Ground Zero, dieci anni dopo si muore ancora

Ground Zero, dieci anni dopo si muore ancora

NEW YORK/MILANO – Jerry Borg, ragioniere di professione e attore a tempo perso, la mattina dell’11 settembre 2001 è al computer, nel suo ufficio a due passi dal World Trade Center. Quando la seconda torre viene attaccata, Borg, insieme ai colleghi, lascia l’edificio. Sconcertato e avvolto in una nuvola di cenere e detriti, corre a casa, un appartamento sulla Cinquantesima strada. Due mesi dopo avverte problemi respiratori. Nei mesi successivi le sue condizioni di salute si aggravano. Non fa che tossire, salire le scale è diventato un supplizio. Dopo anni di malattia, lo scorso 5 dicembre, Borg, sessantatreenne, muore di una malattia polmonare, la sarcoidosi.

Nonostante negli anni successivi all’11 settembre 2001 siano morte almeno mille persone esposte alla nube tossica sollevata dal crollo delle torri, Borg è una delle sole tre il cui decesso è stato ufficialmente riconosciuto dall’Office of Chief Medical Examiner di New York (agenzia governativa che indaga sulle morti violente in città) come omicidio provocato direttamente dal pulviscolo di detriti. Borg, un brooklyniano solitario con l’hobby della recitazione, è diventato quindi la vittima numero 2.753 degli attacchi dell’11 settembre, e il suo nome è stato inciso in calce alla lista del Memorial Wall. Le altre due persone la cui scomparsa è stata riconosciuta dall’agenzia sono Felicia Dunn-Jones, 42 anni, avvocatessa, e Leon Heyward, 45 anni, impiegato comunale: entrambi hanno attraversato la montagna di detriti per mettersi in salvo.

Il Congresso l’anno scorso ha creato un fondo da 2,78 milioni di dollari per compensare gli oltre 50mila soccorritori ammalati a causa dell’esposizione alla nuvola di cenere e polvere del World Trade Center, e stanziato 1,5 miliardi di dollari per finanziare cure mediche per pompieri e volontari di primo soccorso. Chi ha lavorato tra le rovine delle torri per giorni ha sviluppato forme d’asma con una frequenza superiore alla media. E una ricerca pubblicata sul settimanale medico The Lancet la scorsa settimana indica che le probabilità per un pompiere esposto al pulviscolo tossico dell’11 settembre di contrarre un cancro è del 19% superiore a quelle di un collega non operativo tra le macerie.

Eppure, a dieci anni dalla tragedia non è stata fatta ancora luce sulla relazione tra le malattie contratte dai sopravvissuti alla tragedia (e i soccorritori) e la nube di un milione e mezzo di tonnellate di particelle di cemento, piombo, amianto, mercurio e diossina. Per cui questa mancanza di prove certe ha portato l’Office of Medical Examiner a essere molto cauto nell’aggiungere persone come Borg alla lista delle vittime dell’11 settembre. Il direttore dell’agenzia Charles Hirsch non ha mai riconosciuto come causata dalla nube tossica, per esempio, la malattia e la successiva morte il 5 gennaio 2006 a soli 34 anni del poliziotto James Zadroga sostenendo che il suo decesso fu dovuto a un abuso di farmaci, e non alle lunghe settimane di lavoro tra i resti delle Twin Towers.

L’uomo incaricato dell’autopsia di Zadroga, il dottor Gerard Breton in un’intervista per il documentario «9-11 Toxic Legacy» ha spiegato: «Mi colpì subito la dimensione dei suoi polmoni, erano enormi». I polmoni di Zadroga erano tre volte quelli di una persona sana, perché pieni di detriti. L’80% del tessuto polmonare era punteggiato di granulomi, cellule giganti abbarbicate attorno a corpi estranei, i detriti appunto. Che alla fine lo hanno asfissiato. Le autorità competenti, a partire dall’allora senatrice dello Stato di New York Hillary Clinton, sono sempre state restie a collegare l’esposizione alla nube di Ground Zero e le malattie che colpivano chi vi aveva lavorato. Il ruolo più ambiguo in questo senso è stato giocato dalla Environmental protection agency (Epa, l’ente governativo per l’ambiente). Dopo il crollo delle torri, l’amministratrice dell’Epa Christine Whitman, frangetta fulva e sorriso stampato in viso, si affrettò ad annunciare in televisione che l’aria di Ground Zero non poneva rischi alla salute.

