“Da industriale dico: se continua così sarà recessione”

“Da industriale dico: se continua così sarà recessione”

Si avvicina Ferragosto, le spiagge sono affollate, i mercati vanno a rotoli, mentre Bce è impegnata a difendere la linea del Piave dei Btp, e i trader e investitori svelti fanno plusvalenze à gogo. Ora, il fatto ha tutta l’aria del luogo comune ma è proprio così: al pomeriggio del 9 agosto, Fabio Storchi, 63 anni, industriale ramo meccatronica, risponde al fisso dell’ufficio, in quel di Reggiolo (Reggio Emilia). Gli stabilimenti sono chiusi nelle due settimane centrali di agosto, ma lui è ancora al lavoro. Staccherà solo per una settimana, «ho sempre fatto così, massimo dieci giorni». Tanto più che quest’anno la Comer Industries, produttore di meccanica avanzata, riguadagnerà i traguardi del 2008 «che era stato un anno record con un fatturato di 330 milioni di euro», racconta in quest’intervista a Linkiesta – Le vendite sono mediamente cresciute del 25% rispetto al 2010, che a sua volta segnava un +14% sull’anno precedente. Una dinamica che è pienamente rispecchiata nei dati cumulativi su 2030 società industriali italiane che Mediobanca ha appena pubblicato.

L’80% dei prodotti della Comer – moltiplicatori, riduttori, alberti cardanici e motori orbitali per la trasmissione di potenza, e in generale congegni avanzati che mettono  utilizzati dai produttori di macchine agricole, industriali e generatori eolici – va fuori dai confini nazionali. L’Europa è il mercato principale con la Germania che rappresenta 15% delle vendite, ma un posto speciale spetta al Nordamerica (25%) e al raggruppamento Brasile-Russia- India-Cina, i cosiddetti Bric (10%).

Dall’altro capo del filo telefonico c’è un imprenditore che si è lasciato alle spalle i guasti della crisi post-Lehman, anche se nei suoi ricordi 2009 è una data che rievoca inevitabilmente un crollo del 27% nel volume d’affari. «Avevamo continuato a registrare incrementi ordinativi fino a tutto 2008, poi all’improvviso nel gennaio successivo c’è stata una rovinosa caduta degli ordinativi, con la cancellazione di ordini, e siamo stati pure fortunati, fra i nostri colleghi c’è chi ha perso anche il 50 o il 60% del fatturato». Immediata la reazione: «Abbiamo adeguato subito l’assetto industriale a una domanda precipitata, con conseguenze sull’utilizzo di ammortizzari sociali a partire dalla primavera 2009». Le maestranze dei cinque stabilimenti italiani, 900 persone su un totale di 1250 dipendenti, sono state colpite, ma il riassorbimento dei cassintegrati si è chiuso nell’autunno scorso. Adesso è decisamente un buon periodo e «abbiamo dovuto lavorare anche quindici giorni ad agosto». Una cosa che capita, quando va bene, una volta ogni cinque anni.  

Memore della “rovinosa caduta” di due anni fa, però, Storchi sta in guardia. Sui mercati finanziari è informatissimo e preoccuppato: chiede giusto qualche aggiornamento sulle ultime variazioni borsistiche, e tira un sospiro di sollievo quando riceve conferma che lo spread del Btp con il Bund sta tenendo sotto quota 300. 

Che cosa la preoccupa?
Lo stato di salute delle banche. Ogni volta che i mercati appesantiscono il sistema finanziario le conseguenze sono negative per le imprese industriali, perché la finanza sana è il lubrificante dell’economia. Se i mercati vanno avanti così, si finisce dritti dritti in recessione. E noi purtroppo l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle già tre anni fa, quando a causa dei subprime quando le banche prima non si sono più fidate fra di loro e poi hanno cominciato a ridurre i finanziamenti. Ora la crisi è sul debito pubblico e lo stato di salute sicuramente risulterà indebolito dalla riduzione dei corsi dei titoli pubblici, con effetti importanti sulla redditività delle stesse banche e ricadute inevitabili sul sistema dei finanziamenti alle imprese. Lo ripeto dobbiamo augurarci che questo fenomeno non continui perché sennò vuol dire recessione assicurata.

Nel tentativo di rassicurare gli investitori, il governo ha promesso di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013, in anticipo di un anno: gli industriali non temono che questo possa portare ugualmente alla recessione?
Il discorso è molto semplice: se producessi beni di consumi potrei essere preoccupato, perché necessariamente ci sarebbero ricadute sulla spesa delle famiglie. I nostri partner europei e i creditori dell’Italia ci stanno chiedendo di vivere sotto gli standard a cui ci siamo abituati e questo giustamente preoccupa gli industriali che operano nel largo consumo. Ma noi della Comer Industries siamo nel settore dei beni intermedi, produciamo congegni per macchine agricole industriali e per le energie rinnovabili, per cui per noi il timore più grosso è il blocco dei finanziamenti, che colpirebbe i nostri clienti. Quello che ci farebbe male è il credit crunch oppure temiamo la caduta dei prezzi delle commodity e dei redditi agricoli  che possono frenare gli investimenti nella meccanizzazione agricola.  

Quindi lei appoggia l’obiettivo di pareggio del bilancio? 
Dall’esperienza imprenditoriale di oltre 40 anni (Storchi ha fondato la Comer nel 1970 con i fratelli Oscar e Fabrizio, ndr) noi abbiamo imparato che quando c’è un debito elevato bisogna gestire l’azienda per ridurre il debito. Ora, in una situazione di paese con il debito al 120% del Pil, e in cui ogni mese aggiungiamo debito, non ci sono prospettive. Bisogna abbassarlo. Non sto dicendo che ci dobbiamo impegnarci per aumentarlo di poco come abbiamo fatto finora, e non è nemmeno sufficiente contenere il deficit annuo. È indispensabile ridurre il debito e ridurlo giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Purtroppo, il ministro Tremonti ha fatto azione di contenimento, non è riuscito a fare nemmeno un passettino verso crescita e sviluppo.

Pensa che questo governo avrà la forza per farlo o servirebbe un nuovo esecutivo?
Non ho ricette politiche, non me ne occupo. La situazione politica è chiaramente compromessa. Mi ricordo che quando ha esordito questo governo Berlusconi, era una fase in cui tutti noi industriali abbiamo sperato. Avevamo un’aspettativa molto positiva che si potessero fare cose importanti, vista la maggioranza. C’era la convinzione che fosse la volta buona e purtroppo non è andata così. Questo è un paese che sta andando sempre di più alla deriva. Non si cresce se non si investe e non si investe se non si hanno le risorse perciò, ripeto, va ridotto il debito.

Mercati finanziari permettendo. 
Speriamo che questo trambusto sui mercati finisca prima che sia troppo tardi. La finanza speculativa sta rovinando e mangiando il mondo. Il presidente Obama, che da questo punto di vista aveva fatto sperare di poter agire in modo coerente, ha fallito, così come hanno fallito tutte le istituzioni internazionali. Noi siamo operatori economici che creiamo valore e ricchezza, ma tutto è messo in discussione da chi fa finanza speculativa, che se ne infischia di tutto e di tutti. Siamo abbandonati a noi stessi, e tutto questo senza avere alcun supporto di nessuna politica europea.

lorenzo.dilena@linkiesta.it

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