La sindaca di Rosarno sfida il boss della ’ndrangheta

La sindaca di Rosarno sfida il boss della ’ndrangheta

ROSARNO (Reggio Calabria) – «I cittadini di Rosarno nella stragrande maggioranza sono laboriosi e onesti. Da anni soffrono sulla propria pelle la presenza sanguinaria della ‘ndrangheta. Se ci sono istituzioni credibili, i rosarnesi sanno da che parte stare». Giuseppe Lavorato ha fatto il sindaco dal ’94 al 2003. La sua giunta è stata tra le prime in Italia a costituirsi parte civile e a confiscare i beni mafiosi. Qualche settimana prima di terminare il suo mandato, fu acquisita al patrimonio comunale l’abitazione di Rocco Pesce, detto ‘u pirata, fratello del boss della ‘ndrina più potente del paese. L’edificio era abusivo. Da allora quella pratica è rimasta in un cassetto.

La casa fa parte da anni del patrimonio comunale ma i Pesce – madre e fratello del boss – continuano ad abitarci. Uno dei tanti casi in cui la legge della ‘ndrangheta umilia quella dello Stato. Nel dicembre 2010 – undici mesi dopo la rivolta degli africani – Elisabetta Tripodi diventa sindaco di Rosarno. Uno scatto di orgoglio dei cittadini dopo le accuse rivolte alla comunità, ma anche il frutto del processo innestato dai fatti di gennaio. La giunta Tripodi chiude l’atto avviato nel 2003. «Abbiamo semplicemente concluso una procedura che nessun altro aveva toccato negli anni. È solo un atto amministrativo dovuto».

Ma nel reame dei boss è anche un gesto rivoluzionario. E così arriva la reazione. Rocco Pesce fa inviare una lettera dal carcere milanese di Opera. È condannato all’ergastolo ma non sottoposto al 41 bis, dunque la sua corrispondenza non è censurata. Particolare inquietante, qualcuno si è procurato la busta all’interno del Comune. È infatti una di quelle con la carta intestata, ad uso solo dei funzionari del municipio. Potrebbe significare: uno dei nostri è vicino a voi. È solo il primo di una serie di messaggi. «La lettera è fatta di più pezzi», ci spiega il sindaco. «C’è una parte con riferimenti tecnici precisi e una parte allusiva che sembra più propria di un soggetto abituato a questo gergo».

Nella prima, frutto evidentemente di una “consulenza legale”, si protesta per lo sgombero dell’immobile e per la costituzione di parte civile da parte del Comune nei processi contro i Pesce. Nella seconda parte, si osserva che “ogni persona ha i propri scheletri nell’armadio e converrà con me che l’estremo perbenismo è solo ipocrisia”. E si allude a comuni parenti che discutevano dei fatti del paese nei “consueti aperitivi sul corso Garibaldi”. «Non mi sono sentita minacciata. Mi sono sentita diffamata», ci dice Tripodi. «È un tentativo di destabilizzarci perché abbiamo inaugurato un nuovo modo di amministrare».

La lettera è stata resa pubblica. E anche questa è una novità. Le missive dei mafiosi, spesso scritte dagli avvocati, sono uno strumento abituale per mettere a tacere con allusioni o minacce. I boss non hanno gradito neppure la costituzione di parte civile. «Non è la prima volta che succede – spiega il sindaco –. L’amministrazione Lavorato è stata la prima. Non è un atto contro un nemico specifico ma contro un nemico generico, cioè tutti coloro che portano danni alla comunità».

Il 10 agosto è stato catturato Francesco Pesce, detto ‘u testuni. Lo hanno arrestato dentro un bunker sulla strada che unisce il Tirreno con lo Jonio. Viveva come un topo, sottoterra, in uno spazio limitato e col timore che prima o poi venissero a prenderlo. Carcere e bunker, ospedale e obitorio. È la vita normale dei boss e nonostante tutto sono un modello per troppi giovani. Anche se da qualche tempo hanno cominciato a perdere colpi. La rivolta degli africani porta l’attenzione mediatica sul territorio. E controlli, indagini, arresti. Da mesi la famiglia Pesce è sotto attacco. Le operazioni All Inside 1 e 2, i sequestri di beni – per un totale di centonovanta milioni di euro – e la cattura dei latitanti sono le tappe di uno scontro frontale inedito.

