Nella sua Germania Ratzinger trova aria di scisma

Nella sua Germania Ratzinger trova aria di scisma

CITTA’ DEL VATICANO – Torna di moda lo scisma, con Papa Ratzinger. Quella che era una parola estrema, un termine tabù, una chimera relegata alle raffinate analisi sociologiche degli ultimi decenni, è di nuovo attuale. Evocato o paventato, ma comunque chiamato per nome dagli stessi uomini del Vaticano, lo scisma non è più un ricordo storiografico, ma una prospettiva del futuro prossimo in molti dei dossier caldi che si trovano sulla scrivania di Benedetto XVI: il viaggio in Germania, i Lefebvriani, i rapporti con la Cina. Proprio a questo Papa che aveva programmaticamente puntato fin dalle prime mosse a rafforzare l’unità della Chiesa cattolica tocca assistere all’emergere di fratture definitive, disobbedienze al successore di Pietro, divorzi ecclesiali. Conseguenza dell’evoluzione storica e della complessità geopolitica della cattolicità. Ma frutto anche di un Pontificato che non transige sul recupero dell’ortodossia, anche a costo di creare nuove fratture o smuovere faglie sommerse.

Di scisma si parla ora in Germania, dove Benedetto XVI è in  visita da oggi al 25 settembre (Berlino, Erfurt, Friburgo). Ma è qualcosa di più di un’arma retorica brandita dai due fronti avversi, il progressista e il conservatore, il filo-protestante e il cattolico-romano. La vicenda della pedofilia ha infatti mostrato un grave fallimento della Chiesa e, nel mondo germanico, ciò ha accelerato la richiesta di riforme strutturali. Prendendo le mosse dall’episodio-madre dello scandalo – la vicenda degli abusi sessuali compiuti nei decenni passati nel collegio dei gesuiti Canisius, a Berlino, coraggiosamente denunciato a inizio dell’anno scorso dal rettore dell’epoca, padre Klaus Mertes – un gruppo di 143 teologi tedeschi (tra gli altri Hans Kueng, Peter Huenermann, Dietmar Mieth, Juergen Werbick) ha redatto un appello intitolato “Chiesa 2011: Una svolta necessaria”.

Il “Memorandum Freiheit” (memorandum libertà), poi sottoscritto via internet da numerosi altri accademici dell’area germanofona e del resto del mondo (in Italia da Giuseppe Ruggieri dello Studio teologico San Paolo di Catania), affronta alcune questioni ancora irrisolte dall’epoca del Concilio Vaticano II come la partecipazione di tutti i fedeli alla vita ecclesiale, il rischio di una liturgia tradizionalista, il rispetto dei diritti all’interno della Chiesa e della libertà di coscienza dei fedeli, anche su questioni come le unioni gay, e la questione dei divorziati risposati. L’iniziativa si è intrecciata con il processo sinodale di “dialogo e riflessione” quadriennale che il presidente della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Robert Zollitsch, ha lanciato a settembre del 2010. Il primo appuntamento di questa iniziativa tesa a superare la crisi della pedofilia e recuperare la credibilità della Chiesa in Germania è stato a giugno a Mannheim e lo stesso Zollitsch, accompagnato da altri tre vescovi, ne ha riferito al Papa in un’udienza riservata che si è svolta il 13 agosto a Castel Gandolfo e che avrebbe toccato anche il tema delle riforme invocate dai teologi ribelli.

Nel frattempo il numero dei fedeli che ogni anno lasciano la Chiesa cattolica tedesca ha avuto un picco dopo lo scandalo degli abusi sessuali. Mentre la televisione pubblica Zdf ha pubblicato di recente gli esiti di un sondaggio secondo il quale l’80 % dei cattolici tedeschi auspica l’abrogazione del celibato e l’accesso delle donne al sacerdozio. E anche alcuni politici cristiano-democratici hanno unito la loro voce alla richiesta di riforme nella Chiesa. Tanto da spingere un membro tedesco della Curia romana, il cardinale tedesco Paul Cordes, a denunciare un “clima scismatico” in Germania. Non è sulla stessa linea il presidente della Conferenza episcopale tedesca. Mons. Zollitsch non è un campione di progressismo come il suo predecessore, il cardinale Karl Lehman, arci-nemico di Raztinger. Ma, in questo frangente, ha preso posizione. Ed in una intervista alla Zeit ha aperto alla possibilità di dare la comunione ai divorziati risposati.

