Per Israele l’attentato è nato in piazza Tahrir

Per Israele l'attentato è nato in piazza Tahrir

Nel fumo delle voci che si susseguono sull’attacco di oggi avvenuto nel sud di Israele, vicino al confine con l’Egitto, le informazioni restano confuse. Secondo il quotidiano Haaretz, le vittime sarebbero sette, e i feriti 26. Gli attacchi che hanno scosso la regione del Neghev, nei pressi della città di Netafim, a 20 chilometri da Eilat, località turistica e “isola felice”,  sono stati in serie, in più luoghi e quasi contemporanei. Con armi differenti.

Secondo le ricostruzioni, il primo attacco, intorno alle 11 (ora italiana) ha colpito il bus Egged 392 lungo la statale 12, con una serie di mitragliate. Il bus trasportava civili e soldati che lasciavano la base per il weekend, diretto a Eilat da Beer Sheba. Secondo l’autista, il gruppo armato aveva divise dell’esercito egiziano. Poco dopo, l’arrivo di una pattuglia dell’ Idf (Israeli Defense Force) è stato bloccato da una serie di esplosioni che sono scoppiate accanto il veicolo. Verso le 12, il terzo attacco: un razzo di mortaio viene lanciato dal confine egizio contro Israele, senza però riportare nessuna vittima. E ancora, due missili anti-tank hanno colpito altri due mezzi (probabilmente due autobus) uccidendo sei persone e ferendone sette. L’esercito ha iniziato subito la caccia, che ha provocato altri scontri a fuoco nella zona conclusi con diverse vittime tra i terroristi. In seguito agli attacchi, è stato chiuso il traffico e sono cominciate le ricerche degli attentatori.

La loro identità non è chiara: per ora le ipotesi sono varie. Tra queste, si pensa che siano palestinesi di Gaza che si sono introdotti in Israele passando per l’Egitto. Altri temono che si tratti di gruppi terroristici nuovi, presenti nell’area del Sinai e affiliati ad Al Qaeda. Tutto resta da confermare: l’attentato ha sconvolto la regione con una violenza che Associated Press ha definito «rara». Forse è vero. Ma di sicuro non era inatteso.

Da tempo, ufficiali della sicurezza israeliani lamentano la scarsità di controlli da parte dell’Egitto nella zona del Sinai. Non solo per la presenza di cellule pericolose e per il fiorente traffico d’armi: la fascia montuosa da decenni è una zona inquieta, a causa della presenza di tribù di beduini che mal sopportano la militarizzazione dell’area e l’utilizzo a fini turistici compiuto dal governo egiziano negli ultimi tempi. Oltre a formare un bacino di malcontento, i beduini hanno trasferito la propria attività nel contrabbando di armi e nel boicottaggio di oleodotti e gasdotti, in particolare diretti in Israele.

Se si dà credito a una delle ipotesi proposte, i problemi ora sarebbero più grandi. Non di beduini: ora si parla di Al Qaeda. Solo cinque giorni fa un generale egiziano aveva raccontato alla Cnn che «Al Qaeda è presente nel Sinai, specie nell’area di Sakaska, vicino a Rafah. Da mesi si esercitano in questa zona, ma non abbiamo ancora scoperto la loro nazionalità». Non solo: da mercoledì circola un volantino che inneggia alla creazione di un Califfato del Sinai, annunciando attacchi contro la polizia.

Altrimenti, più che contro i gruppi del terrore, il ministro per la Difesa Ehud Barak punta il dito contro i palestinesi. Ma nulla cambia per l’Egitto: «i terroristi vengono da Gaza, e sono passati dall’Egitto. Questo dimostra la totale incapacità del Paese e del governo di mantenere la sicurezza nei suoi territori». Il primo ministro Benjamin Netanyahu aggiunge che «Israele reagirà di conseguenza».

La fiducia verso l’ex partner è crollata. Eppure, negli ultimi mesi, con il benestare di Israele, l’esercito egiziano aveva accresciuto la propria presenza nel Sinai, con l’obiettivo di svolgere una missione di largo respiro per sradicare la presenza di Al Qaeda e di gruppi salafiti. Nella regione di El Arish e del Sinai del nord, Israele aveva concesso la presenza di carri armati egiziani e migliaia di soldati. A quanto pare, però, senza alcun risultato. Ora c’è poco entusiasmo nei confronti della rivoluzione egiziana. E, come spiega Haaretz, si pensa che questi siano gli effetti di piazza Tahrir che cominciano a farsi sentire. La caduta di Mubarak ha indebolito il potere centrale, ha creato un fronte incerto e turbolento, diffuso il timore che le forze islamiche prendano il sopravvento e creino un nuovo fronte a Sud di Israele. Sarebbe un guaio, per la strategia di Tel Aviv: nel tempo erano riuscito a ridurre i controlli sul confine meridionale e trasferire le forze su Gaza e al Nord.

In ogni caso, non si tratterebbe solo di una maggiore presenza di soldati, ma anche della costruzione di fortificazioni e stazioni di controllo, che implicano una spesa maggiore. L’ipotesi di dimezzare il budget per la difesa, avanzata dal ministro delle Finanze due giorni fa, è già lettera morta.

Non solo: oltre a rinforzare il confine con l’Egitto, gli analisti israeliani si aspettano una controffensiva militare su Gaza, se risulterà vero che da lì sono partiti gli attentatori. Da luglio i palestinesi della striscia lanciano razzi Qassam contro Israele, che non ha fatto attendere la sua risposta. Due giorni fa gli ultimi bombardamenti, avvenuti alle prime ore del mattino. Il primo agosto, il ministro della pubblica sicurezza Ytzhak Aharonovitch aveva lanciato un appello per un intervento massiccio sulla Striscia di Gaza, in risposta ai continui lanci da parte dei palestinesi. Secondo alcuni, potrebbe essere arrivato il momento.

Per ora, l’attacco al Sud di Israele apre uno squarcio inquietante in un Paese che guarda con terrore gli sviluppi delle rivoluzioni nei Paesi vicini. L’Egitto, come si è visto, non è più considerato affidabile. Questo riapre la frontiera del Sud e il timore nei confronti della rabbia di Gaza. Nella vicina Siria, l’autorità di Bashar al Assad, scossa dalle ribellioni e dal dissenso internazionale contro la repressione, sembra destinata a crollare. L’appello di Obama, pronunciato qualche ora fa, deve ancora mostrare i suoi effetti. Chi verrà dopo?

L’Iran di Ahmadinejad ha cominciato la corsa. L’infiltrazione di armi e aiuti da Teheran, nel corso della repressione, è stata denunciata più volte dall’Arabia Saudita che, dal canto suo, è accusata di aver aiutato i rivoluzionari. Uno scenario incerto che preoccupa Israele: oltre alla minacciosa presenza dell’Iran, le divisioni settarie siriane, esasperate da Assad per troncare i ribelli, possono dar luogo a frange estremiste e provocare ulteriori disordini lungo il confine. Senza dimenticare la presenza di Hezbollah, dal Libano. Walid Sakaryia, parlamentare dell’associazione flio-siriana, ha proclamato a inizio agosto una prossima «mezzaluna sciita». Una coalizione di forze che comprenda Iran, Iraq, Siria, Hezbollah. Uniti, schiacceranno Israele. Uno scenario senz’altro lontano e che con tutta probabilità non avverrà mai. Ma i disordini presenti cominciano a farlo temere.