Se l’Italia taglia come il Canada ce la fa

Se l'Italia taglia come il Canada ce la fa

Per molti, il caso del Canada anni ’90 potrebbe essere una bibbia per un miracolo economico. O una guida alla lotta al deficit. Dal 1993 al 1998, del resto, il governo di Ottawa ha affrontato una drastica riduzione del disavanzo, abbassando il debito di un terzo e riportando ossigeno nelle finanze statali. Una missione compiuta dal governo dei liberali, sotto la guida di Jean Chrétien, che assecondava, secondo un «metodo del tutto nuovo, una situazione del tutto nuova», come amava ripetere Jocelyne Bourgon, all’epoca membro del governo e ora studiosa dell’Institute for Government.

Alle elezioni politiche del 1993, in Canada, il tema dell’economia e della riduzione del disavanzo dominava il dibattito. La necessità della riduzione del deficit (e del debito) era ritenuta prioritaria. A variare, tra le proposte, erano i tempi e le modalità di attuazione: il Liberal Party proponeva di ridurre il deficit al 3% del Pil in tre anni, sfruttando la crescita e tagliando in alcuni settori. Il Progressive Conservative Party, invece, prevedeva di eliminare il deficit in cinque anni, con una lotta serrata a sprechi e investimenti. Tagli ai costi operativi del governo e via i sussidi agli investimenti. Meno soldi anche alla difesa e all’assistenza internazionale. Il Reform Party ipotizzava di eliminare il deficit in tre anni con tagli ai programmi di governo e riduzioni a macchia di leopardo. Insomma, come sottolinea Brian Tobin, all’epoca ministro per la Pesca e l’Oceano, «erano tutti d’accordo sui tagli: partiti e società. Questo è stato senz’altro un vantaggio per noi».

Il rapporto del disavanzo sul Pil era il più alto tra i Paesi del G7 (esclusa l’Italia), il 9,1%. E anche il debito sfiorava, nel 1992, il 70% del Pil. Una situazione minacciosa: la stampa finanziaria americana aveva cominciato gli attacchi, sostenendo che il Canada si avvicinava sempre di più al Messico (che, in quei tempi, attraversava una grave crisi del peso). E l’Fmi si mostrava sempre più preoccupato. Una pressione esterna «che ci ha permesso di lavorare in modo coeso», sostiene Bourgon.

Ed ecco la ricetta del miracolo. Come filosofia, c’è, alla base, il rifiuto di attuare tagli lineari, giudicati non convenienti e ingiusti. Tagliare, sì, ma con attenzione. Il governo comincia subito ricerche e analisi della situazione, per ogni dipartimento e ministero. Presto si individua una strategia organizzata che, secondo i protagonisti dell’epoca, si è rivelata una «scelta cruciale.».

Secondo Bourgon, demandare ai ministeri il lavoro di revisione e di studio di politiche attuabili con il progetto di sistemare il bilancio è stato «importante: si lavorava tutti come una squadra, in modo che progetti e ipotesi fossero compatibili». Una mossa, anche questa, «cruciale», anche perché «non si trattava di decidere cosa tagliare, ma cosa mantenere. Le politiche venivano studiate per la loro attuabilità: non si trattava di un programma insomma di tagli alle spese, ma di un modo per ridisegnare l’intera società». Ogni ministero aveva carta bianca sui metodi da impiegare per effettuare le sue ricerche e individuare punti di spesa possibili, elaborando nuove politiche compatibili con le caratteristiche proprie dell’area di competenza.

Ma non solo: a coordinare i lavori viene messa in piedi una macchina che procede, dal novembre 1993, a tappe forzate, fondata su tre livelli. Alla base, una Commissione di Vice-ministri, con il compito di revisione dei lavori dei colleghi. Tutti i dipartimenti, nell’elaborare i propri piani di spesa e progetti di politica, dovevano far riferimento a questo tavolo. Sopra, una commissione di governo, cui partecipavano i ministri, con potere di rifiutare le proposte e costruire, attorno a ogni proposta, un consenso politico. Anche qui, l’unità era fondamentale. «Il principio era: non si è d’accordo su niente se non si è d’accordo su tutto», un metodo che evitava spinte particolaristiche da parte dei ministeri. Ogni decisione, in ogni caso, veniva riconsiderata e sancita dal Consiglio del ministri, terzo livello dell’elaborazione del Program Review, pronto nel 1994.

I risultati, per la loro efficacia, hanno portato a considerare il Program Review canadese un caso di scuola. Rigore, organizzazione ed efficienza hanno permesso una drastica riduzione della spesa pubblica, con alcuni sacrifici, ma anche una sua maggiore efficienza. E l’abbattimento del disavanzo, con una forte riduzione del debito entro il 2000.

Però c’è un però. Non tutti gli studiosi sono d’accordo, e tendono a considerare il successo del programma di tagli alla spesa dovuto anche a fortunate cause esterne che hanno evitato la contrazione della domanda aggregata e, di conseguenza, la recessione. Tra questi, Mario Seccareccia, docente di economia all’Università di Ottawa. I fattori davvero rilevanti, secondo il professore, sono altri: la contemporanea crescita sostenuta negli Stati Uniti, il più importante partner commerciale del Canada, accompagnata a un declino del dollaro canadese e al perfezionamento del Nafta (North American Free Trade Agreement): una manna, secondo Seccareccia, per il settore esportazioni canadese, che, nel Pil ha toccato il 45% nel 2000. Se si considera la politica monetaria espansiva, attuata dal governo canadese negli anni ’90, che stimolò in modo significativo la spesa dei consumatori.

Cos’era successo? Negli Stati Uniti era scoppiato il boom del mercato finanziario, la bolla dell’high tech ed era all’inizio la bolla immobiliare. Tutti fenomeni che hanno provocato un’innalzamento della domanda dell’esportazione canadese, di fatto guidando la ripresa, nel giro di pochi anni, di Ottawa.

Ma non solo: la critica del professor Seccareccia si concentra sugli effetti provocati dalla politica dei tagli. Uno dei punti più colpiti è stato il programma di sussidio per la disoccupazione (federal Employment Insurance). Un processo già cominciato dal precedente governo di Brian Mulroney e portato avanti a oltranza da Chrétien.

Nella sostanza, conclude Seccareccia, il Program Review di Chrétien ha sì risolto il problema del deficit, riallineandolo con le entrate e andando a colpire il debito pubblico del Canada, ma il prezzo è stato un taglio netto della presenza del settore pubblico in tutto il Paese.  Un’esperienza che bisogna capire se è esportabile in altri Paesi. Un esempio avrebbe potuto essere la Gran Bretagna di David Cameron, che dichiarava, almeno un anno fa, di voler instaurare una politica di tagli ispirata al miracolo canadese. Ma come sosteneva Marshall Auerback, senior fellow al Roosevelt Institute, «al giorno d’oggi la politica canadese non funzionerebbe». In un periodo di recessione economica, la fortuna del successo di Chrétien non sarebbe, secondo Auebrack, ripetibile. E questo è uno dei dubbi principali fra gli studiosi anche se quello è certo  che da quel metodo si potrebbero trarre degli spunti per rendere i tagli  più equi e più funzionali.  

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