La strage dei copti cambia il futuro della primavera egiziana

La strage dei copti cambia il futuro della primavera egiziana

Con gli scontri di questa notte, avvenuti nel cuore del Cairo, la rivoluzione egiziana che ha portato alla caduta del regime di Hosni Mubarak, mostra il suo volto meno rassicurante. Gli incidenti, di cui non è ancora del tutto chiara la dinamica, seguono una lunga escalation di tensione tra la comunità copta e il nuovo governo di transizione militare, in seguito all’attacco contro una chiesa ad Aswan nell’Alto Egitto, cui le autorità locali hanno reagito con estrema debolezza.

L’Alto Egitto è una regione ove è molto radicata la presenza copta: proprio per questo negli ultimi anni è diventato il teatro delle più virulente contrapposizioni tra la minoranza cristiana e la componente islamica della popolazione. Ora, però, con l’eccidio del Cairo la crisi assume ben altre proporzioni. La manifestazione dei copti, a quanto è dato sapere, sostanzialmente pacifica, infatti, è stata repressa nel sangue da un intervento dell’esercito che ha lasciato sul campo oltre trenta morti e più di duecento feriti. Una strage che fa impallidire il ricordo delle molte tensioni e degli scontri che vi furono anche sotto il passato regime e che getta una sinistra luce sulla capacità e, soprattutto, sulla volontà del governo di transizione di assicurare la libertà religiosa nel paese del Nilo. Un timore che la riunione d’emergenza del gabinetto indetta dal capo del governo Essam Sharaf non basta a dissipare e che ha portato all’esasperazione parte della stessa comunità cristiana, che non sembra disposta a rinunciare essa stessa all’uso della violenza nel reclamare i propri diritti.

Quel che è certo è che le speranze emerse in piazza Tahrir, dove attivisti musulmani e cristiani avevano manifestato fianco a fianco per chiedere la democrazia, sono evaporate in pochi mesi, di fronte al crescente peso dei Fratelli musulmani e di gruppi salafiti ancor più radicali. Durante il periodo delle manifestazioni anti Mubarak i vertici della Chiesa copta, a partire da papa Shenuda III, mantennero un profilo estremamente cauto, continuando a mostrare il proprio sostegno per il regime. Un atteggiamento criticato da molti, all’esterno e all’interno della stessa comunità, dove si sperava che una maggior democratizzazione della vita del paese avrebbe potuto migliorare le condizioni della minoranza cristiana. Un atteggiamento, però, che appare abbondantemente giustificato dagli avvenimenti seguiti alla caduta di Mubarak e dalle crescenti difficoltà che vengono frapposte alla vita dei cristiani egiziani. Oggi, infatti, sebbene i copti rappresentino una delle componenti più dinamiche della popolazione da un punto di vista economico e imprenditoriale, la pressione nei loro confronti è molto forte e alimenta una continua corrente emigratoria verso l’Occidente liberal-democratico, che è difficile da calcolare con esattezza, ma che appare consistente e in crescita.

Di fronte alla situazione di estrema tensione e al pericolo che la libertà religiosa nel paese possa essere messa in dubbio, anche la piccola Chiesa copto-cattolica (la componente di rito copto in comunione con Roma) è tornata a far sentire la propria voce. Nelle scorse settimane il cardinal Antonios Naguib, patriarca copto-cattolico d’Alessandria e leader della piccola comunità, ha denunciato con forza il crescente confessionalismo islamico che si respira nel paese, esortando al contempo i cristiani a non chiudersi in un ghetto identitario, evitando la formazione di partiti religiosi e, al contrario, continuando a portare il proprio contributo all’intera società. Oggi, di fronte al degenerare della situazione, padre Rafic Greiche, portavoce della Chiesa cattolica egiziana, in un intervento riportato da AsiaNews, ha sottolineato come l’attuale stato delle cose rappresenti la diretta conseguenza della logica emergenziale seguita nell’ultimo trentennio. Il regime, di cui i militari attualmente al potere rappresenterebbero l’estrema incarnazione, in questo periodo si sarebbe, infatti, limitato a gestire la situazione con una logica “d’ordine pubblico”, senza promuovere alcun tipo di dialogo e di educazione al fine di migliorare la convivenza tra le diverse comunità. Sbloccata la situazione da un punto di vista politico, così, le tensioni sono prepotentemente tornate alla ribalta, aggravate anche dalla confusa legge sui luoghi di culto che, in molti casi, appare all’origine delle controversie, specie nelle zone dove forte è la polarizzazione religiosa come l’Alto Egitto e i quartieri più poveri del Cairo.

Se dalla situazione egiziana ci si sposta a un livello più generale, la deriva che la situazione sta prendendo nel paese nordafricano, di cui i fatti di questa notte rappresentano solo l’epifenomeno più clamoroso, illumina e rende intellegibile la cautela e il distacco con cui le Chiesa del Medio Oriente hanno osservato, fin dall’inizio, l’affermarsi della “primavera araba”. Di fronte ai fatti del Cairo i timori espressi ancora recentemente dal patriarca greco-cattolico Gregorio III Laham e da molti altri ecclesiastici cattolici ed ortodossi su un possibile successo del movimento anti-Assad in Siria, assumono la loro giusta portata. Troppo spesso, infatti, negli anni recenti la fine dei regimi autocratici nel Medio Oriente è stata accompagnata da un impressionante crescendo di azioni anticristiane, seguite dall’esodo di buona parte delle comunità di quei paesi. Una vicenda che, negli anni più recenti, è iniziata con la caduta di Saddam Hussein in Iraq nel 2003 e che, purtroppo, sembra non essere destinata a concludersi in un breve periodo.  

*Dipartimento di Scienze della Storia e della Documentazione Storica, Università di Milano

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