Aumenta l’Iva, davvero consumeremo di meno?

Aumenta l’Iva, davvero consumeremo di meno?

Da oggi scatta l’aumento dell’Iva da 20 al 21 per cento. Il fisco si aspetta un gettito di 700 milioni per l’anno in corso e di 4,2 miliardi annui per il successivo triennio. Queste stime contenute nella relazione tecnica alla manovra, però, non tengono conto dei possibili effetti depressivi dell’aumento d’imposta. Produttori e distributori possono infatti decidere di riversare interamente sui clienti il punto percentuale in più di Iva, attuando una traslazione a valle dell’imposta . E il risultato finale potrebbe essere un calo dei consumi. Potrebbe: per vedere come andrà davvero a finire, bisogna aspettare le reazione effettive di operatori economici e delle famiglie.

Il servizio bilancio della Camera ha evidenziato il rischio di un effetto depressivo sui consumi che farebbe scendere la base imponibile. Per le associazioni di imprese è questo rischio è una certezza. La Cgia di Mestre ha calcolato che l’effetto medio annuo sarà di 92 euro a famiglia. «Prezzi più elevati, minori consumi», è la convinzione di Confcommercio, secondo cui «la traslazione sui prezzi finali dell’incremento dell’Iva provocherà un gradino inflazionistico, a regime, tra 3 e 5 decimi di punto». La conseguenza, secondo l’associazione, sarà di una riduzione delle maggiori entrate da 4,2 a 3,7-3,9 miliardi effettivi. La Coopa Italia ha stimato che un aumento di punto percentuale di Iva produce un calo di 7 miliardi di euro dei consumi. Alcuni esperti si sono spinti a ipotizzare anche un aumento del lavoro nero. Quando ancora l’intervento sull’Iva era in discussione in Parlamento, la Confersercenti lo definiva «una scelta sciagurata per l’economia e per le famiglie italiane».

Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre, teme ripercussioni negative sui consumi,«tuttavia, osserva, l’aumento dei costi a carico delle famiglie che si registrerà con l’aumento dell’ aliquota Iva, non sarà particolarmente pesante come si prospettava inizialmente». Sui beni di prima necessità l’Iva resterà al 4%, mentre non subirà modifica l’aliquota agevolata (10%) previste per alcune categoria di bene e servizi (p. es. bar, ristoranti, ristrutturazioni edilizie). Per Vincenzo Tassinari, presidente del consiglio di gestione della Coop Italia, l’effetto sul borsellino familiare potrebbe addirittura arrivare a 500 euro.

L’incognita, al di là dell’allarme lanciato dalle associazioni di categorie, è la reazione concreta degli operatori economici. Alla pompa di benzina – questo è sicuro – il rincaro si vedrà subito: 1,32 centesimi in più sulla benzina e di 1,22 centesimi sul gasolio secondo Quotidianoenergia.it. Su tutto il resto, però, la questione è più complessa. Trattandosi di imposta diretta, la traslazione è quanto di più semplice ci sia. Ma non è detto che accada in automatico. Molti commercianti sanno che devono fare i conti con una realtà economica debole, le famiglie devono fare i conti con la crisi. Quest’anno, se andrà bene, i consumi cresceranno dell’1%, mentre nel 2012 ci si aspetta uno zero virgola qualcosa. L’inflazione registrata dall’Istat ad agosto è invece del 2,8 per cento. Con queste premesse un ritocco verso l’alto dei prezzi potrebbe determinare un’iper-reazione dei consumatori. Si cerca di “assorbire” l’aumento, facendo economia altrove, senza toccare i listini. Quel che è certo, fanno notare alcuni commercialisti, sono la complessità amministrativa nella gestione  di acconti versati, fatture anticipate, note di variazione, che richiederanno un di più di attenzione.

