico, catturati dalle 500 mila telecamere di sorveglianza sparse in giro per Londra e finiti sul sito della Metropolitan Police che gli dà la caccia. Internet non è solo il mezzo di diffusione delle immagini, ma è stato al centro del discorso del primo ministro David Cameron ai Comuni. Per Cameron non è da escludere un blocco dei social network in caso di nuovi disordini.«Tutti coloro che hanno assistito a queste orribili azioni sono rimasti colpiti dal fatto che sono state organizzate attraverso i social network», ha detto. Ad ogni modo, guardare i volti degli autori delle violenze avrà sicuramente aiutato gli agenti dell’operazione Whitern ad effettuare gli 888 arresti in relazione agli scontri che hanno infiammato la città a partire da sabato 9 agosto, ma ben poco ci dice su chi siano davvero i rivoltosi di Londra.

Ladri? giovani disoccupati senza futuro e senza speranza? Agitatori sociali? Neri arrabbiati? Giornalisti, sociologi e cittadini hanno invaso la rete per dire la propria. Rimane il fatto che nessuno riesce ad andare oltre quelle facce, a metterci sopra un’etichetta, a categorizzarle per provare poi a spiegarle. “S17”, maschio di colore incappucciato a Wood Green”. “S5”, maschio di razza bianca a Haringey. “Croydonimage24”: due donne davanti ad un negozio di elettronica: le foto de “ricercati” sono di bianchi, neri, ragazzotti incappucciati, gente a volto scoperto. In maggioranza giovani e testimonianze di chi la sera del 9 agosto era a Clapham Junction e Croydon, due delle zone più colpite dalla violenza dei rioters, parlano di ragazzini di 10, 11, 14 anni.

La polizia mercoledì ha arrestato un undicenne beccato a rubare un bidone della spazzatura da un negozio. Che rabbia e frustrazione serpeggiassero tra i giovani londinesi ce lo avevano già fatto vedere le proteste per i tagli all’università dello scorso novembre. Forse però, in questo caso, non esiste un denominatore comune, ma solo fattori scatenanti interconnessi tra di loro. Un articolo della Reuters spiega come l’ineguaglianza sociale presente un po’ ovunque in Gran Bretagna, il solco, aggravato dalla peggiore crisi economica dagli anni ’80, che divide i ricchi dai poveri sia un problema particolarmente sentito nella capitale.

Ad Hackney, uno dei quartieri al centro dei disordini, il tasso di disoccupazione è al 10 per cento e circa 11 mila persone sopravvivono grazie ai sussidi governativi. Ora, si capisce come i tagli alla spesa pubblica previsti dal governo Cameron possano non essere andati giù facilmente a chi vive in questi posti. Sempre ad Hackney, un normalissimo appartamento con camera da letto, cucina e bagno, arriva a costare 300 mila sterline, mentre Amy Winehouse viveva a Camden, altra zona dove si sono visti volare mattoni e bottiglie, in un appartamento da 1.8 milioni di sterline, non troppo distante da interi isolati di case popolari.

Renzo Piano sta costruendo il grattacielo più grande d’Europa a London Bridge, a due passi dagli housing projects di Borough e Southwark e poco più a nord di Elephant and Castle, quartiere a maggioranza di colore che ancora non gode di un’ottima reputazione nonostante i tentativi di riqualificazione. Ma che Londra sia piena di contraddizioni non è una novità.

Altro fattore, il razzismo. Stafford Scott spiega sul Guardian come spesso si sia pensato, sbagliando, che ad essere disoccupati, frustrati e violenti fossero solo i giovani di colore, quando tanti dei volti che si sono visti in questi giorni non hanno la pelle scura. Su Twitter sono apparsi commenti del tipo “sono tutti neri, c’era da aspettarselo”, ma è difficile ridurre i fuochi di Londra a una mera questione razziale, basandosi su quello che è successo e senza aver sentito la voce dei diretti interessati, di chi ha dato fuoco, rotto, rubato.

Le tensioni etniche sono uno dei fattori, lo si sente sulla propria pelle in quartieri come Hackney dove, per esempio, molti giovani di colore si lamentano di essere vittime sistematiche delle perquisizioni della polizia, solo perchè neri. «Ci sono così tante che cose che ancora non sappiamo», ha detto al Guardian Rob Berkeley, direttore del Runnymede Trust. «Personalmente non so se quello che sta succedendo a West Bromwich ha qualcosa a che fare con i fatti di Birmingham. O se i riots di Woolwich (est di Londra) sono stati pianificati e quelli di Croydon (sud di Londra) no». La miccia di Tottenham è stata accesa da una protesta contro l’omicidio di un giovane di colore, ma questo non basta a spiegare i successivi tre giorni di caos in giro per il Paese. Allora sono tutti ladri e balordi? Se si pensa al Poundland saccheggiato a Peckham, negozio dove la merce, non di ottima qualità, costa una sterlina, verrebbe da dire di sì.

Fanno impressione le espressioni vittoriose di quelli fotografati con alle spalle le vetrine sfasciate e in mano un sacco extra-large di riso, pane, confezioni di cereali, roba da poco. A Camden Town lunedì notte ragazzi e ragazze si incitavano a “spaccare tutto”, raccogliendo cocci di bottiglie, sassi da scagliare contro i poliziotti, ma anche contro le finestre delle case con la gente barricata all’interno. A guardarli da fuori l’impressione era che fossero lì per far casino, alcuni in preda a una sorta di eccitazione collettiva.

Ricapitolando: bianchi, neri, asiatici, uomini, donne e qualcuno poco più che bambino hanno preso parte a saccheggi e atti di vandalismo. Zero rivendicazioni o motivazioni urlate ad alta voce, spesso solo violenza. Per ora sembra ci dovremo accontentare di troppe, tutte valide, interpretazioni. Senza una che suoni abbastanza convincente da spiegare cosa sta succedendo o cosa succederà, che aria tira da queste parti.

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