Ici, più dei radicali la Chiesa tema la Ue

Ici, più dei radicali la Chiesa tema la Ue

CITTA’ DEL VATICANO – Più delle accuse dei radicali su Ici e otto per mille, più del tam-tam sul web che chiede al Vaticano di pagare pegno per la crisi economica che coinvolge tutti, a preoccupare la Santa Sede, in questo frangente, è la prospettiva che l’altalena dei listini di borsa e la burrasca che ha investito l’area euro accelerino un processo guardato da tempo con sospetto nel Palazzo Apostolico. Quello di un governo mondiale tecnocratico che prende decisioni sulla base dell’econometria e non dell’etica. Quello di politiche nazionali esiliate da burocrati onnipotenti, cosmopoliti e, magari, in odore di massoneria.

La parola – massoneria – non viene mai pronunciata. Del resto è solo un sospetto. E comunque non è necessario ripetere quanto già affermato dalla congregazione per la Dottrina della fede che, sotto la guida di Ratzinger, nel lontano 1983 chiarì una volta per tutte la «inconciliabilità tra fede cristiana e massoneria» per sgombrare il campo dai dubbi nati dal «dialogo intrapreso da parte di alcune personalità cattoliche con rappresentanti di alcune logge che si dichiaravano non ostili o perfino favorevoli alla Chiesa». Il concetto, però, affiora nella parole dei maggiorenti vaticani e si accompagna ad una più generale diffidenza nei confronti di tutte quelle politiche transnazionali che – promosse dall’Unione europea, dalle Nazioni Unite, dalla Banca mondiale o da altri apparati della governance mondiale – non solo prescindono dalla dottrina sociale della Chiesa, ma neppure ci si confrontano.

«Non molto tempo fa si facevano progetti economici per fare politica. Poi si è fatta politica per fare progetti economici», ha scritto a inizio agosto sulla prima pagina dell’Osservatore romano Ettore Gotti Tedeschi, membro dell’Opus dei e presidente dello Ior. «Oggi sembra che si vogliano inventare falsi progetti economici senza nemmeno fare più politica. In alcuni Paesi si pensa persino di imporre una sorta di tassa patrimoniale pur di avere risorse da continuare a dissipare in mancanza di una vera progettualità. E’ come se un medico, per arrestare il sangue di una ferita, tagliasse l’arto lesionato. O come se, per sembrare più ricca, una Nazione arrivasse a vietare di fare figli, facendo così crescere temporaneamente il pil pro capite. Separata dai riferimenti etici e assumendo autonomia morale, l’economia finisce in mano a persone che trasformano i suoi meccanismi in strumenti di potere, anche politico. Per parafrasare l’enciclica di Giovanni Paolo II Sollicitudo rei socialis, queste persone detengono strumenti sofisticati, ma – concludeva Gotti Tedeschi – non dispongono di maturità e saggezza sufficienti per pensare al bene comune».

Ascoltato consigliere economico del Papa, amico personale del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, Gotti Tedeschi ha poi precisato la sua proposta con numerosi interventi sul giornale vaticano e su altre testate cattoliche mentre il governo approvava con qualche affanno una manovra correttiva da 45,5 miliardi di euro. Anziché una patrimoniale, ha spiegato il presidente dell’Istituto di Opere di Religione, e anziché «privatizzare il debito pubblico, usando il risparmio, ancora consistente, dei cittadini», meglio sarebbe, in uno stato di crisi, stornare i risparmi privati a favore delle imprese: «Se dobbiamo fare un prelevamento forzoso delle risorse delle famiglie, perché non indirizzarlo subito alla crescita economica?».

Al di là della tecnicalità della proposta – che suggerisce, comunque, che il Vaticano non ha abbandonato Tremonti nel momento della tempesta – l’offensiva mediatica di Gotti Tedeschi ripropone, con una certa apprensione, i temi già affrontati dal Papa nell’enciclica Caritas in veritate. Se la pubblicazione della lettera papale fu posticipata proprio per inglobare le questioni emerse con la crisi finanziaria innescata dai mutui statunitensi subprime, è stato il Papa in persona a sintetizzarne il concetto nel recente viaggio a Madrid per la Giornata mondiale della gioventù: «La dimensione etica – ha detto – non è una cosa esterna ai problemi economici ma una dimensione interiore e fondamentale. L’economia non funziona solo con regolamentazioni mercantili, ma ha bisogno di una ragione etica per essere in funzione dell’uomo».

Ne discendono, nella visione di Ratzinger, la preoccupazione per la disoccupazione giovanile, per il degrado ambientale o per una scarsa responsabilità dell’Europa nei confronti dei paesi in via di sviluppo. Ma ne discendono anche, in ripetuti interventi di questi anni di nunzi apostolici, osservatori permanenti della Santa Sede e responsabili della Segreteria di Stato, la contrarietà ai programmi delle agenzie Onu che contemplino la pianificazione famigliare o l’aborto – e, più in generale, qualsiasi iniziativa metta in discussione, nei consessi internazionali a Bruxelles, Strasburgo, Ginevra o New York, i capisaldi di una visione cattolica della società.

Per il resto il Vaticano non interviene. Non in Spagna, dove la visita del Papa alla Gmg (Giornata mondiale della gioventù) si è accompagnata a manifestazioni di protesta di laici, socialisti, anticlericali e indignados per gli sconti fiscali concessi dal Governo Zapatero alle imprese che hanno sponsorizzato l’evento. Non in Italia, dove, sotto lo slogan «Vaticano pagaci tu la manovra finanziaria», è andata montando la polemica su facilitazioni Ici agli immobili ecclesiastici che ospitano strutture ricettive, gli sgravi all’Ires sugli enti di assistenza e istruzione e – materia, in realtà di pertinenza della Conferenza episcopale italiana – il gettito concordatario dell’otto per mille.

La Santa Sede ha lasciato rispondere la Cei. Il giornale dei vescovi, Avvenire, ha contestato la fondatezza dei dati diffusi originariamente dai radicali in un editoriale di Umberto Folena: «Quei “quattro miliardi” sottratti all’Italia della crisi sono lo schizzo cattivo di un laicismo che intende eliminare ogni presenza sociale e pubblica della Chiesa, che sta contribuendo già adesso ad ammortizzare gli effetti nefasti della crisi». Con tono meno belligerante diversi vescovi hanno ricordato che le diocesi, prima tra tutte quella di Milano del cardinal Dionigi Tettamanzi, sono state tra le prime a muoversi per dare vita a dei fondi anti-crisi a favore delle famiglie povere. Il presidente della Cei, cardinal Angelo Bagnasco, da parte sua è intervenuto per chiedere che la manovra non tagliasse i fondi alle famiglie e alle missioni militari internazionali e denunciare l’ampiezza dell’evasione fiscale in Italia.

Maliziosa la risposta di Mario Staderini dei radicali italiani, secondo il quale l’intervento sull’evasione è interessato perché con minore evasione aumenterebbe anche il gettito dell’otto per mille. Ma è piuttosto un’altra iniziativa radicale a preoccupare il Palazzo Apostolico, la procedura d’infrazione aperta dalla Commissione europea – su suggerimento degli eurodeputati pannelliani – sui privilegi fiscali agli enti ecclesiastici. L’esecutivo Ue valuterà nei prossimi mesi se si tratta di un illegittimo aiuto di Stato. E se le polemiche italiane lasciano il tempo che trovano, a Bruxelles, regno di eurocrati poco teneri con la Chiesa cattolica, lo scontro potrebbe farsi aspro.

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