«Ho la colpa di chiamarmi Celli. Ora sarà dura restare in Ferrari»

«Ho la colpa di chiamarmi Celli. Ora sarà dura restare in Ferrari»

Ha venticinque anni, un buon curriculum (una laurea specialistica in Ingegneria Meccanica con 110 e lode alla Sapienza di Roma, in corso e con la media del 29,4) ed è già al centro delle polemiche degli ultimi giorni. Precisamente, da quando è stato scoperto da Giornale e Fatto Quotidiano che alla Ferrari lavora. Parliamo di Mattia Celli, figlio di Pier luigi Celli e destinatario della famigerata lettera apparsa tempo fa su Repubblica. Il padre, ex-dirigente Rai e Eni (e direttore generale della Luiss), era preoccupato dall’assenza di meritocrazia in Italia. Per cui consigliò al figlio di andare all’estero. Una provocazione, senza dubbio, e forse anche una strategia di marketing (dopo poco sarebbe uscito il suo libro), che però ha acceso i riflettori anche sul figlio. E che ora spiega a Linkiesta la sua posizione.

Mattia Celli, che ne pensa di quanto apparso sui giornali?
Penso che, a quanto pare, se hai un cognome importante, avere un percorso professionale senza malignità è molto difficile in Italia. L’ho scoperto oggi perché mi ha mandato un sms un mio amico. E, insomma, tutto quello che è stato detto è stato impostato sull’“è figlio di”, non hanno valutato i miei meriti. Insomma, è complicato. E poi non ho capito perché ne abbiano parlato, non so chi vogliano colpire.

Adesso lei è in Ferrari?
Sì.

Insomma, è un bel posto.
Sì, certo. La Ferrari è una bella azienda. Il massimo. Però non sono dipendente, come hanno scritto. Io qui sto facendo lo stage, o tirocinio. E un’altra cosa: prendo 700 euro al mese, lavoro tante ore ma non ho un contratto.

E come ci è arrivato in Ferrari?
Seguendo il percorso standard che fanno tutti quelli che si laureano bene. Ho mandato il curriculum, ho sostenuto il colloquio, è andato bene e mi hanno preso. Per uno stage, ripeto. Per diventare dipendenti ci vogliono anni, è tutt’altro che semplice. Altro che assunto. Ma quello che mi fa arrabbiare è proprio questo.

Cioè?
Che insomma, avrei potuto benissimo trovare qualcosa che mi dava più soldi, un impiego più sicuro. Ho fatto buoni studi: avrei potuto fare corsi di laurea più facili e trovare lavori con stipendi ben più sostanziosi.

Invece ha scelto la Ferrari.
Perché è il sogno di chiunque, come me, si laurei in ingegneria meccanica. In Italia, è il posto migliore.

Appunto. Per questo, forse, dopo la lettera di suo padre, sono state fatte alcune deduzioni, forse sbagliate, ma sono state fatte.
Eh, quella lettera era un artificio retorico. È stata interpretata male.

Artificio retorico?
Sì, era indirizzata a me, ma era un modo per parlare al neolaureato italiano. E però hanno preso me come valvola di sfogo di un malessere diffuso, che è, poi, il problema vero: la condizione del neolaureato italiano, quello laureato bene. Non riesce a inserirsi nel mondo del lavoro, ha difficoltà, problemi di trasferimento, soldi, tutto. Occorrono tre o quattro anni prima di trovare un lavoro. Colpiscono me perché non vogliono sollevare questo problema, che è ben più importante e grosso di me.

Nella lettera, il consiglio di suo padre era: “vai all’estero”. Non lo ha ascoltato.
Sì, perché, l’ho già detto, è il sogno. Ma ora, che si fa? È difficile rimanerci, adesso. Non sarei considerato per quello che valgo. L’idea che è passata è quella del “figlio di”. Io ho studiato anche tanto, e ora, qualsiasi cosa io faccia è perché sono “figlio di”. Mi stanno spingendo ad andare all’estero. Anche se la Ferrari, in Italia, è un’azienda ottima. E ci lavorano in tanti che sono figli di nessuno. Perché dovrei essere io il raccomandato?

Beh, perché lei è il figlio di Pier Luigi Celli.
E allora? Il raccomandato vero sta zitto, e campa cent’anni. Io non nego che essere nato nella mia famiglia sia stato un vantaggio, certo, lo è. Ma non bisogna fare di tutta l’erba un fascio: è un vantaggio, non è una colpa. Io pago per colpe che non ho. Ho studiato tanto, mi sono impegnato, ho fatto tante cose e ho ottenuto ottimi risultati. Ora passo per il furbetto. Non mi va, non sono quel tipo di persona, non penso di esserlo.

Non crede che sia colpa di suo padre?
Mio padre ha fatto l’errore, cioè: la leggerezza, di indirizzare a me la lettera e quindi io sono diventato la valvola di sfogo, ma era un artificio retorico, un modo per parlare di un problema serio.

Quando finisce lo stage?
A ottobre. Allora avrò deciso cosa fare, se restare, o andare all’estero. Certo, non è giusto che nascere in una buona famiglia significhi sempre avere la via più veloce.

Lei è figlio unico?
No, ho una sorellastra. Lei fa la suora di clausura. Insomma, per certi versi, forse adesso ha una situazione più facile della mia.

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