Il cardinale Joachim Meisner, arcivescovo di Colonia e grande amico del Papa, e il nunzio apostolico a Berlino, monsignor Jean-Claude Perisset, hanno subito preso le distanze. Più in generale, Zollitsch ha dimostrato impazienza per le riforme: «A volte anch’io rischio di stancarmi e penso: perché non si va più velocemente? A volte devo infondere a me stesso la necessaria pazienza». E a Roma, ha detto il presule, «subodorano subito l’apostasia quando in Germania discutiamo in modo un po’ più controverso». Il Papa conosce bene la Germania, ha assicurato Zollitsch, ma a Roma la Germania viene guardata con sospetto «perché vista volentieri come il paese dello scisma».

Poco lontano, nel frattempo, in Austria, un consistente gruppo di trecento parroci, pari al quindici per cento del clero del paese, ha messo a dura prova la capacità di dialogo del cardinale Christoph Schoenborn di Vienna con un appello a riforme come la comunione ai divorziati risposati e l’abolizione dell’obbligo del celibato sacerdotale intitolato “Chiamata alla disobbedienza”. Schoenborn, ex allievo nonché amico personale di Ratzinger, è stato tra i più coraggiosi uomini di Chiesa a criticare senza mezzi termini gli insabbiamenti degli abusi sessuali sui bambini compiuti negli anni scorsi dalle gerarchie ecclesiastiche. Ma all’esuberanza della fronda, guidata dal suo ex vicario generale, padre Helmut Schueller, il porporato, in un’intervista alla radio austriaca, ha risposto picche: «Se io nella mia diocesi mi allontanassi dalla comunità della Chiesa cattolica, condurrei la mia diocesi in uno scisma. Non ci sto».

Benedetto XVI, intanto, è occupato in queste settimane con un altro scisma, quello dei Lefebvriani. Fondata nel 1970 dal defunto arcivescovo ultra-tradizionalista Marcel Lefebvre, la Fraternità Sacerdotale San Pio X è un rovello per Ratzinger. Dopo la scomunica in cui incorsero Lefebvre e i quattro vescovi da lui ordinati illegittimamente nel 1988 – tra di essi l’attuale superiore, mons. Bernard Fellay – fu proprio l’allora cardinal Ratzinger a negoziare con i tradizionalisti il superamento dello scisma e il rientro nella Chiesa cattolica. Ma all’epoca Lefebvre prima firmò un accordo, poi, poche ore dopo, ritirò la firma. E Ratzinger fallì. Una volta eletto al Soglio pontificio, Benedetto XVI ha ripreso i contatti con Fellay, ricevendolo a Castel Gandolfo a poche settimane dal Conclave. Per Ratzinger questo gruppuscolo scismatico ha un’importanza ben superiore alla sua consistenza numerica perché, seppure non ne condivide la virulenta contestazione del Concilio Vaticano II, anch’egli è però convinto che la grande assemblea che aggiornò la dottrina cattolica all’inizio degli anni Sessanta alla luce della libertà religiosa, della laicità e dell’ecumenismo sia stata spesso interpretata in chiave troppo liberale e progressista.

Benedetto XVI ha fatto allora molti passi in direzione dei Lefebvriani: nel 2007 ha liberalizzato la messa in latino, nel 2009 ha tolto la scomunica ai loro quattro vescovi e, infine, ha chiesto ai suoi uomini – il cardinale William Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, mons. Guido Pozzo, segretario della commissione Ecclesia Dei – di aprire un tavolo di confronto su tutte le questioni dottrinali controverse. Iniziati a ottobre del 2009, i colloqui si sono conclusi con un’udienza a Fellay in Vaticano il 14 settembre. La Santa Sede ha sottoposto alla delegazione lefebvriana un documento da sottoscrivere per rientrare definitivamente nell’alveo della Chiesa cattolica. Il testo – un “preambolo dottrinale” che non citerebbe mai esplicitamente il Concilio Vaticano II – non è stato pubblicato, in modo da lasciare ancora margine a qualche ulteriore modifica. Insomma, porte spalancate per il ritorno del figliol prodigo. Fellay si è preso qualche mese di tempo per rispondere. È consapevole che all’interno del suo mondo alcuni non tengono a rientrare in comunione con Roma. Anche tra i tre confratelli di Fellay c’è poca unità. Se monsignor Alfonso de Galarreta è su posizioni moderate, monsignor Bernard Tissier de Mallerais ha sostenuto che il Concilio vaticano II va “cancellato” e il britannico Richard Williamson, che considera il Concilio una “torta avvelenata” da gettare in pattumiera, assurse all’onore delle cronache, quando il Papa gli tolse la scomunica, per aver negato l’esistenza delle camere a gas nei lager nazisti.