«Mi congratulo con le forze dell’ordine per la brillante operazione compiuta nei giorni scorsi», ha scritto il sindaco dopo la cattura di Francesco Pesce. «La presenza dello Stato si riafferma nel nostro territorio, rafforzando il senso di sicurezza e ponendo le basi per una “rinascita” del tessuto sociale che spetta a tutti noi cittadini compiere». Ancora una rottura. Perché? «In un clima decisamente nuovo, con un’attività della magistratura e delle forze dell’ordine molto forte in questo periodo a Rosarno, credo che un sindaco non si possa girare dall’altra parte e fare finta che il fenomeno non esista». Dal primo settembre Elisabetta Tripodi ha la scorta. Tecnicamente, è un servizio di protezione personale disposto dalla Prefettura dopo aver accertato che la lettera è autentica e sussistono condizioni di pericolo.

‘U pirata, u testuni, u pacciu, u babbu, u ballerinu. Sono i soprannomi degli esponenti della ‘ndrina, spesso ereditati di padre in figlio. I Pesce sono una delle dinastie mafiose di maggior rilievo. Con i cartelli messicani e colombiani si occupano di traffico internazionale di cocaina, agevolavano ditte cinesi per far arrivare merce contraffatta nel porto di Gioia Tauro, hanno provato a clonare il modello criminale calabrese fondando in Basilicata il clan dei “Basilischi”.

A Rosarno controllano tutto, dalle pompe di benzina alla squadra di calcio. Un territorio che era relativamente ricco – grazie all’agricoltura – è stato lentamente e inesorabilmente prosciugato. «L’imperio mafioso parte dalle campagne e arriva nei mercati», denuncia da anni Giuseppe Lavorato in totale solitudine. «Negli anni ’70 la ‘ndrangheta ha allontanato dai nostri paesi i commercianti che pagavano il prodotto ad un prezzo remunerativo, per rimanere sola acquirente ed imporre il proprio basso prezzo».

Dopo l’operazione All Clean, la denuncia dell’ex sindaco ha trovato una conferma inequivocabile. Alcune delle aziende sequestrate permettono di ricostruire la filiera delle arance nel rosarnese: una cooperativa per la raccolta e la commercializzazione, numerose ditte di trasporti, due di imballaggio in plastica e cartone. E in più una catena di supermercati. Difficile in questi anni non conferire gli agrumi, ordinare cassette, vendere il prodotto a ditte che non fossero nell’orbita dei Pesce. I mafiosi si arricchivano, i piccoli produttori diventavano sempre più poveri e gli africani dormivano d’inverno in fabbriche abbandonate col tetto sfondato. Poi il 12 dicembre del 2008 un rapinatore ferisce due ivoriani. Poche ore dopo gli africani danno vita alla prima rivolta pacifica e vanno dai carabinieri a descrivere l’uomo. Sarà arrestato dopo poche ore. Si chiama Fortugno e molti dicono che è un balordo. Nell’aprile del 2011 verrà rinviato a giudizio insieme agli affiliati del clan Pesce.

«Non può morire la “primavera di Rosarno”, né possiamo permetterci di spegnere la speranza» ha detto il sindaco. Tutto il consiglio applaude in piedi. Arriva la solidarietà dei sindaci della Piana. «Non erano applausi di circostanza. Ho ricevuto moltissima solidarietà, ho sentito l’affetto di molte persone. Non mi sento sola –  spiega. – Io oggi le istituzioni le sento molto vicine. Fondamentalmente, Rosarno è costituita per la maggior parte da persone perbene e oneste che hanno molto subito in questi anni».

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