I pensionati di Bossi si mangiano il futuro dei giovani

I pensionati di Bossi si mangiano il futuro dei giovani

«Non taglio le pensioni alla povera gente», «le pensioni non si toccano», «Non toccate». Con questo ritornello, ossessivamente scandito, Umberto Bossi ha alzato gli scudi contro l’ipotesi di innalzare l’età per ottenere le pensioni di anzianità, ossia quelle erogate a chi abbia accumulato almeno 35 anni di contributi.

Ora qualcuno dovrebbe dire al segretario della Lega Bossi che non si discute di tagliare la pensione di chi è già in pensione: questo taglio, peraltro, è stato già fatto con la manovra di luglio attraverso il blocco della rivalutazione e il contributo di solidarietà. Ed è stato votato dal partito di Bossi. Si tratta invece di ritardare l’andata in pensione, con un effetto positivo sia per i conti dell’Inps sia per lo stesso lavoratore che riceverà un assegno più alto, sia per l’equità fra generazioni, il patto fra vecchi e giovani.

Ma ovviamente Bossi sa bene di cosa si sta discutendo: e sa anche molto bene che cosa sta difendendo. Nel 2010, secondo l’ultimo rapporto dell’Inps, quasi il 63,7% degli assegni di anzianità è stato erogato a lavoratori residenti nel Nord. L’anno scorso, fra dipendenti e autonomi, hanno ottenuto la pensione di anzianità circa 111mila lavoratori residenti al Nord. Età media: 57,8 anni per i dipendenti e 58,8 anni per gli autonomi, per oltre il 70% maschi. La pensione di anzianità è dunque la pensione tipica del lavoratore maschio, settentrionale, che ha alle spalle un ingresso nel mondo del lavoro relativamente più precoce rispetto a chi vive, per esempio, nel regioni del Centro o del Sud.

Dalla statistica alla politica il passo è breve. Perciò, in vista del 2013, anno di scadenza della legislatura, Bossi ha adottato una tattica spregiudicata in cerca di consenso nei confronti di questa categoria: la filosofia delle quote latte applicata alla previdenza. La Lega ha quindi trasformato in una bandiera elettorale quello che si ritiene essere un diritto acquisito: andare in pensione a 60 anni (61 dal 2013), incassando un assegno pari a circa ’80% dell’ultimo stipendio.

Il “sistema delle quote” oggi in vigore prevede che il diritto alla pensione si perfeziona al raggiungimento di una quota data dalla somma tra l’età anagrafica minima richiesta e almeno 35 anni di anzianità contributiva. Dal 2013 si passerà dall’attuale quota 96 a quota 97, il che implica che si potrà ottenere una pensione di anzianità avendo 61 anni di età e 36 di contributi (o alternativamente, 62 anni e almeno 35 di contributi). Ipotizzando che chi va in pensione oggi abbia di fronte a sé mediamente 20 anni di vita, si ha che, per ogni 1,7 anni di contributi versati, il neo-pensionato ne riceverà uno di pensione. Un trentenne di oggi, invece, potrà andare in pensione oltre i 65 anni e con la metà dell’ultimo stipendio. Il tutto sotto il cappello di un sistema – quello contributivo introdotto dalla riforma Dini – che è privo di qualunque elemento mutualistico: ognuno si ritroverà con una pensione parametrata ai contributi versati, e tanti saluti alla solidarietà. 

L’ingiustizia è palese e grava tutta sulle spalle delle nuove generazioni: i padri che si mangiano il futuro dei figli. E su questa iniquità Bossi coltiva il suo orticello elettorale. Forte dell’implicito ricatto politico sulla maggioranza, il suo partito ha continuato a ribadire il suo no all’ipotesi di anticipare “quota 97” nel 2012 e poi di alzare i requisiti fino ad arrivare il più rapidamente possibile a quota 100 (sempre come somma di età anagrafica e anni di contributi). Di sicuro, sarebbe stato meglio che il governo affrontasse la questione pensioni in sede separata dalla manovra. Ha ragione, in questo, il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, quando dice che non si tappano i buchi di bilancio dello Stato con la previdenza dei lavoratori. I risparmi ottenibili, infatti, andrebbero spesi per riequilibrare l’intero sistema in direzione di una maggiore equità fra generazioni. Un punto, questo, che trova d’accordo anche diversi esponenti del Pdl, a partire dal deputato Giuliano Cazzola. Ma ormai la frittata è fatta: che, almeno, non continui a essere indigesta per i giovani e per chiunque voglia credere nel futuro dell’Italia e in un’Italia più giusta.

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