“Sì al licenziamento libero per creare lavoro migliore”

“Sì al licenziamento libero per creare lavoro migliore”

La riforma del mercato del lavoro, con «la contrattazione a livello aziendale e il superamento del sistema centrale rigido», la facoltà per le imprese di «licenziamento del personale compensato con meccanismi di assicurazione più felici», lotta all’abuso di contratti a tempo determinato, interventi sulle pensioni di anzianità e sull’età di pensionamento delle donne nel settore privato. Queste sono alcune opzioni o ipotesi di studio, comunque nulla di definitivo, che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha illustrato alle commissioni riunite Affari costituzionali e Bilancio di Camera e Senato. Ne abbiamo parlato con Stefano Colli Lanzi, presidente e a.d. di Gi Group, fra le principali agenzie per il lavoro in Italia, nonché socio de Linkiesta.

Molte delle ipotesi di riforma indicate dal ministro Tremonti riflettono le indicazioni contenute nella lettera inviata dalla Bce al governo italiano. Ma non sono gli stessi temi di cui si discute da almeno dieci anni?
Sono le cose di cui si parla da sempre, la novità è che stavolta sono calate dall’alto. Questo perché c’è un’incapacità e una paralisi nel sapersi assumere la responsabilità di portare avanti cambiamenti nell’interesse del paese. Della flessibilità soprattutto in uscita si parla da tempo, ma questo governo non ha avuto la possibilità o la forza di affrontare la questione.

Qual è il pensiero che sottende queste ipotesi di riforma?
Il punto è che noi siamo un paese troppo improduttivo, c’è troppa gente che non rientra nella fascia dei disoccupati ma ha ugualmente un posto di lavoro senza però essere produttiva, soprattutto nel pubblico o nel para-pubblico. In Italia il rapporto fra lavoro produttivo e improduttivo ha raggiunto soglie di insostenibilità. Il settore pubblico è pieno di gente che accetta stipendi bassi ma non produce, e per di più non fa che attrarre gente che non produce. Il costo di queste persone improduttive è diventato insostenibile sia per chi lavora sia per chi non ha un lavoro e sarebbe magari disposta a lavorare sodo.

Lei sostiene la libertà di licenziamento?
Occorre mettersi nell’ottica di creare disoccupazione per creare migliore occupazione nel futuro, ovvero di investire sulla creazione di nuova occupazione, accettando la disoccupazione.  

Qual è la situazione attuale?
Nel privato, le aziende hanno accettato un patto di basso profilo che funziona così: si accetta di avere persone non produttive a tempo indeterminato a condizione che il loro costo resti basso, mentre tutta la flessibilità si è scaricata sui nuovi entrati. In altri termini, si usano i giovani come carne da macello, il che non è solo irresponsabile per la società ma anche dal punto di vista delle imprese. Questo è una cosa che grida vendetta e fa danni, ripeto, non solo alla società ma anche alle stesse imprese. Non investendo sulle competenze e capacità ma sfruttando i giovani, le imprese si precludono possibilità di diventare più competitive nel futuro. Basti pensare a come sono stati utilizzati i fondi di formazione europei, che sono degenerati in sussidi intascati dalle imprese.

La flessibilità, per come la applicano certe imprese, va sempre a scapito di chi lavora. Forse, a parità di ogni altra condizione, chi è precario andrebbe pagato di più rispetto a chi ha il posto fisso: la flessibilità ha un costo per il lavoratore, e chi la compra, l’impresa, dovrebbe pagarla, o no?
Sono d’accordo, bisognerebbe fare in modo che la flessibilità costi di più, che sia disincentivata la flessibilità a basso costo. Nello stesso tempo, bisognerebbe rendere più flessibile il mercato in uscita (licenziamento di lavoratori a tempo indeterminato, ndr) e creare condizioni di incentivazione a chi invece assume il giovane e investe sul giovane. In altri termini, se io impresa assumo a tempo indeterminato una persona e so che ho dei costi inferiori, allora me ne faccio carico in termini lungimiranti. Quando invece prendo un lavoratore flessibile e ne posso misurare produttività e utilità senza impegni nel medio-lungo termine, allora è chiaro che in questo caso posso accettare un costo retributivo superiore. Così il tema si sposta sulla produttività: e se c’è più produttività il costo non è mai un problema per l’impresa.

Il nuovo patto sociale fra imprese e lavoratori, come lo vede lei, potrebbe essere qualcosa che suona così: maggiore flessibilità in uscita in cambio di una maggiore remunerazione della flessibilità in entrata?
Sì e dobbiamo tornare a stabilire un rapporto giusto fra entità retribuzione e produttività, che è sempre più legata alle competenze. Oggi le persone chiedono certezza sul posto di lavoro ma poi le imprese non investono, dobbiamo perciò tornare a lavorare sulle competenze e produttività.

