Bomba contro l’Onu, i “talebani nigeriani” alzano il tiro

Bomba contro l'Onu, i "talebani nigeriani" alzano il tiro

Attentato alla sede dell’Onu a Abuja, la capitale della Nigeria. Un’automobile piena di esplosivo, a tutta velocità, si è lanciata come un ariete contro il quartier generale delle Nazioni Unite, ha sfondato i cancelli ed è scoppiata scontrandosi contro il muro dell’edificio. Un’esplosione che ha provocato almeno 53 morti e innumerevoli altri feriti, oltre che aver distrutto il lato dell’edificio, che ospitava almeno 400 impiegati, di varia nazionalità e 26 agenzie umanitarie. Non ci sono dubbi che l’assalto fosse diretto all’Onu. La sede risulta staccata dal resto della città, ad almeno venti minuti di auto e cinque dall’ambasciata Usa. Un edificio circolare con di fronte un grande parcheggio, e facile da raggiungere anche senza dover affrontare il check-point. Insomma, un attacco violento, forte e che segna una svolta nella politica e nella sicurezza del Paese.

Il sospetto sui responsabili è girato subito: mentre si preparavano i soccorsi ai feriti. Poi è divenuto una certezza. Con una telefonata, il gruppo Boko Haram ha rivendicato, parlando con la Bbc, la paternità dell’attentato. E mentre piovono condanne e accuse, da Ban Ki Moon a Barack Obama, la vicenda in Nigeria diventa sempre più ingarbugliata e inquietante.

Perché secondo alcuni, Boko Haram avrebbe fatto un salto di qualità. L’organizzazione islamista anti-occidentale (il nome stesso significa “l’educazione non islamica è peccato”), che vuole imporre una versione dell’Islam radicale nel Paese, è protagonista di una campagna di violenza senza sosta. Non ha un struttura definita né un leader chiaro. Il fondatore, invece, si conosce: è Muhamed Yunus, che ha creato un complesso religioso nella città di Maiduguri, nella provincia di Borno, istituendo una moschea e una scuola islamica. L’obiettivo non è solo religioso, o educativo. La volontà di Boko Haram è politica: fare della Nigeria uno stato islamico. E Maiduguri è anche la loro area d’azione principale.

Le loro scorribande comprendono assassinii e bombe, con lo scopo di intimidire gli avversari politici e di vendicarsi delle forze dell’ordine, che ne 2009 avevano cercato di eliminare l’organizzazione. Omicidi in pieno giorno, si accompagnano a lanci di granate da automobili e motociclette. L’arma del terrorismo per loro è essenziale e viene utilizzata per imporre decisioni politiche: una carta da giocare per far dimettere i governatori delle regioni nigeriane. È successo a maggio, quando hanno posto, come condizione per una tregua, le pubbliche scuse del governatore di Borno Ali Modu Shariff. E le dimissioni. Era l’unico modo per venire incontro alle condizioni poste da Boko Haram per lo stop agli omicidi nella zona.

Gli interventi funzionano: bombe e uccisioni continuano, sempre più intensi, nelle zone di Maiduguri e di Abuja, per tutta l’estate. Ma finora le incursioni di Boko Haram avevano sempre colpito istituzioni nigeriane: ora invece l’obiettivo è più grande.

Per un gruppo religioso che rifiuta anche la scienza occidentale (non solo il darwinismo o la sfericità terrestre, ma anche l’idea che la pioggia derivi da acqua evaporata) si tratta di un passo importante. E, per l’occidente, una minaccia. 

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