Obama si è svegliato: “Assad se ne deve andare”

Obama si è svegliato: “Assad se ne deve andare”

L’Arabia Saudita ha parlato, si è mossa la Turchia, gli ambasciatori dei paesi arabi vicini sono stati richiamati alla spicciolata. Anche il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki ha detto di «sperare che le manifestazioni in Siria non siano domate con la forza». E In tutto questo, anche il presidente Barack Obama è intervenuto, dopo che il suo portavoce Jay Carney aveva definito il regime di Assad «illegittimo» e aveva annunciato nuove sanzioni alla Banca Commerciale della Siria, alla sua filiale libanese e a Syriatel, la compagnia telefonica di proprietà del cugino di Assad, Rami Mahklouf.

La banca è accusata di aver finanziato programmi per la produzione di armi non convenzionali, oltre avere collegamenti con una banca coreana coinvolta nell’esportazione di materiale missilistico. Nel frattempo, era cresciuta l’attesa di un nuovo annuncio da parte del presidente americano, in cui ci si aspettava che assumesse una posizione più netta e chiedere le dimissioni di Assad. La voce gira da tempo, e molti si aspettavano che il presidente Usa parlasse già giorni fa. Inoltre si aspetta la decisione, da parte dell’Unione Europea, di colpire con sanzioni anche il settore del petrolio e del gas, che tuttora rappresentano un’importante fonte di entrate per il Paese. A questo proposito, da qualche giorno gira in rete una raccolta di firme per far pressione sulla Ue.

Nel frattempo, è partito il riposizionamento attorno alla Siria: i Paesi vicini hanno cominciato ad assumere nuovi ruoli, preparandosi alla gestione del dopo-Assad, quando saranno cambiati i giochi cambiati i giochi da giocare. Tra questi, i passi più significativi sono stati compiuti da Arabia Saudita e Turchia. Per la prima, è tutto iniziato con il messaggio emesso da Re Abdullah lunedì 8 agosto, che ha aperto le danze attorno al futuro di Bashar al Assad.

Re Abdullah ha espresso in modo esplicito il suo dissenso, il più forte mai pronunciato da parte di un leader arabo finora, nei confronti dell’atteggiamento del governo nella «sorella Siria». Qui «le conseguenze degli eventi hanno provocato la morte di un gran numero di martiri». Una condanna: «tutti sanno che qualsiasi musulmano, o arabo, è ben consapevole che tutto ciò non ha nulla a che vedere con la religione, i valori, o l’etica». Insomma, «quello che sta accadendo non può essere accettato dall’Arabia Saudita», per cui Assad può solo scegliere tra «una posizione saggia oppure precipitare nelle profondità del caos e della morte (Allah non voglia)». Il Regno sostiene la prima opzione, richiedendo «la fine della macchina di morte e dello spargimento di sangue», e poi «l’introduzione e attivazione di riforme che non siano intrecciate a promesse, ma portate a compimento davvero». Il discorso del Re, che il giornale siriano Al-Watan, di posizioni filogovernative, ha subito bollato come «americano». Del resto, non può sfuggire la somiglianza dell’aut aut pronunciato dal presidente Usa Barack Obama del 19 maggio, che chiedeva, allo stesso modo, di «fare un passo indietro» o di attuare riforme «rapide e complete».

Non pochi hanno mancato di rilevare la stonatura del discorso di re Abdullah, che in casa sua certo non pensa nemmeno ad attuare le riforme rapide e complete che chiede alla Siria, anche perché, nel Regno per antonomasia, le proteste di piazza sono vietate. E, soprattutto, non ha negato ospitalità al tunisino Ben Alì, soccorsi al sovrano del Bahrein e allo yementia Saleh. Il ruolo dei Sauditi durante la primavera araba non è stato certo di incoraggiamento, quanto di autoprotezione. Ma il punto non è questo: dietro le parole di condanna dei sauditi non sta un reale interesse per l’avanzamento della democrazia a Damasco, ma l’intenzione di prendere le distanze dal regime alawita e porsi in posizione di vantaggio nel momento in cui si dovrà decidere il dopo-Assad, in particolare tentando di scardinare il legame che la Siria intrattiene con Teheran. Del resto, era l’Iran il vero destinatario del messaggio, e il punto di riferimento della strategia dei sauditi, il cui interesse è di espandere il dominio dei sunniti nella regione.

