Luigi Einaudi ovvero l’importanza della storia economica

Storia Minima

Luigi Einaudi ovvero l’importanza della storia economica

A me non fa nessuna impressione l’essere da tempo immemorabile collocato nell’elenco dei “superati”; avendo potuto contemplare quanti fra i superatori erano già alla loro volta stati messi da parte, sempre mi pareva di avere ancora qualcosa a dire in confronto di coloro che non osavano più banfare delle loro novità presto tramontate.

È l’attacco de La predica della domenica del 13 agosto 1961, la rubrica che Luigi Einaudi apre il 22 gennaio del 1961 sul Corriere della Sera e che dura fino all’8 ottobre dello stesso anno (tre settimane dopo infatti, il 30 ottobre, Einaudi muore). Un testo che rispetta e sintetizza, forse meglio di molti altri, il brand Luigi Einaudi: prosa asciutta, ironia, molta saggezza (compreso il gergalismo: “banfare” è parola che gira in Piemonte). Un mix che nell’Italia di oggi è alquanto scarso. A cinquanta anni dalla morte, si potrebbe dire che il nome di Luigi Einaudi è più vivo che non allora. La parola liberismo che tutti associano a lui ha oggi certamente una circolazione meno clandestina di quella che poteva apparire venti anni fa. E la parola liberale appare meno “esclusiva” di un tempo.

Ma è poi proprio questo l’unico lascito che rimane di Luigi Einaudi? Sì e no e personalmente proporrei un percorso diverso. Un percorso che definirei non ideologico. Suggerirei dunque di tenere lo sguardo e la riflessione più che su un tema, su un profilo che mi sembra essere stato strutturale (il che non vuol dire né unico, né prevalente, ma certamente determinante) nel modo di ragionare e nell’intento pedagogico di Luigi Einaudi. La chiave che scelgo è quella della storia economica, un ambito apparentemente non centrale nella riflessione dell’ex Presidente della Repubblica, o meglio nell’immagine che spesso di lui viene data. Ma un ambito e una disciplina che ha sempre avuto il peso della concretezza nella sua riflessione, anche teorica, o in relazione alle storia delle dottrine economiche.

È certo che Einaudi ha al centro della sua riflessione la teoria economica. Le sue parole sono inequivocabili. Scrive per esempio nel 1936, commentando un saggio di Gino Luzzatto (dal titolo Per un programma di lavoro, in Rivista di storia economica, 1936, pp. 181-198) su cui ci sarebbe ancora molto da riflettere per quanto riguarda la qualità della cultura economica che gira in Italia:

La teoria economica (…) giova a risparmiar fatica, a collocare i fatti secondo una certa prospettiva, ad interpretarli logicamente. Fare astrazione da quello strumento è un condannarsi a brancolar nel buio o ad afferrarsi ad altri strumenti di interpretazione creati dalla meditazione filosofica o politica o giuridica, ognuno dei quali è indubbiamente fecondo in un campo più o meno vasto, ma nessuno dei quali scava a fondo nel nostro particolare punto di vista economico.

(in Rivista di storia economica, 1936, p. 204).

È indubbio dunque il primato della teoria. Ma questo non significa inesistenza della storia economica. Scrive nel 1942:
 

I “se” premessi al ragionamento economico non sono creazioni solitarie ed arbitrarie. Sono tratti della realtà. Di questa realtà fanno parte le passioni, i sentimenti, gli ideali politici religiosi morali, le idee intorno al male e al bene, gli interessi di famiglia e i ceti componenti la collettività, la legislazione, le consuetudini vigenti e così via.

(Ipotesi astratte ed ipotesi storiche e dei giudizi di valore nelle scienze economiche, ora in Luigi Einaudi, Scritti economici, storici e civili, a cura di Ruggiero Romano, Mondadori, Milano 1973, p.409).

Ovvero ragionare di teorie economiche significa prendere in carico fatti e prendere in carico fatti implica confrontarsi con molti fattori che definiscono e costituiscono i fatti in economia. Perciò alla domanda: che cosa sia la storia economica, potremmo risponderci, tenendo ferma la riflessione di Einaudi, che è la storia dei fatti economici. È sufficiente? Sì e no. E infatti anche per Einaudi non lo è.

Lo studio delle strutture economiche (di produzione, distribuzione, relazione) costituisce certamente un presupposto, ma in nessuna maniera deve essere fine a se stesso; è solo una premessa per l’osservazione degli aspetti economici delle strutture sociali, politiche, religiose, giuridiche e culturali. C’è un collegamento e un intreccio tra questi diversi aspetti e l’economia. Intendiamoci. Dico collegamento e non egemonia di una struttura sulle altre. In questo senso il principale obiettivo della storia economica come disciplina, e ciò che Luigi Einaudi si aspetta dagli storici economici, deve essere la ricostituzione dei meccanismi del fatto economico, il quale non ha meno dignità del fatto politico.

E soprattutto significa chiedersi se i comportamenti in economia abbiano una matrice esoterica oppure reale, se siano figli appunto di sensibilità, di sentimenti, di atti piuttosto che di teorie o astratti progetti o “malefici”. Per Luigi Einaudi riflettere sull’economia mettendo insieme e connettendo teorie e storia economica, significa non cadere nel fatalismo. Soprattutto significa non soggiacere al fascino della spiegazione complottistica della realtà.

Scrive per esempio nel 1936 a proposito del fenomeno della fuga dei capitali e dei rapidi spostamenti di investimenti sulla speculazione (altro termine su cui richiamava l’attenzione ne La predica della domenica del 29 gennaio 1961, invitando a distinguere tra “speculatore” e “imbroglione”, a dimostrazione di una lucidità costante e di una preoccupazione per il senso comune che non era solo quello dell’Italia fascista):

Gli odierni capitali privi di cittadinanza ad ogni stormir di fronde fuggono dalla Francia in Inghilterra, dall’Inghilterra negli Stati Uniti e poi ritornano in Francia e di lì si salvano nella Svizzera e poi nell’Olanda e di nuovo negli Stati Uniti e ad ogni fuga cagionano disastri nelle borse, guastano i corsi delle monete, fanno sussultar prezzi e redditi, provocano malcontenti e sommosse e rivoluzioni politiche. Fatto gigante e nuovo, per cui si invocano disciplina e freni internazionali ad evitare che la nave del mondo coli a fondo.

Anche qui, lasciando stare il gigante e tenendomi al nuovo, mi chiedo: gli ebrei non sono mai fuggiti con l’oro e le gemme cuciti nelle zimarre, da paese a paese in cerca di ospitalità? E i cittadini romani delle Gallie e dell’Italia non sono mai disperatamente fuggiti dinnanzi ai barbari e don Abbondio non ha cercato, invano protestando Perpetua, di nascondere il tesoretto sotto il fico per salvarlo dai lanzichenecchi? Cercar rimedi di disciplina internazionale contro i capitali apolidi non è come, per spazzare il pavimento, prendere la scopa dalla parte opposta al manico? Fugge chi ha paura e per togliere la voglia di fuggire, innanzi tutto, bisogna togliere le cause della paura. Lo storico, che invoco, dovrà ricercare le cagioni della pazza paura, la quale induce tanti risparmiatori a percorrere senza tregua, come l’ebreo errante, le vie del mondo.

Questo testo chiude un breve intervento dal titolo Tema per gli storici dell’economia (si trova in Rivista di Storia economica, 1936, pp. 339-340). Non era azzeccato solo il titolo, ma anche il tema. E, soprattutto, la richiesta di indagine agli storici. Allora, come ora.