Un coacervo di ultraconservatorismo religioso, antisemitismo ed estrema destra politica che, nell’arcipelago tradizionalista, si intrecciano saldamente, soprattutto in Francia, e potrebbero spingere alcuni Lefebvriani a rimanere fuori dalla Chiesa pur di non scendere a compromessi con il Papa. Che, così, avrebbe ricucito uno scisma e per crearne un altro, benché minore. Sempre che, di fronte all’ingresso di nuovi fedeli dal confine destro del perimetro ecclesiale, chi si trova sul confine opposto, quello conciliarista e progressista, non decida di uscirne a sua volta. Con un altro scisma.

C’è un terzo scisma ben presente a Ratzinger, ma riguarda solo di rimbalzo la Chiesa cattolica. Si tratta dell’esplosione a cui rischia di andare incontro la Comunione anglicana. L’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams – una sorta di primus inter pares tra i vescovi delle diverse chiese anglicane sparse in giro per il mondo – poterebbe dimettersi il prossimo anno e lasciarsi alle spalle una Chiesa spaccata tra un’ala liberal, che in questi anni ha imboccato, soprattutto negli Stati Uniti, la strada della benedizione delle coppie gay e la consacrazione dei vescovi donna, e un’ala tradizionale, forte soprattutto in Africa, che minaccia, appunto, lo scisma. Consapevole di questa situazione Benedetto XVI, nel 2009, ha pubblicato la costituzione apostolica Anglicanorum coetibus per accogliere nella Chiesa cattolica quei preti anglicani in rotta con la loro Chiesa. Ha approfittato della debolezza dei “fratelli” anglicani per ingrossare le fila spompate dei cattolici o ha permesso un collocamento coerente a fedeli comunque in uscita dall’anglicanesimo? Il dibattito è aperto, anche se il Times, ad esempio, non ebbe dubbi di quale fosse il senso dell’operazione e titolò così la mossa di Ratzinger: «Il Papa parcheggia i suoi carrarmati nel giardino di Williams».

Il quarto scisma di Ratzinger è remoto più geograficamente che concettualmente e potrebbe prendere corpo in Cina. I rapporti tra Vaticano e Pechino sono interrotti dalla presa del potere del regime comunista nel 1951 e Benedetto XVI ha intensificato, nel corso del suo Pontificato, il tentativo di apeasement già avviato da Wojtyla. Ma, dopo alcuni anni di primavera, negli ultimi mesi è tornato il gelo. Le autorità cinesi hanno compiuto tre ordinazioni episcopali senza l’assenso del Papa e il Vaticano ha reagito scomunicando i responsabili, in un crescendo di ritorsioni diplomatiche che ha spinto alcuni maggiorenti della Curia romana a paventare, in un futuro neppure così remoto, uno scisma cinese.

Lo scisma che più preoccupa Benedetto XVI, tuttavia, è quello che nessuno in Vaticano arriva a chiamare con questo nome. È lo scisma di fatto di decine di milioni di cristiani che vivono in Occidente e appartengono alla Chiesa cattolica solo per abitudine. È lo “scisma sommerso” di cui ha parlato per primo Pietro Prini nel 1998 per descrivere la distanza dei fedeli dai dettami del magistero. È lo “scisma silenzioso” di cui ha parlato un decennio dopo Piero Cappelli per denunciare la lontananza della “casta ecclesiastica” dal “popolo cattolico”. Uno scisma nascosto, ma neppure tanto, fatto di indifferenza, secolarismo e relativismo. Che ha spinto Benedetto XVI a denunciare, già nel 2007, il rischio di “apostasia” che corre l’Europa se dimentica quei “valori universali” che “il cristianesimo ha contribuito a forgiare”.

A denunciare, poi, il rischio che i cristiani spariscano dai luoghi dove è nato Cristo, il Medio Oriente, e dove il suo verbo si è diffuso nei secoli scorsi, l’Occidente. E a creare, l’anno scorso, un nuovo dicastero vaticano per contrastare questo dato di fatto, il Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione. Cosa pensi della Chiesa cattolica, del resto, il Papa lo ha spiegato senza giri di parole nel libro-intervista Luce del mondo: «Tra quel miliardo e duecento milioni di persone ce ne sono molte che poi in realtà nel loro intimo non ne fanno parte. Già ai suoi tempi sant’Agostino diceva: molti che sembrano stare dentro, sono fuori; e molti che sembrano stare fuori, sono dentro. In una questione come la fede e l’appartenenza alla Chiesa cattolica, il dentro e il fuori sono intrecciati misteriosamente. Stalin aveva effettivamente ragione quando diceva che il papa non ha divisioni e non può intimare o imporre nulla». Neppure evitare uno scisma.

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