“La banca non fa più credito”, allarme rosso tra le imprese

“La banca non fa più credito”, allarme rosso tra le imprese

Si fa credito solo ai novantenni se accompagnati dai genitori. Molti ricorderanno la targhetta umoristica ben esposta accanto al bancone di molti negozietti. Ma in questi giorni allo sportello non si scherza: la targhetta non c’è, il credito nemmeno. Salvo per chi abbia abbondanti garanzie reali da prestare su capannoni o immobili privati del titolare. Per tutti, come Linkiesta ha rivelato lo scorso 5 settembre, sono partite le lettere che annunciano la revisione al rialzo dei tassi applicati. Gli eventi di queste ultime due settimane, coronati con l’abbassamento del rating dell’Italia deciso ieri da S&P, ha aggravato la situazione.

In molti casi l’aumento dello spread applicato all’Euribor a 3 mesi (oggi a 1,5%) arriva fino a quattro punti percentuali. Un rincaro del costo del denaro tale da spingere molte Pmi a rinunciare al credito, ma anche al business. Con il risultato che la crisi finanziaria scoppiata quest’estate si sta trasmettendo all’economia reale. «Avere spread rispetto all’Euribor di 4 punti percentuali sta diventando la regola», racconta Flavio Pasotti, imprenditore ed ex vicepresidente nazionale della Confapi (la confederazione della piccola e media industria privata), secondo cui «stiamo rischiando una contrazione del credito superiore a quella avuta nel 2008, perché stavolta c’è molta prudenza anche fra le Bcc». Il motivo è presto detto: l’aumento del costo del credito, che ha colpito il Tesoro italiano, si è immediatamente riflesso sulle banche, che a loro volta lo riversano sulla clientela.

Nel primo semestre, solo le grandi banche come Unicredit e Intesa Sanpaolo si erano segnalate per una contrazione, sia pure minima, del credito, a fronte di un aumento molto più incisivo delle sofferenze (nel grafico Npl, non performing loan). Le banche minori, soprattutto Popolari, hanno continuato ad espandere gli impieghi: ma nello stesso tempo hanno registrato un incremento rilevante anche nei crediti malandati. I mesi estivi hanno tracciato però una linea di demarcazione, e ora la stretta del credito riguarda tutti: esplicita o attuata, indirettamente, attraverso l’aumento dello spread, che spinge molte Pmi a rinunciare.

Focus sulla raccolta. «Di fronte ai problemi macro, per di più aggravati dalla perdita di credibilità dell’Italia, c’è una parte rilevante del sistema bancario che ha abbandonato l’impegno sulla crescita sugli impieghi e si preoccupa solamente di generare liquidità. Per quanto ho potuto osservare, anche molte Bcc hanno dato istruzioni di raccogliere depositi, mentre per impiegare c’è tempo. Nel complesso riscontro una minore propensione a concedere finanziamenti», afferma Fabio Bolognini. Già vicedirettore generale di Unicredit Banca d’Impresa, poi responsabile delle Pmi per Banca Intesa, Bolognini è ora amministratore delegato della Linker srl, una società da lui fondata per assistere le Pmi nell’accesso al credito bancario e nella ristrutturazione debito. «Il credit crunch è in atto ma riguarda solo una metà delle imprese», precisa.  

Le banche stanno cioè operando una selezione drastica fra imprese a cui concedere credito e altre a cui chiudere i rubinetti. Occhio e croce, della prima categoria fanno parte le Pmi che ricevono un rating interno (attribuito cioè dalla banca) compreso nelle prime 5-6 top class di rating (su un totale di 11-13 classi). Per le altre, se va bene il credito resta immutato, oppure si procede alla revoca. Quello che è più grave, però, è la lentezza con cui vengono gestiti i casi di crisi. E all’imprenditore, trascorso qualche mese di attesa, non resta altro che portare i libri in tribunale o cercare un accordo con i creditori.

Le statistiche della Banca d’Italia non hanno ancora colto appieno il fenomeno, ma le «Principali voci dei bilanci bancari» rilevate a luglio danno una chiara indicazione sulla direzione presa. La dinamica dei prestiti alle società non finanziarie è rallentata, mentre i tassi su tutte le tipologie di prestiti sono aumentati, sia che si parli di credito al consumo (Taeg medio 9,16%) o di mutui prima casa (3,51%) sia che si tratti di finanziamenti alle imprese non finanziarie (4,64% il tasso medio sui prestiti in c/c).

Nel secondo trimestre 2011, le procedure fallimentari hanno invertito la tendenza a sorpresa. I dati dell’Osservatorio Cerved mostrano un boom di fallimenti, mentre le richieste di concordato preventivo sono rimaste stabili. Con 3.400 nuovi casi, nel trimestre aprile-giugno i fallimenti sono aumentati del 13,1% rispetto allo stesso periodo 2010. Un tetro segnale premonitore.

lorenzo.dilena@linkiesta.it