Dall’altra parte dei confini siriani, si è mossa la Turchia, inviando il ministro degli esteri Ahmet Davitoglu martedì 9 agosto. L’incontro sarebbe durato sei ore, ma la richiesta del ministro turco di por fine ai massacri contro la popolazione è rimasta inevasa. Secondo quanto dichiarato dal primo ministro turco Recep Taiyyp Erdogan, Assad avrebbe però dato assicurazioni sull’intenzione del governo di avviare riforme democratiche entro poco tempo. Ma la posizione della Turchia sembra, tra tutte, quella più orientata anche a un intervento militare, con la possibilità di spostare, a proprio favore, il delicato arabesco degli equilibri mediorientali, fatto anche di accordi economici e commerciali che i due Paesi intrattengono da tempo.

Ma dopo la partenza di Davitoglu, la risposta del presidente siriano non si è fatta attendere, e ha ordinato l’assalto di tre centri al confine con la Turchia: un messaggio diretto ad Ankara, in primo luogo, e a Washington, da dove, a breve, si attende sempre la richiesta per Assad di farsi da parte. Non solo: anche un posizionamento strategico, che precede e sventa, secondo quanto afferma il sito israeliano Debka.files, la possibilità di un attacco turco. E dietro a tutti, con delicatezza, l’Iran non ha fatto mancare il suo sostegno. Attraverso l’ambasciatore iraniano Sayyad Ahmad Masouri, ha provveduto a rinforzare i rapporti commerciali tra i due Paesi, in particolare legati agli idrocarburi, e a rilanciare il turismo legato ai pellegrini. Un’altra mossa di Teheran, che dimostra di non avere alcuna intenzione di abbandonare l’alleato.

Nel frattempo, la situazione interna al Paese è sempre più complicata. La repressione non cessa: ieri sono stati 11 i rivoltosi uccisi a Qusayr, nei pressi di Homs. Oggi il computo delle vittime è, al momento, arrivato a 23. I soldati avrebbero aperto il fuoco contro i manifestanti nel centro di Damasco, Aleppo, Homs e Hama, città che ieri i tank del regime avevano lasciato «dopo aver ripristinato l’ordine», avendo sconfitto le bande di «terroristi che avevano compiuto uccisioni e sabotaggi», secondo quanto riporta l’agenzia di stampa governativa Sana. Non solo. Da giorni l’esercito ha preso d’assalto la provincia di Idlib, vicina al confine con la Turchia. Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, le truppe avrebbero compiuto una caccia all’uomo nella città di Saraqib, in cerca di attivisti anti-Assad. Con 70 arresti dell’altro ieri, e due morti all’alba di ieri, come testimonia Al Jazeera. Il pugno di ferro del regime avrebbe provocato, finora, 2.423 vittime. E 13.000 prigionieri, secondo la Commissione di Coordinamento locale siriana.

«Sono stati fatti degli errori, soprattutto nella fase iniziale dei disordini», avrebbe ammesso martedì Bashar al Assad, in un incontro con inviati da India, Brasile e Sud Africa per conto del Foro di dialogo Ibsa. Ma, avrebbe aggiunto, è già cominciato il cammino delle riforme. Del resto, l’annuncio, poco tempo fa impensabile, potrebbe far sperare: l’apertura, alle elezioni, anche ad altri partiti oltre al Baath. «Presto ci sarà una Siria libera, aperta multipartitica», avrebbe riferito Assad, ai delegati, con l’assistenza del ministro degli esteri Walid al Moualem. Per farlo, però, sarà necessario «passare attraverso una revisione della Costituzione», che non potrà avvenire prima di febbraio o marzo 2012. Una svolta fondamentale, perché da fuori la Siria appare sempre più isolata, e la spaccatura avvenuta all’interno del regime (con i 41 ufficiali del partito Baath che, schierati con l’ex ministro Mohamed Salman, hanno chiesto la fine della repressione) rischia di accelerare, e non in modo positivo, la fine del regime alawita, e della famiglia Assad.

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