Le Cinque Terre di Montale, cancellate dal fango

Le Cinque Terre di Montale, cancellate dal fango

«Un crollo di pietrame che dal cielo s’inabissa alle prode… Nella sera distesa appena, s’ode un ululo di corni, uno sfacelo». Tocca ad un poeta, il Nobel per la letteratura Eugenio Montale, descrivere con più efficacia di ogni altra voce, lo strazio che in questi giorni ha trasformato il Levante ligure in una terra devastata dalla furia degli elementi. Come in una profezia di Cassandra, Montale inserì in Clivo, poesia raccolta in Ossi di Seppia, una riflessione sul fragile equilibrio delle Cinque Terre. Luoghi che la solitudine e la fatica dell’uomo hanno reso incantevoli e quasi fuori dal tempo, che tra le fronde delle piante riarse dalla luce del sole nascondono «il palpitare lontano di scaglie di mare». Ma allo stesso tempo luoghi delicati ed isolati, in perenne lotta con la forza sempre preponderante della natura.

Qui, come si legge ancora in Clivo, dove tutte le cose «non chiedono ormai che di durare», le colline hanno ceduto sotto le piogge torrenziali e i rivi hanno inondato di fango una delle coste più famose d’Italia. «Monterosso non esiste più», ha detto Angelo Betta, il sindaco della primo borgo delle Cinque Terre. Dove Via Roma, la centrale e soleggiata camminata che ogni estate viene invasa dai turisti in discesa verso le spiagge, puntellata di negozi di artigiani, ristoranti e focaccerie, oggi è un fiume impetuoso di fango e detriti che dalla collina al mare sommerge ogni cosa.

Il dramma che oggi colpisce la Liguria è ancora più acuto proprio pensando a Montale. Il poeta frequentò le Cinque Terre fin dall’infanzia e proprio a Monterosso, dove soleva trascorrere le sue estati, trovò l’ispirazione per comporre gran parte del capolavoro che lo rese celebre al mondo, gli Ossi di Seppia. Ma legò per sempre questi luoghi anche al «male di vivere», innestando direttamente nelle radici di palme, eucalipti e piante di limone quel senso della precarietà dell’esistenza umana che più d’ogni altra cosa tormentava il poeta. Memorabili resteranno le descrizioni contenute in Riviere, la Casa dei Doganieri o Punta del Mesco. Dove gli intonaci secchi delle piccole abitazioni colorate che si incontrano tra Monterosso e Riomaggiore, dialogano con le schiume del mare e l’arsura delle colline, svelando ad ogni momento la piccolezza dell’uomo nel disegno del cosmo: quell’esperienza che Eugenio Montale chiamava «la febbre del mondo» che consumava ogni cosa.

Un senso di precarietà che questi luoghi hanno sempre avuto, nella loro storia come nella particolare geografia che le ha rese famose. Nella loro lunga esistenza, le Cinque Terre non sono sempre state un territorio di villeggiatura e svago. I Romani, pur avendo assoggettato tutta la zona circostante se ne tennero per lungo tempo alla larga, temendo i Liguri che ne dominavano il paesaggio fatto di strette valli e scogliere inaccessibili agli approdi. Tanto che la Via Emilia di Scauro, iniziata nel 109 a.c. su volere dell’omonimo console, pur dovendo collegare Roma a Genova evitava di proposito le coste dello Spezzino, giungendovi attraverso Tortona e il Piemonte.

I luoghi delle Cinque Terre che oggi affascinano i turisti e ricordano le splendide passeggiate sulla celebre «Via dell’Amore», hanno un passato fatto di fatica e di stenti. Isolato dalle principali città dell’entroterra e di difficile approdo via mare, la zona attorno a Monterosso, Vernazza, Corniglia, Riomaggiore e Manarola è stata a lungo un universo contadino povero ed umile. Alla fatica per la pesca si sommava a quella degli enormi sforzi per terrazzare i pendii dove coltivare gli ulivi, gli agrumi, le viti e pochi ortaggi. Altrettanti sforzi ci vollero per costruire villaggi su promontori e  scogliere, perché fossero difendibili e allo stesso tempo aperti alle vie marittime.

Isolamento, genio ingegneristico e duro lavoro contadino: le caratteristiche che hanno fatto delle Cinque Terre quello che sono. E hanno gettato le basi per il loro futuro successo turistico ed enogastronomico. Il vino passito che oggi rende famose le viti di questi luoghi, lo Sciacchetrà (o Sciachetrà), ha un nome che raccoglie questa eredità sofferta. Qualcuno vuole che derivi dal dialetto «sciac» («schiacciare l’uva») e «tra» («togliere le vinacce durante la fermentazione»). Ma c’è chi dice che nel suo suono aspro si nascondano la fatica della vendemmia e della vinificazione accompagnate dal lento rumore del mare che si infrange sugli scogli.

Un vino liquoroso che piacque tanto a Telemaco Signorini, forse il più celebre dei macchiaioli italiani, da entrare nelle sue memorie e, di riflesso, nei suoi quadri pieni di luce e immobilità. Ne scrisse entusiasta nel suo diario, intitolato proprio Riomaggiore, annotandone le straordinarie peculiarità fra una descrizione e l’altra delle scorribande giovanili che incantavano lui e i suoi amici in visita alle Cinque Terre. «Questo mare profondissimo e mugghiante tra quelle immani scogliere», scriveva. Un mare che piaceva anche a Giosuè Carducci, ospitato più volte a Monterosso da Giuseppe Gando, poeta e rettore del Liceo-Ginnasio di Genova.

Come «il giallo dei limoni» di Montale è lontano dai nomi altisonanti che i «poeti laureati» usano per descrivere la natura, così le Cinque Terre devono la loro fortuna proprio al fatto di essere state poco frequentate. È solo con l’inizio del Novecento e la costruzione della ferrovia che diventano un luogo di villeggiatura di massa. Tanto che le coste amate da poeti e pittori cominciano ad essere intaccate dal progresso e modificate per far posto a nuove costruzioni ed infrastrutture per il turismo. Proprio per preservarne il territorio, nel 1997 le Cinque Terre vengono inserite nel Patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Nel 1998 diventano Area marina protetta e nel 1999 danno vita al Parco Nazionale delle Cinque Terre.

Nella tragedia di oggi, le Cinque Terre scontano anche il loro passato. L’isolamento e la mancanza di strade rendono difficili i soccorsi e gli interventi di emergenza, così come progresso, incuria e cementificazione degli anni scorsi hanno aumentato il dissesto idrogeologico della zona con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Le Cinque Terre sono luoghi scolpiti nella memoria. Anche grazie alla poesia di Montale rappresentano un’eredità culturale collettiva. Di cui non si vorrebbero trovare sulla spiaggia, una volta passata la tempesta, soltanto gli “ossi di seppia”.

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