Viva la FifaGodetevi gli All Blacks, tra 4 anni potrebbero sparire

Godetevi gli All Blacks, tra 4 anni potrebbero sparire

Se fosse un film, sarebbe La caduta dei giganti. Parliamo della prossima Coppa del mondo di rugby, che l’Inghilterra, il Paese di nascita della palla ovale, ospiterà fra quattro anni. Un torneo che perderà alcuni giocatori di valore assoluto, per raggiunti limiti di età. Ogni volta che un “grande vecchio”, uno di quelli capaci di guidare il gruppo dentro e fuori lo spogliatoio dice basta, si tratta sempre di un duro colpo per squadra e tifosi. Come quando nel 2007 si ritirò, dalla nazionale italiana, Alessandro Troncon. Imponente mediano di mischia, pilastro e capitano della selezione azzurra, Troncon lasciò l’attività agonistica dopo la sconfitta contro la Scozia che, al Mondiale del 2007 in Francia, tolse agli Azzurri la possibilità di approdare per la prima volta nella loro storia ai quarti di finale. Dopo 101 partite in nazionale, Troncon disse basta tra le lacrime, restando però nei quadri tecnici federali come assistente del commissario tecnico dell’Italia.

«Diego può ancora giocare due o tre stagioni ad alto livello, la sua perdita rappresenterebbe un grosso handicap per noi». Brad Johnstone era tecnico azzurro nel 2000, quando un altro celebre capitano dell’Italia, Diego Dominguez, decise che era arrivato il momento di ritirarsi. Ce la mise tutta, Johnstone, a convincere la Ferderugby italiana a far restare il numero 10 italo-argentino in maglia azzurra, invano. Dopo 8 campionati vinti tra Italia e Francia, la nazionale perdeva il suo capitano dopo quasi 10 anni.

L’Italia, attualmente undicesima nel ranking della Federazione mondiale di rugby, ha già perso alcuni pezzi prima di andare in Nuova Zelanda a giocarsi la Coppa del mondo, in corso in queste settimane. Craig Gower e Santiago Dellapè hanno deciso di non salire sull’aereo per Wellington: vista l’età (entrambi 33 anni) e gli infortuni dai quali si stavano riprendendo, hanno deciso di preservarsi per il finale di carriera. Chi non sarà con loro in Inghilterra, fra quattro anni, è Andrea Lo Cicero. Il pilone catanese, detto ‘Il Barone’ per le discendenze nobiliari della sua famiglia, a 35 anni avrà in questi giorni in Oceania l’ultima possibilità di cercare l’accesso ai quarti di finale della rassegna iridata, dopo 10 anni e 40 punti in carriera con la maglia azzurra. Il Barone dovrebbe essere seguito a ruota da Fabio Ongaro (34 anni e 25 punti in nazionale) e Salvatore Perugini (33 anni, 80 presenze). Rischia di non giocare nel celebre stadio Twickenham di Londra anche Mauro Bergamasco (85 presenze e 70 punti), con i suoi 32 anni. L’innesto nell’attuale rosa di giovani come Fabio Semenzato (25 anni) ed Edoardo Gori (21) fa ben sperare sulla nuova generazione che si affaccerà al prossimo Mondiale.

Una nazionale che perderà diversi pezzi in vista di Inghilterra 2015 sarà l’Argentina. La generazione d’oro degli anni Novanta, che ha portato i ‘Pumas’ fino all’ottavo posto del ranking mondiale e ad entrare nel torneo Four Nations (il più prestigioso dell’emisfero australe, al quale già partecipano Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa), è agli sgoccioli. Uno dei suoi cardini, il mediano di mischia Agustin Pichot, si è ritirato nel 2007, dopo 72 presenze in nazionale. Il tallonatore Mario Ledesma Arocena, 38 anni, è al suo ultimo Mondiale avendo già annunciato il ritiro dopo la spedizione neozelandese. Come lui, altri sono all’ultima occasione, da Felipe Contepomi (34 anni) a Martìn Scelzo (35 anni). E l’Inghilterra? La nazionale di Sua Maestà potrebbe arrivare al Mondiale in casa senza due pilastri come il capitano Mike Tindall (32 anni) e il mito Jonny Wilkinson (31), che con il suo punto decisivo regalo all’Inghilterra la Coppa nel 2003 contro l’Australia. I due però non ha una carta d’identità che li condanna e potrebbero decidere di allungare la carriera fino all’occasione di poter replicare in casa il successo del 2003.

Fra quattro anni potrebbe mancare il gigante più grande di tutti. Non si tratta di un giocatore, ma di un’intera squadra. Non una qualsiasi. La Nuova Zelanda. Gli All Blacks, la squadra più famosa e affascinante della storia moderna della palla ovale, starebbero pensando di non andare al Mondiale 2015. Questione di soldi. In una recente intervista rilasciata alla Radio Nazionale neozelandese, il direttore generale della Nzru (la Federugby della Nuova Zelanda), Steve Tew, ha dichiarato senza mezzi termini: «Riteniamo di non poter partecipare al prossimo torneo». Il problema è economico, su due fronti. Il primo è legato alla perdita di ricavi da biglietti, diritti tv e sponsor provocata dalla riduzione delle tournée dei ‘Tutti Neri’ in giro per il mondo. Tra preparazione e allenamenti, la Coppa del Mondo decurta di due mesi il tempo a disposizione della Federazione neozelandese per portare gli All Blacks e la loro danza ‘Haka’ oltre i confini dell’Oceania. Inoltre la Irb, la Federazione mondiale di rugby, impedisce agli sponsor commerciali di comparire sulle maglie delle nazionali. Tew si è scagliato contro questo divieto: secondo il direttore generale della Nzru, questa regola genererebbe una disparità tra gli sponsor partner della competizione e quelli che pagano per accompagnare le spedizioni delle varie nazionali. Tra tournée dimezzate e disparita tra sponsor, la Nzru ci sta rimettendo, in questa Coppa del mondo, 8 milioni di euro. La Irb ha messo sul tavolo sei mesi fa 1 milione di sterline (poco più di un milione di euro, ndr) per le grandi nazionali. «Abbiamo apprezzato molto, ma le regole vanno cambiate», ha ribadito Tew in un’intervista rilasciata lo scorso 27 settembre al Guardian.

Quella di Steve Tew è una vera e propria crociata giocata a colpi di calcolatrice. L’intenzione della Nzru sarebbe quella di recuperare i soldi persi dalle mancate tournée. I ricavi del Mondiale (biglietti, sponsor della competizione e diritti tv) vanno tutti in mano alla Federazione, che poi li redistribuisce alle federazioni che partecipano alla Coppa. Tew vorrebbe una redistribuzione dei ricavi più sbilanciata verso le nazionali più forti come la Nuova Zelanda, che con la regola attuale ci perde tra i 40 e i 50 milioni di euro.