“Precari senza diritti”, l’iniziativa bipartisan invoca Bruxelles

“Precari senza diritti”, l’iniziativa bipartisan invoca Bruxelles

Emma Bonino e Bendetto della Vedova, Pietro Ichino e Nicola Rossi. Tutti insieme, contro la divisione “razzista” tra lavoratori protetti e lavoratori senza garanzia. È successo oggi, al Senato, mentre la Camera si preparava a votare la fiducia sulla manovra. Insieme a Giulia Innocenzi, giornalista ed esponsabile italiana di AVAAZ e alla giornalista Eleonora Voltolina, hanno presentato la loro richiesta: chiedono che la Commissione Europea apra un procedimento di infrazione contro l’Italia. “Imputato”: il mercato del lavoro italiano.  

“La difficoltà maggiore nell’elaborare questa denuncia”, ha spiegato Ichino, “è stata ed è quella di dimostrare sul piano giuridico che il mare di contratti a progetto, in regime di partita Iva e le collaborazioni autonome continuative sono da considerarsi di fatto veri e propri rapporti di lavoro dipendente in essere”. 
Una realtà, questa del mare magnum di contratti cosidetti di “serie B”, contro la quale Ichino, ma anche esponenti di altri partiti politici di maggioranza e opposizione, si sono più volte scagliati, lanciando l’allarme contro la progressiva non applicazione della normativa posta a protezione del lavoro dipendente.

Destinato ad occupare uno spazio sempre maggiore nella discussione politica ed economica non solo italiana ma anche europea, il tema del dualismo del lavoro nel nostro paese è stato uno dei punti chiave della lettera inviata il sette agosto scorso al governo da parte della guida uscente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet e dal suo successore e Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. Nella missiva europea si chiede all’Italia una flessibilizzazione delle strutture produttive compensata da una maggiore protezione economica e professionale dei lavoratori nel passaggio da un impiego all’altro; un progetto in linea con I punti più volte sottolineati da Ichino nel suo disegno di legge per la transizione ad un regime di flexecurity ispirato al modello scandinavo.

Secondo I firmatari dell’appello, infatti, nel tessuto produttivo italiano si è lasciato che gli imprenditori, dagli anni settanta in poi, fuggissero dal diritto del lavoro ricorrendo alla “collaborazione autonoma continuativa e continuata” prevista dal codice già dal 1959 e limitata nel settore privato alle collaborazioni vincolate ad un “progetto” dal 2003 con l’introduzione del decreto legislativo n. 276, meglio noto come Legge Biagi.

Lontana dalla soluzione di un problema che già otto anni fa aveva messo in luce l’insostenibilità di una porzione del mercato del lavoro privo delle più basilari politiche di welfare, l’applicazione della Legge Biagi – hanno sottolineato oggi I firmatari della denuncia alla Commissione Europea -, ha contribuito alla diminuzione dei contratti di collaborazione autonoma, ma aumentato esponenzialmente il numero di “lavoratori autonomi con partita Iva”, nei confronti dei quali, neppure recentemente, è stata estesa alcuna forma di provvidenza.

La denuncia del dualismo del mercato del lavoro italiano, in cui – secondo dati Istat riferiti alla fine del 2009 – al 18% dei lavoratori subordinati regolari ed assunto con un contratto a termine, si devono aggiungere l’ampia porzione di popolazione attiva qualificata come “autonoma”, due milioni e mezzo di dipendenti irregolari, un milione e mezzo di lavoratori qualificati come autonomi ma de facto operanti in condizioni di dipendenza e mezzo milione di stagisti prevalentemente privi di retribuzione regolare – arriva tre mesi dopo la risposta della Commissione Europea al Piano Nazionale delle Riforme presentato dall’Italia.

Il 7 giugno scorso infatti la Commissione Europea ha sottolineato l’esistenza nel nostro paese di un regime di apartheid che divide lavoratori tutelati, parzialmente tutelati e non tutelati dal rischio di disoccupazione. Una violazione della direttiva 1999/70/CE che vieta l’utilizzo di forme di lavoro a termine come forma ordinaria di ingaggio del personale e vieta la disparità di trattamento fra I lavoratori.

“A seguito della lettera della Commissione Europea e della situazione di crisi ormai palese”, spiega Della Vedova, occorre mettere il legislatore di fronte all’urgenza ed alla responsabilità. Abbiamo molte proposte di legge di riforma dei contratti e del mercato del lavoro a cui purtroppo non segue nulla. Con questa petizione abbiamo deciso quindi di usare una leva diversa, perché, con la minaccia delle sanzioni, l’Unione Europea ci obbligherà a piegarci al buonsenso, alla logica economica ed al diritto europeo.”

Secondo Giulia Innocenzi invece, il problema dell’apartheid lavorativo e’ un “bubbone pronto a scoppiare” con conseguenze nefaste evitabili solo attraverso una profonda riscrittura del diritto del lavoro, la riforma immediata del tessuto produttivo e non con il mero riconoscimento ai lavoratori “atipici” di alcune protezioni gia’ attive per I lavoratori “di serie A”.