Dazi e minacce, si riscalda il fronte fra Cina e Usa

Dazi e minacce, si riscalda il fronte fra Cina e Usa

SHANGHAI – Il 29 settembre il Global Times, quotidiano cinese in lingua inglese su posizioni filo nazionalistiche, ospitava l’intervento di Long Tao, un esperto di energia cinese. Le sue parole non davano adito ad alcun dubbio e riecheggiavano quanto negli ambienti militari cinesi gira da tempo: «una guerra nel mar cinese meridionale, sarebbe la battaglia ideale per la Cina: ridurrebbe l’influenza degli altri paesi e garantirebbe una posizione di primo piano della Cina».

Che l’atmosfera intorno alle acque del mare cinese meridionale sia piuttosto incandescente lo si è capito dal peso che le isole contese, sotto alle quali ci sarebbero risorse e petrolio, hanno avuto come sottofondo ai grandi dibattiti degli ultimi giorni: gli incontri strategici tra Cina e India e la più mondiale polemica con gli stati Uniti sulla questione dello yuan (con uno scontro in corso negli States sulla proposta di legge che penalizzerebbe le esportazioni cinesi). Ogni diatriba, compreso il veto all’Onu di qualche giorno fa di Russia e Cina sulle sanzioni alla Siria, sembra passare attraverso il contenzioso del Mar cinese del sud: un piccolo gioco cui i cinesi tengono molto e sul quale non sembrano essere disposti a mollare di un millimetro.

La questione del mare cinese del Sud

«La situazione geopolitica che si sta definendo nel prossimo secolo sarà la battaglia tra la Cina e gli Usa per il potere e le aree di influenza. La lotta che sta nascendo sta già costringendo i paesi asiatici, intrappolati tra i due giganti, a scelte scomode». Cominciava così un commento del Financial Times del 4 ottobre, per descrivere la incerta situazione geopolitica asiatica tra crisi economica Usa, potenza cinese, ascesa indiana e scaramucce territoriali per il Mare cinese del Sud. Una situazione che può cambiare da un momento all’altro, modificando un gioco di alleanze in cui danzano principalmente Cina, India e Stati Uniti e con il resto dei paesi asiatici che sta a guardare, alla ricerca del partner ideale per non uscirne con le ossa rotte.

Cina e India si sono incontrate alla fine di settembre, per alcuni dialoghi strategici che hanno fatto scrivere di buoni propositi di cooperazione, nel nome dell’“armonia credibile”, pur non nascondendo importanti e delicati nodi geopolitici, con chiaro riferimento al mare cinese del Sud.

Lì è ormai in atto una guerra fredda, è una continua messa in mostra di muscoli sotto forme di navi (anche da guerra) e dispetti tra pescherecci, che battono bandiere differenti. Da una parte la Cina che fa la parte del padrone di casa cui hanno occupato una stanza, proprio mentre stava per arredarla, dall’altra Vietnam, Filippine, Taiwan, supportate da India e Stati Uniti.

Alcuni militari cinesi non si sono fatti scappare l’occasione per sottolineare come la forza cinese sia disponibile anche ad una mini guerra, tanto per mettere le cose in chiaro.

Gli indiani, invece, esprimono la loro per bocca di R. S. Kalha, l’ex ambasciatore in Iraq. In un articolo apparso sul Diplomat l’ex ambasciatore spinge apertamente per una soluzione diplomatica, specificando che «i politici indiani farebbero bene a usare la massima prudenza quando si tratta di maneggiare la situazione potenzialmente esplosiva nei mari della Cina meridionale. Non ha senso spendersi in spavalderia quando non abbiamo la capacità militari necessarie per contrastare i cinesi».

In un passo precedente, R. S. Kalha aveva però spiegato il punto dell’opinione pubblica indiana: «La domanda nella mente della maggior parte degli indiani è la seguente: come dovremmo reagire a queste spacconate cinesi?».

Nell’attesa che la più grande democrazia asiatica dia una risposta ai suoi cittadini, la Cina ha invitato i leader vietnamiti a Pechino a fine ottobre. Altri muscoli in mostra e la speranza di chiudere la questione nel frangente bilaterale, rapporto che i cinesi prediligono, per permettersi il consueto gioco su più scacchiere.

Il terzo incomodo, gli Stati Uniti

I senatori statunitensi hanno approvato l’imposizione di dazi sulle merci cinesi. Ma la Cina è ormai il principale partner commerciale di Giappone, India, Australia, e Corea del Sud e della maggior parte delle nazioni del sud-est asiatico, anche se questi paesi hanno ancora relazioni fondamentali a livello militare con gli Usa. «Per quanto tempo i loro interessi economici e strategici divergeranno?»

Scrive ancora il Financial Times: «fino a poco tempo fa la Cina sembrava giocare un gioco intelligente di attesa – forte della sua crescente forza economica per coinvolgere inesorabilmente questi paesi in una sfera di influenza cinese. Ora la Repubblica popolare rischia di spingersi troppo in là – e creare così reazioni anticinesi attraverso alleanze che si temono e si denunciano».

Come potrebbero approfittarne gli altri, su tutti gli Usa? Il mese prossimo Barack Obama ospiterà tutte le maggiori potenze della regione, tra cui la Cina, durante il vertice Asia-Pacific Economic Co-operation che si terrà alle Hawaii, luogo natio dei presidente americano. 

Nel mezzo del rischio di una guerra commerciale già promessa dai cinesi, gli Usa si trovano di fronte a nodi importanti. Sul fatto che i cinesi sappiano tenere fede agli anatemi lanciati nei momenti di irritazione, nessun dubbio, come conferma in questi giorni la “guerra del salmone”: dopo averla giurata alla Norvegia per l’assegnazione del Nobel a Liu Xiaobo la Cina, in meno di un anno, ha fatto calare le esportazioni di salmone norvegese da mille tonnellate a 75. Godono gli scozzesi, mentre i norvegesi si mangiano le mani, data la crescita del mercato interno cinese in tema di salmone.

Rispetto agli Usa, poi, la posizione cinese sembra ormai essersi radicata, abbandonando la pazienza e provando a sfidare quella che ancora oggi è la prima potenza militare mondiale. Il Mar cinese meridionale è una buona verifica per testare le intenzioni Usa (anche perché i cinesi stanno seguendo con estrema attenzione il dibattito interno americano sull’eventuale protezionismo e sulle mosse strategiche nel giardino di casa di Pechino, nel mare cinese del sud).

Secondo molti analisti internazionali, un’interpretazione più benevola delle azioni cinesi si baserebbe sul fatto che il paese abbia ora una gamma crescente di interessi economici in tutto il mondo – il che scrive ancora il Financial Times, «rende inevitabile l’alta spesa militare affiancata da un atteggiamento più duro per far valere i propri interessi».

Venti di guerra, tra minacce di scontri commerciali, navi in attesa di salpare e movimenti sotterranei apparentemente di poco conto, come ad esempio la rinascita dell’Honker Union, il gruppo di nazionalisti cinesi capaci di entrare in ogni sistema informatico. Hacker patriottici: anche loro si sono recentemente dichiarati “arruolati” in questa guerra guerreggiata.