Questa Bce ha amplificato i guai dell’Italia

Questa Bce ha amplificato i guai dell'Italia

Errare è umano, ma al giorno d’oggi solo i banchieri centrali possono permettersi di perseverare senza fare una piega, mentre le loro scelte scatenano disastri. Di questo privilegio la Bce si sta dimostrando un autentico fuoriclasse. Ancora oggi ne ha dato la conferma in quella che ha tutta l’aria di una riedizione dell’errore che l’istituto di Francoforte commise nel 2008 quando nel mese di luglio aumentò i tassi (dal 3 al 3,25% per i depositi, e dal 4 al 4,25% per le operazioni di rifinanziamento principali) a ridosso della più grande recessione dall’ultimo dopoguerra.

A preoccupare i guardiani dell’euro, allora, era la corsa dell’inflazione totale (“headline inflation”), innescata dall’impennata dei prezzi di energia e materie prime, anche se quella cosiddetta “core” (calcolata escludendo petrolio, gas e simili), era rimasta stabile. Alla fine ebbe ragione chi invitava a guardare quest’ultima, ma evidentemente la lezione non è bastata. La Bce non ha mai ammesso l’errore, anche se poi, di fronte a un’economia reale che stava andando a rotoli, con l’aggravante del crac Lehman, ha dovuto fare marcia indietro. 

Adesso ci risiamo.  Il 7 aprile di quest’anno, la banca centrale presieduta da Jean-Claude Trichet ha deciso che l’inflazione stava alzando troppo la testa. E ha deciso di alzare i tassi dall’1 all’1,25 per cento. Il 7 luglio ha ripetuto la mossa, portando il tasso sulle operazione di rifinanziamento delle banche all’1,50 per cento. Nella riunione di oggi il tasso è rimasto invariato, ma Trichet ha ribadito che «l’inflazione nella zona euro probabilmente resterà nettamente sopra il 2% nei prossimi mesi».

Mentre la crescita langue nell’Eurozona, il rendimento dei titoli di Stato esplode, e le Borse sprofondano, la preoccupazione espressa da Trichet è che le «aspettative di inflazione nell’area euro rimangano fermamente ancorate all’obiettivo della Bce di mantenere il tasso di inflazione sotto, ma vicino, al 2 per cento».  Il presidente della Bce non ha fatto mancare le raccomandazioni a Roma: «Quello che serve all’Italia è certamente ridurre la spesa pubblica e raggiungere i suoi obiettivi di deficit». Sulla necessità che il governo Berlusconi dia un segnale chiaro e convincente di rigore fiscale, senza rimandare al futuro i tagli necessari alla spesa pubblica, molto è stato scritto. Ma l’epicentro del terromoto va cercato a nord: a Francoforte. Se i tentennamenti di Roma hanno certamente innervosito i mercati, il messaggio dei banchieri centrali europei è stato probabilmente il principale detonatore del panico fra i grandi investitori.

A guardare l’andamento del differenziale di interesse fra Btp e Bund, il cosiddetto “spread”, si vede chiaramente che la grande fuga dai titoli di un paese indebitato e con una crescita inconsistente, quale è l’Italia si innesca dopo le due mosse della Bce. È infatti prima dal 7 aprile 2011 e poi dal 7 luglio, le due date in cui la banca centrale di Francoforte ha aumentato i tassi, che “partono” due impennate dello spread tra titoli decennali italiani e omologhi tedeschi.

L’ipotesi che sia la Bce il fattore scatenante, dopo il discorso stanco di un premier a credibilità consunta, quale appare Silvio Berlusconi, è ulteriormente confermata da quanto è accaduto sul mercato. All’indomani del discorso di Berlusconi alle Camere, la temuta impennata dello spread Btp-Bund non si è verificata finché a parlare non è stato Trichet: dalle 15 (giusto mezz’ora dopo l’inizio della conferenza) lo spread si impenna fino ad arrivare a 394 punti base. Gli Oat, equivalenti d’Oltralpe dei Btp, hanno sfondato la soglia di 84 punti arrivando sino a 86,6, la Spagna ha dovuto annullare le aste mentre sul secondario lo spread ha toccato 400 punti base. 

Il ragionamento degli investitori ha più sfumature: da un lato ci sono paesi indebitati, in deficit e con scarsa crescita, dall’altra una banca centrale che sembra ignorare tutto questo e mantiene una politica monetaria restrittiva. Se questo il quadro, e se i governi sono costretti a perseguire il rigore fiscale per non aggravare la situazione, da dove arriverà la crescita? Senza crescita, il debitore prima o poi finirà per non essere più in grado di ripagare: dunque meglio vendere e spostare altrove i propri soldi. «La Bce non dovrebbe solo mantenere invariati i tassi ma abbassarli per salvare l’Italia e la Spagna e fermare l’aggravarsi della recessione nelle aree periferiche dell’Eurozona», ha scritto su Twitter l’economista Nouriel Roubini. In Italia gli ha fatto eco Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo, che in un’intervista a SkyTg24, ha criticato la «comunicazione non particolarmente limpida» della Bce riguardo il sostegno ai titoli governativi, lasciando intendere che Francoforte non ha intenzione di comprare bond italiani e spagnoli.  

Ma De Felice ha rimarcato, rispondendo a Trichet, che un’anticipazione del pareggio di bilancio potrebbe avere effetti controproducenti. E rischierebbe di spaventare ancora di più i creditori il cui interesse è che il debitore (Italia, Spagna… in futuro altri?) non si strozzi via recessione. La Bce ha fin qui trascurato questa preoccupazione, anche se adesso c’è nell’aria un nuovo quantitative easing. Se l’Eurozona dovesse cadere a pezzi, causa recessione estesa per contagio dai paesi periferici a tutta l’area, ha ironicamente rilevato il blog Free Exchange dell’Economist, l’epitaffio perfetto sarebbe che «la Bce temeva l’inflazione al 3 per cento». 

[email protected]

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter