Bpm, Bankitalia “rimuove” Chiesa. Ma non poteva dirlo prima?

Bpm, Bankitalia “rimuove” Chiesa. Ma non poteva dirlo prima?

Molta è la confusione sotto il cielo delle banche. A essa non sfugge nemmeno la Banca d’Italia. Anzi, per certi versi, contribuisce non poco alimentarla.

Questa mattina la Banca popolare di Milano ha diffuso una lettera di Bankitalia ricevuta – i tempi sono fondamentali in questa vicenda – sabato 22 ottobre. Cioè nelle stesse ore in cui i soci della banca affluivano nei padiglioni della Fiera Milano-Rho per partecipare all’assemblea che ha poi approvato al 98% il passaggio al sistema di amministrazione dualistico, così come voluto dalla Vigilanza bancaria italiana, ed ha eletto i membri del consiglio di sorveglianza. Come è noto, la lista “Amici Bpm” (i soci dipendenti) ha stravinto, raccogliendo il doppio dei voti della lista concorrente, quella dei sindacati nazionali Fabi e Fiba-Cisl alleati con la Sator di Matteo Arpe. 

La lettera della Vigilanza (qui l’originale) afferma testualmente:

«Alla luce delle criticità gestionali delineate dal sopralluogo ispettivo e degli ulteriori elementi nel corso del corrente mese di ottobre, la Banca d’Italia richiede a presidio della sana e prudente gestione della Bpm, che i componenti del nuovo Consiglio di gestione siano prescelti tra professionalità esterne, che non abbiano tra l’altro mai ricoperto in Bpm o nelle sue controllate incarichi di amministrazione, direzione o controllo, così da promuovere il definitivo superamento delle passate logiche gestionali».

Tradotto: l’attuale direttore generale Enzo Chiesa non deve assumere l’incarico di consigliere delegato.

Di fronte a questa lettera, si potrebbe stare a disquisire, in linea di principio, se un’autorità di vigilanza può, con poche righe, azzerare l’autonomia dei privati, che nella stessa mattina hanno votato a maggioranza una lista (quella degli Amici Bpm) che aveva candidato Chiesa a consigliere delegato e soprattutto uno statuto approvato pochi giorni prima dalla stessa autorità. O ancora – su un piano di opportunità – ci si potrebbe chiedere se in Banca d’Italia si ricordano ancora che esiste un luogo chiamato mercato a cui la Bpm dovrà chiedere nei prossimi giorni di sottoscrivere un aumento di capitale da 800 milioni di euro. Cambiare capoazienda implica, solitamente, un cambio di piano industriale: su che base uno dovrebbe sottoscrivere un aumento di capitale basato su un piano industriale che un manager appena arrivato cambierà? Con quale credibilità uno va sul mercato a chiedere soldi per un business plan fatto da altri?

Ma su questa strada, in realtà, non se ne fa molta. Primo, perché le decisioni dell’autorità di controllo non si possono contestare all’infinito. La Bpm, peraltro, non ha né le spalle larghe a sufficienza né le relazioni adeguate per reggere uno scontro con Via Nazionale. Secondo, perché né il neo presidente del consiglio di sorveglianza, Filippo Annunziata, né il presidente designato del consiglio di gestione Andrea Bonomi hanno interesse ad inaugurare il loro mandato ignorando platealmente le richieste di Bankitalia. Certo, cercheranno qualche margine di manovra nel confronto con Stefano Mieli, il funzionario a capo della Vigilanza bancaria. I contatti sono già in corso, ma non c’è da illudersi. Probabilmente, la soluzione sarà la nomina di un consigliere delegato scelto “fra professionalità esterne” e il mantenimento di Chiesa nell’attuale posizione di direttore generale. Sempre che Chiesa accetti di rimanere.

Chi invece ha già scelto di andarsene è il professor Marcello Messori, candidato alla presidenza del consiglio di sorveglianza dalla lista Fabi-Fiba-Arpe. Non senza un repentino quanto inspiegabile ripensamento. «Anche se in minoranza, voglio dare il mio contributo, la partita Bpm continua», aveva dichiarato all’agenzia Asca alle 16.57 di sabato scorso, poco dopo l’annuncio della vittoria degli “Amici Bpm”. Il professore si è pure detto «contento per questa esperienza che ha mostrato che esiste l’ipotesi di cambiamento nella continuità». Passano meno di due ore, però, ed ecco il dietro-front: «Ti devo peraltro comunicare la mia rinuncia alla nomina a membro di tale consiglio – scrive Messori in una lettera di auguri ad Annunziata – Questo ruolo non mi consentirebbe, infatti, di affermare la mia visione circa le possibili soluzioni ai problemi della banca». Curiosa rinuncia, soprattutto da parte di un accademico che, per gli incarichi svolti nel passato in Assogestioni (l’associazione italiana dei dei fondi di investimento), dovrebbe avere grande fiducia nel ruolo delle minoranze.

Nel comportamento della Vigilanza, tuttavia, c’è qualcosa che non torna. Anche lasciando perdere l’ambiguità tenuta nella vicenda per il rinnovo degli organi sociali, in cui è sembrato persino che l’arbitro facesse il tifo per una delle parti in campo, il fischietto di Via Nazionale ha continuato seguire una tempistica tutta sua. Venerdì 7 ottobre ha scritto che «nell’attuale fase di predisposizione delle liste di candidati per l’elezione del consiglio di sorveglianza, che nominerà a sua volta il consiglio di gestione, la Banca d’Italia auspica il rinnovo integrale degli organi aziendali». Peccato che il termine ultimo per la presentazione delle liste scadesse l’indomani, sabato 8: non c’era più tempo per ripensare le liste. Ancora, il 13 ottobre l’organo di vigilanza, dopo trattative durate mesi, rilascia il suo placet al nuovo statuto, «a condizione che il testo di statuto (…) recepisca alcune prescrizioni». Uno dei candidati della lista “Amici”, l’ex sindacalista Giorgio Benvenuto, è costretto a rinunciare. Tuttavia, nessuna delle prescrizioni riguardava l’incompatibilità fra consigliere delegato e direttore generale. Anzi, la versione finale dello statuto (art. 44) prevede espressamente che il consigliere delegato possa essere il direttore generale. Di più: il giorno dopo, il direttore generale Chiesa viene candidato espressamente da Annunziata alla carica di consigliere delegato.

Da Roma, però, non arriva nessuna reazione. Forse pensano che la lista Arpe vincerà a mani basse. Di certo, la vittoria degli “Amici” non era ovvia: proprio oggi il presidente uscente Massimo Ponzellini ha riconosciuto che il risultato «non era scontato, anzi (era) combattuto, non era un’elezione già scritta». Gli incontri fra Arpe e il personale «erano stati incontri molto positivi con una larga presenza di persone». Ma verso la fine della settimana il sentiment cambia. E cambia pure l’atteggiamento della Vigilanza. Sabato, la notizia della lettera viene anticipata in edicola da Repubblica, prima ancora che ne abbia notizia la banca. I soci, nel frattempo, votano. Chi sceglie la lista degli “Amici” guidata da Annunziata pensa anche di ritrovarsi Chiesa come consigliere delegato. Niente da fare. C’è la lettera che viene resa nota oggi. Adesso bisogna cercare un nuovo amministratore delegato, mentre incombe l’aumento di capitale. Tutto di corsa, tutto di fretta, ma anche tutto giusto: lo chiede la Banca d’Italia. E pazienza se la lezione di “sana e prudente gestione” che arriva da Roma non è delle migliori in quest’ultimo stralcio di governatorato Draghi. 

lorenzo.dilena@linkiesta.it