I commercianti ci vanno comunque con i piedi di piombo. Una prima ricognizione effettuata a Milano da Linkiesta presso negozi del centro evidenzia la cautela. In centro come nell’area di Città Studi i piccoli esercenti sembrano orientati ad aspettare: «Rifaremo i listini all’inizio del prossimo anno per recuperare gli aumenti che ci sono stati da inizio anno – afferma un negoziante di via Pacini – La variazione Iva incide per lo 0,8% del prezzo finale e non è abbastanza per farci anticipare la revisione dei prezzi al consumatore, ma se i fornitori alzano i costi qualcosa faremo». Per Gabriel Meghnagi, attivo nel comparto abbigliamento dal 1957 con diversi punti vendita nel capoluogo lombardo, la sfida è lasciare i listini immutati. «L’aumento dell’Iva lo assorbiremo, tentando, come sta avvenendo con alcune griffes, di suddividere fifty-fifty l’incremetno dell’1 per cento – risponde Meghnagi, che è anche presidente di Ascobaires, l’associazione dei commercianti di Corso Buenos Aires – Non possiamo permetterci il rischio che un ritocco, seppur minimo, del prezzo al consumo incida ancora più pesantemente su una situazione molto critica per il mio settore». Analogo il ragionamento di Silvia Manicardi, imprenditrice che insieme con la sorella opera da tempo nel settore della telefonia, con punti vendita tra Modena e Reggio Emilia. «Almeno a breve non mi sogno di variare il prezzo dei miei prodotti – dichiara Manicardi a Linkiesta – perché, visto il calo di consumi che anche il mio segmento vive, ciò si tradurrebbe in un boomerang…va poi detto che ad oggi, sui prodotti commercializzati per Tim che hanno un prezzo imposto, la casa madre non ha dato alcuna indicazione nel senso di aggiornare i listini».

A Roma la musica è la stessa. Francesco Hausmann, uno degli eredi della Hausmann & Co, che dal 1794 vende, in tre punti vendita a Roma i migliori brand dell’orologeria mondiale, ci dice che «questo aumento è andato a complicare ulteriormente il quadro del settore in cui operiamo, influenzato com’è dal rafforzamento valutario del franco svizzero», È dalla Svizzera, infatti, che Hausmann importa gran parte dei prodotti. Il cambio forte del franco «ci ha così obbligato a ritoccare più volte il listino, comunque per ora e fino a quando non sarà chiaro l’attteggiamento dei nostri fornitori comunque non varieremo il prezzo per i nostri clienti». All’Enoteca Costantini, da oltre 30 anni, a Roma, un punto di riferimento della cultura del bere dicono con grande amarezza che questo aumento dell’Iva non ci voleva proprio, è un vero guaio, quando già avevamo l’Iva più alta d’Europa». Detto questo, «faremo di tutto per non trasferire automaticamente sulla nostra clientela l’1% di aumento che certamente subiremo dai nostri fornitori, perché il vero rischio è, pur a fronte di una aumento del prezzo finale di pochi decimi, che le vendite si deprimano ancora di più e il nostro cliente della cosiddetta middle-class, sempre più in difficoltà, sparisca definitivamente».

Nella grande distribuzione la questione è oggetto di riflessione. Ed è anche diventare uno spunto per campagne di marketing. L’Esselunga manterrà i prezzi e si accollerà il punto in più di Iva. Tassinari (Coop Italia) sottolinea che, a fronte di un aumento dell’inflazione del 15% nel poeriodo 2003-2010, «l’aumento dei prezzi di vendita alla Coop è stato solo del 4,9 per cento». Parole che, secondo il dirigente del mondo cooperativo, anche questa volta «la Coop farà la sua parte», attraverso «azioni verso i prezzi». Tuttavia, sottolinea,  «anche se ci sono aziende che si prodigano per non aggravare i prezzi, pongo una questione strutturale che richiede un impegno di sistema sul tema della crescita». Alcuni noti brand e catene di distribuzione nel settore dei beni di consumo hanno annunciato o stanno studiando azioni specifiche per assorbire l’impatto dell’Iva. Fra questi, Zara, Benetton, Stefanel. Chi invece non fa sconti, e non è una sorpresa, è la Apple: già da questa mattina tutti i prezzi sono stati aggiornati, traslando l’imposta sull’acquirente. Per l’iPhone 4 da16Gb il prezzo ufficiale sale da 659 euro a 664,50 euro, l’iPad 2 16GB WiFi passa da 479 a 483 euro mentre il modello base del MacBook Pro rincara di 9,58 euro a 1158,58. Quale sarà la risultante finale sull’economia, è difficile prevederlo oggi. Probabilmente, si collocherà in qualche punto fra le fosche previsioni delle associazioni di categoria e la volontà di commercianti e imprenditori di non perdere affari. 

(hanno collaborato Alberto Crepaldi, Lorenzo Dilena, Antonio Vanuzzo)