In fila alla Apple è figo, in fila da Trony è tamarro

In fila alla Apple è figo, in fila da Trony è tamarro

In vistoso conflitto di interessi, vorrei raccontarvi di casa mia, di un piccolo dibattito familiare che si è aperto ieri sera all’ora di cena, tra me, mia moglie Eugenia e Giovanni, tredici anni buoni. Argomento – e come poteva essere diversamente – ciò che era successo a Roma di primo mattino, quando una marea di gente, venticinquemila raccontano le cronache, si era riversata all’apertura di un nuovo centro commerciale nel cuore pulsante della città, roba elettronica tanto per intenderci, Trony per essere precisi.

Grandi sconti e cotillons. Gli «specchietti» veri erano quattro: iPhone a 399 euro, iPod touch a 99, Playstation 3 Slim a 149 euro, Canon Eos 500d più obiettivo a 349, ma poi tante altre offerte. Le conseguenze sono state devastanti non solo per il quartiere, ma per lo sviluppo urbano dell’intero territorio metropolitano. Non si contano le persone che, bloccate nel traffico, hanno ritardato di ore il loro ingresso al posto di lavoro.

Bene. Su un punto, almeno, e ciò mi ha rincuorato, ci siamo trovati d’accordo: non ci sarebbe mai passato per l’anticamera del cervello di metterci in coda sin dalle prime ore dell’alba (centinaia di persone hanno addirittura dormito nei sacchi a pelo o nei garage della zona). In questo caso, la coesione familiare ha tenuto e ho potuto brindare a una scommessa (sin qui) vinta con un primo bicchiere di rosso.

Ma a un certo punto, ho deciso che l’asticella andava alzata, dovevamo arrivare all’osso, in quel territorio in cui i rapporti umani si fanno più sottili, le diffidenze più evidenti, le divisioni ineludibili.

La (mia) considerazione è stata la seguente: vi dirò, ragazzi, se i miei amici mi dovessero beccare in foto che faccio la fila sin dalle prime ore dell’alba davanti a un Trony per un telefonino, mi tolgono immediatamente il saluto, farebbero finta di non conoscermi, mi scanserebbero per strada, direbbero: ma guarda ’sto tamarro. E avrebbero ragione, ho aggiunto. Mentre, se mi dovessero scorgere all’interno del grande popolo Apple, immerso in quel sogno americano, seppure in fila, seppure provato da ore di coda, beh, credo che non mi farebbero questione.

Ad uso di chi legge, dichiarerò subito di non possedere l’iPhone, ma un ottimo telefonino da 49 euro. Dunque, nessuna licenza poetica sui «marchi».

Qui c’è stata la spaccatura e non ho più potuto alzare il calice alla famiglia unita. Mi hanno guardato come un tipo strano che diceva cose strane, e Giovanni mi ha riportato immediatamente alla durissima realtà: ma scusa papà, almeno tutta la gente che faceva la coda da Trony ce l’aveva una buona ragione, il telefonino era molto scontato e magari dai giorni successivi sarebbe tornato al prezzo pieno, mentre dalla Apple lo paghi pieno dal primo giorno all’ultimo, per cui te lo puoi comprare dopo una settimana servito e riverito e senza coda. Per me sono più malati quelli della Apple, ha concluso. Ineccepibile sul piano formale, stilistico, logico. E mia moglie era con lui, non so ancora bene se per farmi sentire ancora più solo (magari, un giorno, dedicherò un secondo pezzo alle dinamiche familiari).

Consapevole del buon ragionamento di mio figlio, continuo a essere convinto delle mie, di ragioni. Che ovviamente non hanno nulla a che fare con la convenienza economica, che è sotto gli occhi di tutti. Resto convinto, ma naturalmente non ne ho le prove ma solo sensazioni, che quel popolo di ieri è solo minima parte del popolo Apple. Anzi, dirò di più: quelle persone non farebbero mai la fila davanti a un centro della mela. È un popolo diverso, né meglio né peggio, ma diverso.

Penso che una “sofferenza” consumistica (qui stiamo parlando di questo, e ogni parallelo con le file per il pane è davvero fuor di luogo), debba almeno essere sostenuta da una passione, da una storia, da una cultura, sennò che senso ha? Penso che le persone (non tutte, ovviamente) che nel mondo si mettono in fila per comprare l’ultima trovata del grande Steve (e io non lo farei) si sentano un po’ protagoniste di un’avventura, alla quale Jobs ha dato i connotati epici del grande sogno americano. Ciò che è successo ieri a Roma mi sembra molto più italiano.

Ps. ognuno mette l’asticella all’altezza che la vita gl’impone. La mia misura è massimo quattro persone. Se ne vedo cinque, evito la fila.