Un giudice a Milano spariglia le carte su Bpm

Un giudice a Milano spariglia le carte su Bpm

Nella complessa terapia via via prescritta alla Popolare di Milano, la Banca d’Italia ha dimenticato l’unico provvedimento utile a innescare una sana competizione fra le varie categorie di soci per il controllo dell’istituto milanese, scuotendo le rendite di posizione. Rendere cioè accessibile il libro soci, consentendo di realizzare in modo più semplice la cosidetta proxy fight, la battaglia per raccogliere le deleghe di voto da eserciatare poi in assemblea. Aumentare la possibilità di cumulo delle deleghe di voto a cinque, come ha imposto la Vigilanza di Bankitalia, senza che sia possibile sapere come contattare i soci a cui chiedere le deleghe, è infatti del tutto inutile. Come è noto, però, la strategia scelta di Via Nazionale è stata quella di spaccare il fronte dei dipendenti soci e, quindi, di moltiplicare le cordate miste sindacal-finanziarie. Con il risultato di portare – per la prima volta non solo nella storia di Bpm ma di tutto il sistema bancario – le segreterie nazionali dei sindacati a decidere dei vertici di un istituto.

A rimediare alla dimenticanza di Bankitalia, comunque, ci ha pensato un giudice di Milano. Angelo Mambriani, magistrato dell’ottava sezione civile del Tribunale di Milano, ha ordinato oggi alla banca di consegnare al Comitato soci non dipendenti, guidato da Piero Lonardi (membro dell’attuale cda) un «estratto del libro soci contenente, con riferimento alla data del 23 luglio 2011, il cognome e nome o ragione sociale, numero delle azioni, residenza o domicilio, o sede». Messa così sembra una banale schermaglia giudiziaria, della stessa categoria di quelle che le due cordate sindacal-finanziarie che puntano a ottenere il controllo dell’istituto si rinfacciano da giorni. Ma è molto di più. Il decreto d’urgenza (ex articolo 700 c.p.c) emesso dal tribunale di Milano segna un punto di svolta nella dialettica assembleare non solo della Banca popolare di Milano ma anche di altre Popolari, quotate e non. A cominciare dalla Popolare di Sondrio, da Ubi Banca e dal Banco Popolare, dove i presidenti regnano inamovibili da decenni, e si tengono ben stretto il libro soci, con la scusa di difendere la privacy dei soci.

La sentenza milanese non è né unica, né la prima, per la verità, ma per la rilevanza mediatica della vicenda farà probabilmente scuola. Un anno fa, la modenese Banca popolare dell’Emilia Romagna, su istanza dei soci di minoranza di Giampiero Samorì, era stata costretta a svelare i dettagli del libro soci, inclusi i recapiti. Samorì ne aveva approfittato, riuscendo a portarne all’ultima assemblea quasi 5mila. Questo, però, non è bastato per consentire alla lista di Samorì di ottenere una rappresentanza in cda, ma ciò che rileva è il principio. Alla sentenza del Tribunale di Modena del 2010 e a un precedente provvedimento del Garante della privacy, si somma ora la decisione del giudice di Milano. Manca al riguardo, però, una presa di posizione sia della Banca d’Italia sia della Consob. 

È anche vero che la decisione del tribunale milanese giunge troppo tardi perché possa cambiare qualcosa nell’assemblea Bpm di sabato 22 che varerà il passaggio al sistema dualistico, eleggendo i vertici del consiglio di sorveglianza. I giochi sono ormai  fatti, e non c’è più tempo di mettersi a contattare i soci (nella Bpm in totale sono quasi 50mila, la gran parte sono “dormienti”, il 10% sono dipendenti). Lonardi, che è lo storico capofila dei soci non dipendenti, aveva anche chiesto il rinvio dell’assemblea perché «la competizione è falsata e solo le due liste di soci dipendenti hanno avuto accesso al libro soci». Il giudice però, non se l’è sentita di concedere il rinvio, e ha fissato l’udienza di comparizione delle parti per il 3 novembre. Sarà dunque per la prossima volta. Ma lo scossone dato su Bpm non si fermerà a Milano.

lorenzo.dilena@linkiesta.it

Sabato 22 segui via Twitter (@Linkiesta) la cronaca live dell’assemblea Bpm

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