«Altro che province, bisogna intervenire sulle pensioni»

«Altro che province, bisogna intervenire sulle pensioni»

Dei 55 miliardi complessivi della manovra correttiva 2011-2014 solo il 40% arriva dai tagli alla spesa pubblica, il resto è frutto di aumenti della tassazione e, in piccola parte, di previsioni di recupero dell’evasione fiscale. Di fronte a questi numeri, Massimo Bordignon, professore ordinario di Economia pubblica nell’Università Cattolica di Milano e membro della Commissione per l’attuazione del federalismo fiscale, va dritto al punto: «È un grande errore di questa manovra l’essere concentrata sulle entrate e non sulle riduzioni di spesa, specialmente considerando il fatto che siamo in un paese che ha meno un problema di finanza pubblica e più un problema di crescita».

A essere sbagliata è tutta l’impostazione?
Dovremmo metterci nell’ottica di focalizzarci sulla crescita, se se si aumentano le imposte sui soliti noti questo può danneggiare il paese. Per capire quanto questo sia importante, basta pensare che se negli ultimi 15 anni, tralasciando gli effetti della crisi del 2008, fossimo cresciuti al livello medio europeo, il peso del nostro debito pubblico sul Pil sarebbe inferiore di 40 punti percentuali. 

Il governo, però pressato dagli eventi e dall’Europa, ha scelto di accelare il raggiungimento del pareggio di bilancio.
La manovra va vista certamente nella capacità di intervento immediato ma anche nella sua capacità di far ripartire lo sviluppo, che invece viene danneggiato. Quel punto in meno di crescita rispetto alla media europea che abbiamo registrato negli ultimi quindici anni ha contribuito a determinare l’attuale emergenza.

L’ex premier Giuliano Amato ha di recente detto che nel 1992 c’era molta più grasso da togliere, mentre oggi siamo vicini all’osso. E anche la dinamica delle pensioni è stata contenuta nell’ultimo decennio
Amato dice giusto. Se guardiamo alla composizione dei spesa pubblica, circa il 40% va in pensioni, il 10% in interessi, il resto nelle altre voci. In Italia la spesa per istruzione e sanità, sia pro capite sia in rapporto al Pil, è inferiore a quello di altri paesi. Questa è la situazione.

Va aggredita la spesa pensionistica?
C’è poco da fare: se si vuole ridurre la spesa pubblica non possiamo fare a meno di intervenire sulle pensioni. Poi si può anche discutere di altri comparti di spesa, come l’acquisto di beni e servizi. Ma già oggi non so come faranno i ministeri a tagliare i 6 miliardi, previsti dalla manovra. Dove invece si sono spazi sono le pensioni di anzianità, di vecchiaia, di invalidità.

Quanto si può risparmiare e tramite quali tagli?
Bisogna capire quali interventi si è disposti a fare: allungamento età pensionabile, accelerazione del passaggio al sistema contributivo, perequazione a favore dei giovani. Certo è che spendiamo in maniera straordinaria sulle pensioni, più di altri paesi europei. Stando ai dati di due anni fa, per esempio, la previdenza attinge 70 miliardi dalla fiscalità generale, in aggiunta agli contributi previdenziali incassati.

E in che modo si può aiutare le generazioni più giovani?
Se non interniamo sulle pensioni, o si aumentano le tasse o si tagliano le spese degli altri settori della spesa pubblica. Perciò, direi che il fatto stesso di ridurre le pensioni anziché l’istruzione è a vantaggio dei giovani. Poi, certo, se c’è spazio si può pensare qualcosa di più specifico.

Fra il 2006 e il 2009 la spesa per i farmaci è cresciuta del 14%, stando al rapporto del Gruppo di studio del ministero dell’Economia coordinato dal professor Piero Giarda. Altri hanno stimato che in sei anni la spesa per forniture sanitarie è aumentata del 50% in sei anni. 
Sicuramente i tagli si possono fare anche qui, ma la sanità è più complicata, e gli interventi di razionalizzazione hanno funzionato meno bene che in altri comparti, perché spesso l’acquisto di macchinari specifici non consente una gestione centralizzata via Consip. Detto questo, però, sia in termini pro capite sia rispetto al Pil, nel confronto con altri paesi l’Italia spende meno, ottenendo risultati che non sfigurano. Tutto il contrario di quanto avviene nel settore dell’istruzione.

Vale a dire?
All’opposto della sanità, nell’istruzione (scuola elementare, media e superiore) abbiamo un eccesso di spesa inefficiente: spendiamo di più ottenendo risultati peggiori di altri paesi. Perciò, in questo campo ci sono risparmi possibili ma anche necessità di razionalizzazioni. Alcune delle direttrici di intervento scelte dal ministro Gelmini sono giuste. Di fondo, direi, abbiamo un numero di insegnanti troppo alto rispetto agli studenti. Insegnanti che vengono pagati meno rispetto ai colleghi europei ma lavorano anche meno. La soluzione, però, non è pagare meno ma pagare un po’ di più gli insegnanti avendone di meno.

C’è anche molta enfasi sui costi della politica e più in generale quello della democrazia: eccesso di politici, eccesso di costi, eccesso di livelli di governo.
C’è il malcostume e c’è troppa gente che vive di politica, per cui è giusto intervenire. Ma sfatiamo un mito: su una spesa pubblica complessiva di 700 miliardi, fa ben poca cosa tagliare qualche consiglio provinciale o ridurre i deputati. Certo, è giusto ridurre ma questi interventi sono davvero utili se si razionalizza. Il modo in cui lo vuol fare il governo Berlusconi e la maggioranza è nella direzione giusta, ma non si capisce mai quanto sia ideologico e quanto arriveranno fino in fondo. Il percorso sensato era fare prima una analisi seria con l’obiettivo di rendere più efficiente il processo politico e amministrativo, semplificando i livelli di governo e chiedendosi, per esempio, se un ente come la provincia abbia una sua utilità o no, e solo dopo prendere una decisione. Allora, anziché stare a litigare se tagliarne 36 o 29, forse si può arrivare a concludere che è il caso di eliminarle del tutto, trasferendone per intero le funzioni alle Regioni e ai Comuni.

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