Altro che Milanese, Berlusconi rischia sul ministro Romano

Altro che Milanese, Berlusconi rischia sul ministro Romano

Giovedì prossimo la Camera dei deputati voterà l’autorizzazione all’arresto nei confronti dell’ex collaboratore del ministro Tremonti, il deputato Pdl Marco Milanese. Pochi giorni dopo, l’Aula di Montecitorio sarà chiamata a esprimere un voto ancora più pericoloso per la tenuta della maggioranza: la mozione di sfiducia al ministro Francesco Saverio Romano. Colpevole, secondo il documento presentato dal Pd «di non dimettersi volontariamente, come sarebbe auspicabile per la credibilità per l’azione di Governo», nonostante sia «formalmente imputato di concorso in associazione mafiosa».

Un voto potenzialmente molto rischioso. Perché se la Camera votasse la custodia in carcere di Milanese, la maggioranza potrebbe comunque continuare a sopravvivere. Ma se il Parlamento sfiduciasse un esponente dell’Esecutivo, allontanare lo spettro di una crisi di governo sarebbe più difficile. «A dirla tutta – spiega un parlamentare di fede berlusconiana – un voto contro Milanese io l’ho già messo in conto». Un’eventualità non remota anche perché molti parlamentari del centrodestra potrebbero avere la tentazione di autorizzare le manette solo per fare uno sgarbo al ministro Giulio Tremonti (mai troppo amato dai fedelissimi del Cavaliere). Un ruolo importante spetterà poi ai deputati leghisti. A condannare il deputato potrebbero essere alcuni esponenti del Carroccio, quelli più vicini al ministro Maroni. In entrambi i casi i “franchi tiratori” sarebbero tutelati dal voto segreto. «Eppure – commenta il parlamentare del Pdl – non ci sarebbero ripercussioni sull’Esecutivo. La peggiore conseguenza è che la maggioranza perderebbe, dopo quello di Alfonso Papa, un altro voto in Parlamento». 

Diverso il discorso per Romano. Anzitutto per il suo ruolo all’interno dell’Esecutivo. Per ovvi motivi, infatti, i responsabili del gruppo Pdl alla Camera non potranno concedere la libertà di coscienza ai propri deputati (eventualità presa in considerazione per la vicenda Milanese). Come stabilito dal regolamento di Montecitorio, la mozione di sfiducia non prevede voti segreti. Sarà votata per appello nominale. L’ipotesi difficile, ma non impossibile, è che gli esponenti di qualche fronda all’interno del Pdl scelgano questa occasione per aprire una crisi di governo. Chi? Al momento tra i critici più “attivi” ci sono gli scajoliani – una settimana fa durante il voto sulla manovra si sono presentati solo alla secondo chiama – e i deputati vicini al sindaco di Roma Gianni Alemanno. 

Il presidente del Consiglio teme il voto. Da qualche ora, così, avrebbe iniziato il pressing su Francesco Saverio Romano per convincerlo a dimettersi (cosa che non ha fatto nei confronti di Milanese). L’indiscrezione è stata riportata oggi da alcuni quotidiani, ma smentita dal deputato Responsabile Pippo Gianni, vicino al ministro. «Romano – ha spiegato il parlamentare siciliano – gode della piena fiducia e apprezzamento del premier, che non ha la benché minima intenzione di chiedere le sue dimissioni». Dallo staff del titolare dell’Agricoltura preferiscono non commentare la notizia. Ma un parlamentare del Pdl che ha seguito da vicino la vicenda ammette: «Io so che il Cavaliere si è attivato in prima persona per spingere Romano a fare un passo indietro. Da qui ai prossimi mesi Berlusconi deve evitare con qualsiasi mezzo i voti a rischio». Il ministro non parla. Il 15 luglio scorso, all’indomani della presentazione delle mozioni di sfiducia – erano tre: una del Pd, una dell’Idv e una di Futuro e Libertà – aveva confermato la sua decisione di non dimettersi. «L’opposizione – aveva spiegato – strumentalizza la mia vicenda perché sono quello che ha sventato la caduta del governo (Romano era stato eletto nelle liste dell’Udc, ndr)».

Uno dei principali esponenti del gruppo Pdl alla Camera ostenta tranquillità. «Su Milanese si rischia, chiaro. Ma su Romano sono fiducioso. Nel Pdl ci sono alcuni deputati che hanno espresso il proprio dissenso sulla linea politica di questa maggioranza. Ma non credo che avrebbero il coraggio di arrivare a tanto». A pochi sfugge, però, che in caso di sfiducia al ministro sarebbe chiamato in causa anche il capo dello Stato. Lo stesso Giorgio Napolitano che lo scorso marzo – dopo aver assistito al giuramento del neo ministro – aveva affidato a una nota ufficiale del Quirinale le sue «riserve dal punto di vista dell’opportunità politico-istituzionale» sulla nomina di Romano.