Gheddafi è morto, ma la guerra in Libia non è risolta

Gheddafi è morto, ma la guerra in Libia non è risolta

Un anno fa nessuno poteva pensare che la fine dei dittatori nord-africani fosse così repentina e cruenta. A novembre scorso avevo preso parte ad una tavola rotonda “Mubarak, Gheddafi e Bouteflika: chi dopo di loro?” organizzata dall’Ispi. In quell’occasione non era stato preso in considerazione Ben Alì, rivelatosi poi il primo a cadere, l’anello debole della catena. Si era tuttavia individuato il nocciolo del problema di un’area: era difficile continuare così, con quei tassi di disoccupazione, con il boom demografico e con quelle poche libertà elargite a singhiozzo.

Si pensava però a transizioni ben differenti. Dei tre leader oggetto dell’analisi il primo è stato deposto e vive agli arresti domiciliari, il terzo sembra ancora saldo al potere ed è stato solo parzialmente toccato dalla Primavera araba. Il secondo, Gheddafi, è morto dove è nato 67 anni fa, a Sirte. Non è scappato, non ha mai accettato le vie di fuga offerte dai mediatori internazionali, ha continuato a lanciare proclami dal suo ultimo rifugio. Non era un semplice dittatore. Non era un personaggio normale, come invece nelle loro normalità sono apparsi Mubarak e Ben Alì. Nell’apparente follia e stravaganza del personaggio che interpretava è stato il più coerente tra tutti e l’ha portato fino in fondo.

Si reputava un ideologo e un rivoluzionario. Ha scritto libri e si è inventato “la terza via” in antitesi a capitalismo e comunismo, in realtà una sintesi del tutto personale tra l’Islam e la democrazia. In qualche modo aveva però centrato il paradigma che sarebbe divenuto attuale decenni dopo, quello della conciliazione tra le espressioni di libertà e il carattere identitario di un Islam politico che si affaccia oggi a ruoli di governo in tutto il Nord Africa. Forse era un precursore incompreso o forse un traditore di entrambi i valori: troppo laico per non alimentare un’opposizione islamista nelle pieghe delle società libica, troppo paternalistico e dispotico nella gestione del potere per non alimentare invidie, gelosie e giuste rivendicazioni di autodeterminazione e democrazia.

Per uno studioso – sempre affascinato, nel bene e nel male, dall’oggetto del suo studio – difficile pensare che si trovasse nel buco dove i ribelli hanno mostrato di averlo rinvenuto forse con lo scopo di descriverlo come “il topo delle fogne” a cui tante volte si erano riferiti. Aveva cominciato un mattino del 1 settembre 1969, autore di un colpo di stato a 27 anni (la sua “rivoluzione”), ha terminato a 69 anni non sottraendosi all’ultima battaglia. Porta con se una storia di 42 anni. Anni di stretti legami e di guerre con tutti. Amico e nemico degli Stati Uniti, dell’Italia, della Gran Bretagna, della Francia e dei paesi arabi che più di tutti l’hanno odiato nel recente passato. Porta con se segreti su alcune grandi questioni e casi internazionali: da Ustica a Lockerbee, dal finanziamento del terrorismo internazionale al lancio dei missili su Lampedusa.

Forse porta con sé anche gli ultimi residui di identità nazionale del paese. Una identità faticosamente costruita attorno al concetto di Jamahiyria ma in realtà strutturata attorno al sentimento anti-imperialista e anticolonialista di cui spesso è stata vittima l’Italia. Ora toccherà ad altri, forse più democratici, o forse no. La speranza si scontra con la realtà in una transizione che ora più che mai si trasforma in un fenomeno regionale. Il pericolo in Libia rimane però quello che una guerra civile “a bassa intensità” possa continuare. Ex Gheddafiani, islamici di varie correnti, liberali, cirenaici, tripolini, berberi, tuareg, ecc.: i motivi di divisione sono tanti, come le armi di cui dispone molta parte della popolazione.

Tolto di scena il Colonnello potrebbe ancora rivelarsi il grande vuoto: nessuna istituzione consolidata e scarsa legittimazione dei vertici politici. Probabilmente le variegate forze dei ribelli che hanno retto finora il paese erano unite nell’unico obiettivo di eliminare il Rais. Come per assurdo era ancora lui in questi mesi a tenere insieme il paese, che potrebbe ancora spaccarsi. Sarebbe il suo ultimo “coup de theatre”.
 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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