Quote rosa per i magistrati, gli uomini le limitano al 30%

Quote rosa per i magistrati, gli uomini le limitano al 30%

«Quanto tempo le donne dovranno aspettare per raggiungere i vertici delle professioni?» si domandava qualche mese fa la demografa del Cnr Rossella Palomba, in uno studio statistico dal risultato sconfortante. Decine di anni – concludeva la ricercatrice – in alcuni ambiti secoli. «È il caso della magistratura – proseguiva – se le donne crescono a questo ritmo la parità si avrà nel 2601». Meno male che fu lei stessa ad ammettere che si trattava di un mero calcolo statistico, di un esperimento “in vitro” dal momento che nella realtà le cose cambiano in continuazione.

Per le donne magistrato, probabilmente le cose sono definitivamente cambiate all’ultima assemblea nazionale dell’Anm, nel corso della quale ha introdotto per i suoi organi interni le quote rosa “di risultato”: oltre al 50% dei posti riservati nelle liste elettorali, ora c’è anche una quota del 30% stabilita per gli eletti.

Le pari opportunità, nella magistratura come in altri ambienti, sono un problema di vertice e non di base. Infatti, benché l’accesso delle donne alla magistratura risalga a soli 46 anni fa, quando nel 1965 furono 8 le vincitrici del primo concorso aperto ad entrambi i sessi, oggi le donne sono circa il 43% del totale. Bisogna però aspettare il 1980 perché la presenza delle donne nei vertici della associazione inizi a fare una timida comparsa con la presenza nel comitato direttivo centrale (Cdc), composto da 36 magistrati, di Elena Paciotti (in futuro prima e unica presidente dell’Anm). Da allora, solo una ventina di donne hanno fatto parte del Cdc.

Questa situazione stagnante ha visto tentativi di miglioramento rappresentati dalla costituzione nel 2000 di una commissione Pari opportunità e successivamente dall’emergere di proposte concrete che potessero agevolare l’uguaglianza fra generi come l’approvazione nel 2006 di una quota del 40% riservata alle candidature rosa. Tuttavia in questi anni, si è assistito al fallimento di quelle che le togate chiamano efficacemente “quote di chance”, basti pensare al fatto che nell’attuale comitato direttivo sono solo sei su trentasei le signore elette.

Le quote di risultato, quindi, sono “una soluzione estrema ma imprescindibile”, a detta di molte delle sostenitrici come Anna Canepa, membro della Giunta dell’Anm per la corrente di Magistratura Democratica e componente della Commissione Pari opportunità.
«Non piacciono ma servono, sono il primo passo da compiere e conservano una valenza simbolica e culturale», ha ribadito la collega Anna Mori, intervenendo sabato scorso a Roma nel palazzo della Corte di Cassazione, all’assemblea nazionale dell’associazione magistrati. A parere di Mori, infatti, «non è un provvedimento offensivo per le magistrate e non significa considerarsi panda, quindi delle specie da proteggere. Non c’è il problema della discriminazione al contrario: la donna non si vota in quanto donna ma perché valida e meritevole».

Interventi appassionati quelli delle togate. Qualcuna ha giurato a Linkiesta che si tratta di una “soluzione temporanea”, «da utilizzare – ha aggiunto Manuela Massenz, presidente della giunta distrettuale dell’Anm milanese prendendo la parola di fronte a Luca Palamara, Giuseppe Cascini e agli altri 200 colleghi presenti – solamente fino quando non si sarà raggiunto l’equilibrio della rappresentanza».

Per alcuni minuti è sembrato di assistere ad un dibattito tra sole donne: chi lamentava la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia, chi denunciava l’impossibilità economica di pagare tre babysitter per fare carriera (!), senza contare la sfilata di interventi favorevoli alla modifica statutaria del 50% come prevedeva la proposta originaria, con la sola eccezione di Paola Ghinoi che, dichiarando di intervenire a nome di altre colleghe, ha giudicato la soluzione della quota di risultato al 50% “lesiva del principio di democrazia, oltre che della dignità femminile”.

Non così hanno fatto i colleghi uomini che nella stragrande maggioranza dei casi si sono dichiarati non soltanto favorevoli, ma anzi favorevolissimi a prevedere l’obbligo di elezione del 50% dei rappresentanti di sesso femminile, salvo poi votare a larghissima maggioranza l’emendamento avallato dal gruppo maggioritario di Unità per la Costituzione che ribassava questa quota al 30%.

Ora che le regole per l’elezione dell’Anm sono state riviste, si aprono i giochi per la presidenza dell’associazione. L’asse tra i moderati di Unicost e i progressisti di Area reggerà? Solo il voto dei novemila magistrati potrà dirlo. Di certo alcuni nomi sono sul campo e – dopo la scintillante segreteria del “democratico” Giuseppe Cascini – potrebbe essere un togato di sinistra a salire al vertice dell’associazione. La seconda donna dopo Elena Paciotti risponde al nome di Ezia Maccora, già pugnace componente del Consiglio superiore della magistratura nella precedente consiliatura. Maccora se la dovrà vedere con il celebre magistrato anti terrorismo Armando Spataro (leader di Movimento per la giustizia, alleata di Md nel cartello progressista “Area”), con l’emergente leader romano di Unità per la Costituzione, Marco Mancinetti, e il blasonato ex pm del pool di Mani pulite Piercamillo Davigo, noto esponente di Magistratura indipendente.

A favore di Maccora gioca il “vento di cambiamento”. Contro di lei, invece, c’è una prassi consolidata dentro l’Anm, quello della donna “usa e getta”. Così è stato per Elena Paciotti, quando ha guidato l’associazione. Così per Rita Sanlorenzo, segretaria di una stagione di Md, prontamente sostituita da Piergiorgio Morosini, e così anche per Antonietta Fiorillo, incaricata di guidare l’interregno tra lo scomparso segretario di Magistratura indipendente, Maurizio Laudi, e l’attuale leader, Cosimo Maria Ferri. 

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