Gori, grazie per le idee: ma perché lasciare l’impresa?

Gori, grazie per le idee: ma perché lasciare l’impresa?

Da bosco e da riviera, dicono certi toscani per indicare quei tipi tutti speciali che sanno come gira il mondo, quelli che sono in un modo ma anche in un altro, quelli che magari tifano Inter ma anche un po’ Juve, quelli a cui piace il mare ma poi che bella la campagna, quelli che prima ti schifano come cittadino pensante di questo povero Paese, rifilandoti l’Isola dei Famosi, e poi passano alla cassa salvifica della redenzione, infilandosi il saio penitente.

Il problema del Gori, che appunto lascia tutti gli agi e si mette a disposizione nostra, di noi che tra un po’ dovremo (dovremmo) votare, magari dispensandoci idee e buoni consigli, insomma, il problema di questo talento che prima s’impose in Mediaset e poi si fece autorevolmente la sua casa di produzione, è che anche quando ci propinava – tramite la Simo – il suo olietto di ricino era proprio convinto della bontà, persino della necessità di quella operazione culturale, sentiva che il prodotto televisivo avesse attinenza diretta con lo stato della società e dunque lui gli cuciva semplicemente l’abito giusto. In due parole, uno psicologo applicato alla televisione, di sinistra già allora, sincero apostolo di quel nuovo mondo che molti anni dopo si sarebbe rivelato alla Leopolda.

Oggi ci sarebbe da chiedersi se è il caso di comprarselo, uno così. Se aderire al suo progetto mefistofelico di ricomposizione di mondi, di ricongiunzione di epoche tra loro molto diverse, ci sarebbe da chiedersi se una certa disinvoltura del pensiero non debba – per lo meno – passare da un piccolo purgatorio, in cui non scontare pene, ma raccontare se stessi con sincerità. Dal suo comunicato si evince la cesura, netta, col passato.

È il momento, ci racconta il Gori, che chi può farlo, chi è abbiente, chi non ha più bisogno di altri profitti economici perché molto ha accantonato, si metta a disposizione della Cosa Pubblica. È un anelito, una necessità impellente, che arriva proprio sulla collina della mezza età, i fatidici 51 (Gori è nato nel ’60). I fatidici, in realtà, sarebbero i 50, ma a noi impenitenti i suoi 51 ci ricordano i matti di “Quelli della Notte”, quando Arbore chiedeva a tormentone a quel fancazzista di Bracardi: «Ma tu, quanti anni hai?» E quello: «Cinquantuno!».

C’è un dubbio in questa nuova personalissima visione delle cose, in questo abbandonare gli agi terreni per abbracciare quell’etica del pensiero che porta alla politica. Il dubbio è che quel percorso appartenga decisamente alla visione cristiana e ai missionari di professione, che lasciano mondi civilizzati per abbracciare lo Sconosciuto lontano da noi. Noi che dovremo (dovremmo) votare, non vogliamo che Gori abbandoni i mondi civilizzati dell’impresa (perché mai dovrebbe farlo?), e non sarà quell’immagine salvifica, ma anche del tutto artificiale, di una «svestizione» così clamorosa a consegnarlo alla Storia con la s maiuscola.

Per capirci, gentile Giorgio: noi non vogliamo costringerci a credere un grammo in più alle sue idee sol perché lei adesso è nudo. Ci avrebbe fatto piacere apprezzarla anche da buon dirigente d’impresa. A che pro, il Sacrificio Definitivo?  

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