Lettera di un dirigente locale: “Pdl a pezzi, Alfano sbrigati”

Lettera di un dirigente locale: "Pdl a pezzi, Alfano sbrigati"

Caro Segretario,

negli ultimi mesi le idee, le proposte e gli scontri, così come anche le proteste anti-casta si sono intrecciate da destra a sinistra. Uno scenario fitto e ingarbugliato dove tutti dicono la propria senza riuscire a venirne a capo. Dall’altra parte, ormai simbolo di ogni autunno, è la piazza, che sempre più incalza, si scalda e grida vendetta. Dopo anni siamo arrivati al bivio. Logico è domandarsi: piazza e antipolitica contribuiranno al vero rinnovamento della nostra classe dirigente? Un interrogativo non da poco conto considerato che intellettuali, opinionisti e politici abituati a dettare le linee guida, non riescono a venirne a capo.

Di piazze ne abbiamo viste parecchie: ad iniziare da quella portatrice di idee fino a quella becera e qualunquista. La prima, in parte organizzata, fatta di bandiere, di cori, di lavoratori, operai, braccianti e studenti. La seconda – rozza e maleducata – di parolacce, di lazzi, capace di scatenare gli istinti peggiori. La mescolanza spesso singolare e non sempre simmetrica delle due piazze ha fatto avanzare nella coscienza dei cittadini un sentimento di avversione verso la politica e verso i partiti politici, portando a un risultato finale di sfida che è l’antipolitica.

L’antipolitica da sempre insegue il leit-motiv della protesta dei cittadini, dalla critica del sistema e dei governi, ai privilegi della politica e dei suoi rappresentanti. Dalle macchine blu ai vitalizi, dalle indennità agli sprechi. Pochi o quasi nessuno considerano l’antipolitica come una ribellione dal basso, positiva, costruttiva e propositiva, inscenata per riempire il buco lasciato dalla politica. Una manifestazione di volontà e di partecipazione al dibattito del popolo a cui si presuppone una richiesta ben precisa, una diversa concezione della politica: più democratica e partecipativa. E nello stesso tempo con più qualità e più rapida nel decidere. Un percorso ancora tutto da inventare se consideriamo lo strappo del ‘92 dove l’affarismo e il clientelismo la facevano da padroni e che la fase di transizione tra la Prima e la Seconda Repubblica a tutt’oggi non appare del tutto completata.

È questa la critica che negli ultimi anni può essere mossa ai partiti politici e, poiché ci riguarda da vicino, nei confronti del Popolo della Libertà. Un partito che doveva essere di popolo, ma in cui ha prevalso una sorta di miopia dilagante. Che anziché guadagnare in energia rivoluzionaria con l’aumentare della sua forza, dei consensi e della compagine politica, anziché attuare il cosiddetto riformismo sociale, una sorta di volontà riformatrice che determina il giusto dinamismo per far fronte a tutta una serie di problematiche che attanagliano il Paese, ha prodotto un risultato esattamente inverso. Le lotte intestine, che non possono essere nascoste, la fuoriuscita di Fini e i vari localismi, hanno spesso provocato la completa stasi nelle decisioni di partito: un elemento che generano sfiducia nell’opinione pubblica e nell’elettorato.

Ora il momento non è più rimandabile: occorre uscire dal guscio protettivo divenuto fragile.Affinché si abbandoni definitivamente quella che per troppo tempo è stata l’idea dell’élite gestionale. Il superamento dell’elitismo è divenuto prioritario. E questo è possibile solo attraverso una classe politica pronta ad accogliere ed intercettare su di sé nuovi elementi, condividendo questi valori con entusiasmo, passione, desiderio e determinazione. Uniti per infrangere la barriera del cinismo più sfrenato, contro l’odio e la rinuncia.

