Bot al 4%, così i banchieri hanno scaricato Tremonti

Bot al 4%, così i banchieri hanno scaricato Tremonti

L’asta del Tesoro di questa mattina, che vede salire il rendimento del Bot annuali al 4,15%, come ai tempi del crac Lehman, segna un punto di rottura nella pax tremontiana con le banche. La notizia è che i  banchieri hanno scaricato il ministro, dopo tre anni in cui il patto di ferro aveva resistito alla crisi finanziaria, agli scandali sessuali del premier e a quelli immobiliari dei suoi ministri e, da ultimo, al capitombolo estivo dei titoli governativi italiani. 

Al di là delle scaramucce verbali, buone per titolarci i giornali, l’intesa si fondava su uno scambio: le banche hanno garantito aste affollate e offerte di sottoscrizione a tassi bassi, accettando di riempirsi di Bot e Btp; il ministro ha assicurato agevolazioni fiscali e un silenzio tombale sul collocamento presso la clientela di obbligazioni bancarie di scarso valore. Ancora ad agosto, i banchieri italiani non avevano fatto mancare il loro sostegno, accordando un ultimo aiutino al ministro dell’Economia, mentre era in corso il confronto sulla manovra: così il Bot annuale era stato collocato al 2,9 per cento. E a proposito di manovra, c’è chi nella lobby bancaria fa maliziosamente notare che il primo a rompere i patti è stato proprio Tremonti, con la decisione di aumentare l’Irap su banche e assicurazioni.

Un mese dopo, lo scenario è cambiato: i banchieri hanno scaricato Tremonti. Se il Tesoro vuole denaro in prestito, deve pagarlo come si conviene a un paese indebitato come l’Italia. Le offerte, con i quantitativi e i rendimenti, hanno decretato l’esito: quattro e passa per cento per un anno. Le voci di un imminente abbassamento del rating della Francia (attualmente tripla A, il giudizio di massima affidabilità) hanno contribuito certamente a influenzare gli umori. Ma la rottura del vecchio patto è ormai un fatto: la perdità di credibilità del governo comincia a essere prezzata anche dai banchieri in corso d’asta. 

Alle nuove, più onerose condizioni, tuttavia, la domanda non manca. Infatti, per i Bot annuali le richieste, sia pure in calo, sono state una volta e mezzo l’importo offerto (erano doppie nell’asta precedente). Una parte rilevante è arrivata dal retail, dai piccoli risparmiatori. Può sembrare curioso in un momento in cui la parola default non è più un tabù nemmeno quando si parla di governi. Eppure, le famiglie sono corse a sottoscrivere i Bot. Sono consapevoli? Hanno accettato il maggior rischio per avere più rendimento? Forse, banalmente, sono state “indirizzate” dalle banche. Così, mentre gli investitori esteri fuggono e i banchieri nostrani nicchiano, al Tesoro non resta che ingolosire i Bot people.

Ma non c’è da festeggiare. Se la sostituzione del debito in scadenza proseguirà a questi tassi per le finanze pubbliche sarà un salasso: in assenza di crescita, serviranno nuovi tagli alla spesa per sostenere i maggiori interessi. La seconda manovra non ha ancora finito l’iter parlamentare, e all’Italia tocca pensare alla prossima mossa. 

lorenzo.dilena@linkiesta.it

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