Le cose non stavano esattamente così. Un’inchiesta interna all’Epa del 21 agosto 2003, avrebbe spiegato che «considerazioni concomitanti, come problemi di sicurezza nazionale e il desiderio di riaprire Wall Street hanno giocato un ruolo fondamentale nei comunicati sulla qualità dell’aria diffusi dall’Epa». Insomma le direttive dall’alto erano chiare: infondere fiducia e coraggio, minimizzando le preoccupazioni legate alla cappa tossica che copriva la parte meridionale dell’isola di Manhattan. E così si capiscono anche le parole raggelanti del sindaco Rudolph Giuliani: «Se mai avete pensato di visitare New York, fatelo adesso», cercando di infondere coraggio alla sua città e al resto della nazione appena colpita dagli attacchi terroristici. Il fumo e la polvere avevano avvolto Lower Manatthan e il Presidente Bush invitava i newyorkesi ad «andare a lavorare» affinché la situazione di stallo durasse il meno possibile. Solo una settimana dopo il crollo delle Twin Towers riaprivano i battenti di Wall Street, che si trova a pochi isolati.

Un disastro ambientale di proporzioni enormi. A maggio 2004, un rapporto pubblicato dalla rivista Environmental Health Perspectives dimostra che la polvere causata dal crollo delle Torri gemelle è più tossica rispetto a quanto indicato dalle rilevazioni iniziali e che l’attacco terroristico ha determinato un disastro ambientale acuto di proporzioni enormi. E gli effetti sulla salute non si sono fatti attendere: l’80% di coloro che hanno operato durante l’emergenza hanno riportato un problema polmonare che si è sviluppato o è peggiorato negli anni a seguire. I newyorchesi che in quei giorni hanno respirato l’aria di Manhattan potrebbero essere colpiti da asma, problemi cardiaci, enfisemi o, peggio ancora, cancro.

Perchè nel crollo delle torri gemelle sono andati polverizzati 56mila metri quadrati di finestre, 465mila mq di superfici verniciate, 650mila mq di pavimenti. Al loro interno c’erano 50mila computer, ognuno dei quali conteneva quasi due chili di piombo. Sotto l’edificio numero 7 del World Trade Center, adiacente alle Torri e anch’esso crollato, c’era una centralina elettrica con dentro quasi 500mila litri di petrolio: il fuoco nell’incendio che seguì al crollo covò sotto le macerie fino a dicembre. Non si contano le tonnellate di plastica bruciata, l’amianto, il mercurio, i pesticidi che aleggiarono sulla città e, grazie al vento che soffiava da nord-ovest, si spostarono su Brooklyn. Ora, a distanza di dieci anni, le malattie e le morti per la tosse assassina non si possono più nascondere anche se è difficile provare la causa-effetto tra la vicinanza a Ground Zero e lo svilupparsi di patologie respiratorie. Solo nei prossimi anni sarà possibile capire e approfondire gli effetti della polvere dell’11 settembre. E altri nomi potrebbero aggiungersi alla lista del Memorial Wall.

Il racconto dei vostri dieci anni dopo l’Undici settembre

Vi chiediamo di inviare un racconto dei vostri ultimi 10 anni in occasione del decennale dell’Undici settembre. Da quella mattina di New York a oggi raccontateci che cosa è cambiato e che cosa vi è successo. Come già fatto in precedenza, Linkiesta pubblicherà i vostri racconti. Inviate il vostro materiale a racconti@linkiesta.it