Secondo gli ultimi dati Mediobanca su un ampio campione di medie e grandi imprese, negli ultimi tre anni le aziende sono comunque riuscite a licenziare, e anche in modo massiccio.
I tagli effettuati sono frutto di una riduzione della struttura dimensionale, in seguito alla crisi. Sono decisioni, quindi, che discendono dalla situazione generale; il licenziamento non è mai legato a valutazioni sulla persona, sulla sua produttività e, in definitiva, sulla reciproca proficuità del rapporto di lavoro.

L’ultima volta che si parlò di riforma dell’articolo 18 era giusto dieci anni fa, e c’era sempre un governo Berlusconi, che alla fine fu costretto ad archiviare. 
Bisogna aprire il fronte e affrontare il tema, a non ritenere che il tema sia un tabù.

Quali compensazioni immagina per il lavoratore a tempo indeterminato che viene licenziato?
Io sono dell’idea che un’azienda quando licenzia debba impegnarsi a dare un tot di soldi, a seconda dell’anzianità, e in più farsi carico della ricollocazione della persona, ovviamente nella misura in cui il lavoratore è disponibile a farsi ricollocare. Chi licenzia deve quindi farsi economicamente del supporto alla ricollocazione della persona. Oggi, quando ci sono dei licenziamenti collettivi, le aziende vengono richieste dai sindacati di dare un tot di mensilità di sussidio, ma nessuno chiede mai che si facciano carico di fare assistere le persone da società specializzate nel cosiddetto outplacement che possono aiutare il lavoratore a trovare una nuova occupazione.

Così lei tira acqua al suo mulino. 
Alla persona che è senza lavoro, specialmente se a seguito di licenziamento, serve avere un tutor che si impegni a cercargli lavoro. È diverso dalla ricerca e selezione, che viene fatta per l’azienda. Il supporto alla ricollocazione professionale è infatti un servizio alla persona: è una cosa molto utile, perché spinge molto le persone assistite a trovare lavoro, posto che vi sia la volontà di trovarlo.

Quanto costa questo servizio?
Mediamente sul mercato l’attività di outplacement costa non meno di due mensilità: una spesa assolutamente accessibile, e che vale molto di più. 

A quali parametri andrebbe agganciato l’indennizzo di licenziamento? Alla sola anzianità aziendale o anche all’età?
Possiamo guardare all’esempio della Germania, dove l’indennizzo è legato all’anzianità, una mensilità per ciascun anno di anzianità aziendale. Prendere come parametro di riferimento l’età della persona, invece, rischierebbe invece di rendere difficile ricollocarsi per chi ha superato i 50 anni. 

Nel dibattito, c’è anche il tema della contrattazione, che si tenta di spostare a livello aziendale. 
Bisogna andare avanti sulla traiettoria che questo governo ha cominciato a percorrere, spingendo sui contratti aziendali rispetto a quelli collettivi. Abbiamo anche bisogno che i sindacati si impegnino di più all’interno delle singole aziende, che vanno educate a far crescere le persone, perché l’azienda non ha sempre ragione. Chi gestisce le aziende deve essere più responsabile e il sindacato ha questo compito di far capire che le persone non sono un numero ma sono ciò che fa l’azienda. Il rapporto fra sindacato e azienda è un’occasione per trovare una soluzione vincente, che non deve essere decisa da Confindustira, Cisl, Uil e Cgil a livello centrale, ma dal confronto fra la singola azienda e le persone che ci lavorano, in modo non politicizzato.

Chi osteggia questo cambiamento, secondo lei?
Purtroppo il primo freno a questo decentramento della contrattazione non è il sindacato ma la Confindustria. 

La Confindustria?
L’associazione confederale ha bisogno della centralizzazione della contrattazione per mantenere la sua centralità, ma dobbiamo ricordarci che è la struttura associativa che va messa al servizio delle aziende, e non il contrario. Comunque, da quando la Fiat di Marchionne si è chiamata fuori, allora Confindustria ha deciso di muoversi, c’è stato uno choc forte che ha fatto bene all’organizzazione, anche se permangono forze conservatrici eccessive c’è il rischio di tornare indietro. 

E i sindacati?
Trovo apprezzabile l’approccio della Cisl: il segretario Bonanni sta spingendo in direzione della contrattazione aziendale a costo di perdere potere politico a livello centrale, e questo gli va riconosciuto. Anche la Uil è su questa linea, mentre mi sembra che la Cgil sia un po’ più indietro, anche se avverte la necessità di cambiamenti e ci sta provando. Sotto sotto, comunque, qualcosa di importante si sta muovendo. 

Si riuscirà a fare in tempo per il 16 agosto, giorno in cui è atteso il decreto del governo?
Non lo so, l’importante però è mettere in moto il processo.

lorenzo.dilena@linkiesta.it