Altrimenti è presto detto. Un partito che non è capace di esaltare le qualità di ognuno, intercettando e dando risposte strategiche per il futuro e per l’Italia, o, viceversa, si arrocca a difendere su tutto la sopravvivenza dell’organizzazione e non la realizzazione del suo programma, è destinato al fallimento. Un partito che perde di sensibilità verso le naturali richieste che arrivano dalla società, è destinato al tracollo. Una società che chiede che ogni donna e ogni uomo abbiano le medesime possibilità e possano essere valutati in base ad un principio meritocratico, senza alcun pregiudizio o discriminazione, ponendo l’attenzione ai nuovi diritti e alle nuove libertà, alla modernizzazione inclusiva, ai diritti dell’individuo visto non più solo come utente, consumatore o lavoratore bensì Persona.

La critica decennale a cui assistiamo ancora oggi non si può imputare alla sola distinzione tra una «maggioranza disorganizzata», la piazza che protesta e fa rumore, e una «minoranza organizzata», l’élite che dirige. Quanto al fatto che non si riesce a guardare il problema dei problemi: la selezione della classe dirigente. Di conseguenza, ad una nuova classe politica che abbia la coscienza di tenere presente l’antipolitica positiva e propositiva, trasformandola in una opportunità.

Per fare questo occorre un partito veloce e moderno, al passo con i tempi. Snello e territoriale, comunitario e tradizionale: una casa aperta a tutti i moderati. Un partito che abbia delle regole di etica e di organizzazione, che non devono essere per forza il proseguimento del principio minoritario o di gruppo minoritario secondo il quale “potere” significa «essere sempre in mano a una minoranza organizzata». Perché da qui il passo è breve verso la trasformazione di quella minoranza in un apparato oligarchico.

Il punto è nella necessità di seguire quelli che sono i veri principi di convivenza, democratici e partecipati.Principi chiari ed efficaci: tutti gli iscritti il diritto di sentirsi al centro della vita e delle scelte del partito. Il confronto non deve essere temuto ma cercato.

I congressi sono divenuti imprescindibili per la crescita e per la vita di un partito. Congressi, primarie e una nuova legge elettorale per riformare la politica, dove ad ogni livello si possa scegliere i propri rappresentati: questa potrebbe essere la via giusta. Un’autoriforma che deve far attenzione a non rimanere ingabbiata alle vecchie regole del passato, non deve essere succube a quanti erano pronti a sbandierare l’appartenenza all’élite. La quale, spesso con prepotenza sfacciata, per la conquista della leadership si batteva in una sorta di gara a chi deteneva più tessere.

Tutto questo dovrà appartenere ad un passato che è opportuno dimenticare. Il mondo è cambiato. Ma i partiti e la politica rischiano di non seguirlo. Sono indispensabili idee e progetti finalizzati non solo alla crescita interna. Ma anche alla ricostruzione del partito con un’altra veste con un’altra visione: essenziale per riaprire il dibattito con gli storici alleati della Casa delle Libertà prima, e del Popolo delle Libertà dopo. Un partito finalmente aperto ad un coinvolgimento più diretto della polis nelle scelte, il vero valore aggiunto. Altrimenti da qui a pochi anni c’è il rischio che il Pdl si trasformi in un contenitore vuoto fine a se stesso, con la certezza che si innescheranno faide per la conquista del controllo, tipiche della regia neppure tanto occulta del correntismo.

Segretario,

la base crede in questo rinnovamento. Noi siamo pronti a giocare la partita fino in fondo e a vincerla, per questo lavoriamo per il rilancio del Popolo della Libertà. Il compito più duro spetta a te per dare un anima nuova al movimento, un soggetto politico che dovrà rivolgersi a tutti, completamente diverso dai vecchi partiti dominati dalle nomenklature e contro le correnti e il ritorno delle vecchie liturgie autoreferenziali che furono una delle cause della disgregazione del sistema partitico della Prima Repubblica.
Questo è il mio, il nostro auspicio e spero anche il Suo!

Con affetto e stima.

Vincenzo Tanzi

*Vicecoordinatore Vicario Pdl Udine

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