Possono ottanta secondi di diversità chiudere una pagina in comune?

Possono ottanta secondi di diversità chiudere una pagina in comune?

Ottanta secondi di diversità. Per ottanta secondi di diversità nell’arco di 16 anni (insieme sin da ’95, all’esordio con i Berliner Philarmoniker), due personalità straordinarie come Claudio Abbado e Hélène Grimaud, ineguagliabile pianista, hanno divorziato. Tutto per una cadenza musicale. Il critico musicale del Times, Daniel J. Wakin, sembra essere quello che più si è avvicinato alla verità dei fatti, rivelando che il braccio di ferro deriva da «una cadenza da 1 minuto e 20 secondi, Abbado voleva usare quella firmata da Mozart, mentre la Grimaud ha insistito su Ferruccio Busoni». Oggi il Corriere riprende la notizia, con un titolo tardo malinconico: «Rovinati 16 anni di sodalizio». Insomma, un vero dramma. Hélène ha intimato la Deutsche Grammophon di bloccare l’uscita del disco, lui ha annullato tutti i concerti che prevedevano la presenza di lei.

Mentre raccolgo da Wikipedia il significato di cadenza musicale, grazie anche al conforto del lettore Jari («inserto solistico, generalmente caratterizzato da libertà espressiva e bravura tecnica, eseguito dal solista, in un concerto, mentre l’orchestra tace»), voglio girarvi il modesto interrogativo che mi pongo da tempo e che questo episodio magicamente ha risvegliato: sono i particolari ad avere la capacità di sgretolare quei sodalizi apparentemente invincibili, quelle amicizie granitiche che mai metteremmo in dubbio, oppure sotto la cenere dei nostri rapporti cova comunque quel germe autodistruttivo che lentamente, ma inesorabilmente, riduce la nostra capacità di adattarci ancora agli altri che amiamo, dopo esserci donati senza egoismi per molto tempo? Se questo meccanismo interiore ha una sua aderenza con la realtà, allora dovremmo concludere che ogni amore è a tempo, e che la fragilità di ogni amicizia e di ogni percorso comune prima o poi subirà l’inappellabile condanna di una società difficile da vivere e da sostenere.

Ciò che è accaduto tra Abbado e la pianista non è, come parrebbe in superficie, soltanto l’esigente rivendicazione di due grandi professionisti che cercano la sintesi più accettabile per un’impresa collettiva e puntuale com’è un’orchestra, ma più probabilmente uno strumento sofisticato, ancorché poco razionale, per «rompere» il giocattolo che li univa e mandare l’altro a quel tal paese in un modo culturalmente inattaccabile, come può essere una querelle su ottanta secondi di cadenza musicale. Probabilmente, i due, molte altre volte si sono trovati di fronte a un dissidio musicale e altrettanto probabilmente lei, la donna, ha dovuto abbassare il capo di fronte all’imponenza del Maestro che disponeva per il meglio. Dopo sedici, lunghi anni, la Grimaud ha inteso far sapere, ha inteso far sentire, che il vento era cambiato. E tutto insieme, ha presentato il conto.

L’episodio ci riporta in quella zona grigia del pensiero, in cui la nostra capacità di tolleranza poggia sul terreno friabile delle ipocrisie, quella parte di noi che ha la necessità di mediare tra esigenze diverse, in nome di un rapporto che per certi versi ci appare ancora meritevole di credito e per altri, invece, consapevolmente finito o comunque in via di estinzione. In questi casi, la domanda è: di quanto allunghiamo il nostro e l’altrui tormento semplicemente per una convenzione borghese, perché in questo modo evitiamo il dolore degli altri o, più egoisticamente, rimandiamo all’infinito una presa di coscienza definitiva?

Nei momenti in cui ci pare arrivato il momento di rompere, o solo di interrompere, ognuno di noi vorrebbe essere Abbado o Grimaud, straordinari protagonisti di una messinscena bergmaniana, in cui decidere attraverso la scienza dell’arte come concludere uno straordinario sodalizio durato sedici anni. Ammetterete che, alle volte, aver studiato aiuta.

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