“Il pareggio di bilancio in Costituzione? Il modello esiste: a Berlino”

“Il pareggio di bilancio in Costituzione? Il modello esiste: a Berlino”

Dopo l’incontro con le parti sociali, Silvio Berlusconi ha detto che inserire nella Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio sarebbe «un evento epocale». E che ci si lavora, seriamente, nel governo. Nel documento in sei punti presentato dalle parti sociali, peraltro, si chiedeva proprio che fine avesse fatto l’impegno del governo il pareggio di bilancio come obbligo costituzionale, assunto nel Pnr, il piano di riforme che Bruxelles da quest’ anno chiede ai Paesi membri. 

La proposta di inserire questa norma è stata avanzata in maniera bipartisan anche dal senatore Nicola Rossi, proveniente dal Pd e ora iscritto al gruppo misto, che prevede una modifica dell’articolo 81 della Costituzione imponendo l’obbligo di coprire le spese senza ricorso al debito. Con tutte le difficoltà che una riforma costituzionale pone. Linkiesta ne ha parlato con Francesco Giavazzi, professore ordinario di Economia politica all’università Bocconi, ed editorialista del Corriere della Sera dalle cui colonne, tre giorni fa, vedeva Berlusconi di fronte all’ultima chance per la svolta.

Professore, l’idea è di mettere in costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio, con una revisione dell’articolo 81 della Costituzione. Cosa ne pensa?

L’articolo 81 prevede già che non si possano fare spese che non siano coperte. C’è già, anche se, in realtà, l’interpretazione di questo principio è cambiata col tempo. Quella attuale risale agli anni ’80, con il quale era considerato valido e ammissibile coprire le spese con l’emissione di debito. Di fatto, implica che il vincolo non c’è. L’unica sarebbe la risoluzione parlamentare che, con il documento di programmazione economico-finanziaria, fissa il deficit massimo.

Cosa cambia, allora, rendendo obbligatorio il pareggio di bilancio, senza ricorso al debito, per via costituzionale?
Dipende. Sulla questione ci sono due aspetti importanti da considerare. Il primo è il fattore del ciclo economico. Occorre capire se il pareggio è al netto o no del ciclo economico. Che significa? Che l’economia attraversa varie fasi. Di espansione e di recessione. In una fase di recessione, come questa, le spese aumentano e le entrate diminuiscono. Questo è un punto su cui occorre tenere una certa prudenza, e il rischio è che il vincolo diventi troppo stretto, imponendo tagli eccessivi e alla lunga controproducenti.

La seconda?
La seconda, invece, è il fattore degli investimenti pubblici. Anche qui, occorre vedere se la modifica sarà al netto degli investimenti. E non solo. Occorrerà stabilire come saranno classificati investimenti di questo tipo. Anche qui, c’è molto arbitrio e occorrerebbe un punto di riferimento chiaro. Entrambi i vincoli, però non possono essere mantenuti. In Germania, ad esempio, nel bilancio si considera la componente ciclica, e il vincolo di bilancio è al netto di essa, e non quella degli investimenti.

A suo avviso sarebbe una svolta opportuna per l’Italia?
Sì, per essere opportuna sarebbe opportuna. E secondo me andrebbe fatta tenendo conto della componente del ciclo economico. In ogni caso, per i vincoli e per le definizioni, andrebbero resi chiari i parametri di riferimento, meglio se esterni. In questo senso l’Eurostat potrebbe essere una buona delega.

E secondo lei è anche realizzabile, dal punto di vista tecnico-politico?
Più difficile. Per cambiare la Costituzione ci vuole il consenso dei due terzi dei membri del Parlamento. Berlusconi ci prova da 10 anni a cambiare la Costituzione, per argomenti che a lui stanno più a cuore, e non è mai riuscito. In questo caso, credo che si tratti di una riforma che gli interessi meno. Certo, potrebbe avere meno ostacoli in Parlamento, ma rimane comunque una strada complicata.

Se invece riuscisse, quali sarebbero i tempi di attuazione?
Diciamo che era più semplice un anno fa. Ora ci vorrebbero alcune misure per diminuire lo spread tra bund e Btp, che è più alto soprattutto perché l’Italia non cresce da dieci anni e i rimedi si riferiscono a cose lontane. La ricetta deve considerare entrambi fronti: pareggio di bilancio e crescita. Insomma, ci vorrebbe qualche anno.

È soddisfatto almeno della risposta che il governo ha dato al suo editoriale, pubblicato sul Corriere della Sera, per una svolta decisa nella politica economica del governo e del paese?
No. Nel discorso di ieri non c’era nulla. Nessun segno di cambiamento di rotta. E non c’è da stupirsi che gli investitori abbiano reagito male.
 

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