5.400 morti, ma Mosca vende aerei a Damasco

5.400 morti, ma Mosca vende aerei a Damasco

La Russia non abbandona Assad. Lo rivela ieri il quotidiano russo Kommersant Daily. Lo scorso dicembre, spiega il giornale, Mosca avrebbe fatto un altro affare con la Siria, vendendo 36 aerei militari Yak-130, con un contratto di circa 550 milioni di dollari. La fonte (anonima) sarebbe vicina agli ambienti del Rosoboronexport, l’impresa di stato russa incaricata di gestire l’import e l’export militare, che evita di commentare la notizia. Gli aerei, in ogni caso, non sarebbero ancora pronti: arriverebbero a Damasco solo dopo un suo pagamento anticipato. Ma l’azienda incaricata, la Irkut, sarebbe in grado di produrli in un tempo abbastanza breve. E, però, anche la Irkut non rilascia dichiarazioni.

Se confermato, l’appoggio a Bashar al Assad sarebbe chiaro. Già da tempo la Russia va controcorrente: rispetto alle altre nazioni, non ha mai condannato (se non in modo verbale) le repressioni del regime. Al contrario, avrebbe agito in sua difesa. Sia con mezzi diplomatici, sia – come si vede – con un sostegno diretto. Il 19 gennaio una nave russa, la Chariot, è entrata nel porto di Tartus, con un carico di munizioni destinato a Damasco. Di fronte alle perplessità e preoccupazione degli Stati Uniti, la risposta di Mosca è stata netta. Anche senza entrare in modo esplicito nell’argomento, il ministro degli esteri Sergej Lavrov ha spiegato che la Russia non deve rendere spiegazioni a nessuno: «ha agito nel pieno rispetto delle leggi internazionali», e soprattutto che la Russia non «si farà guidare da sanzioni unilaterali imposte da altre nazioni», riferendosi all’embargo dei paesi dell’Unione Europea. Non solo: gli altri paesi ignorano, o fingono di ignorare, il continuo rifornimento di armi straniere a beneficio degli oppositori del regime. Insomma, nessuno può criticare la Russia per il sostegno ad Assad.

Gli aerei Yak-130 sono, nella sostanza, velivoli di addestramento per piloti militari. Possono essere utilizzati anche per attacchi leggeri. Però, secondo quanto spiega Ruslan Pukhov, capo del Centro di Analisi e Strategie Tecnologiche di Mosca, ora che la situazione si è modificata, Damasco potrebbe aver perso interesse nell’affare. «Per colpire i dissidenti sono un’arma superflua, perché eccessiva», spiega, mentre «per scontri con Israele, o con la Turchia, sono armi molto deboli». Un errore di Damasco? Difficile. Più che altro, l’affare con la Russia si dimostra un importante segnale politico: la Russia non solo scommette sulla resistenza del regime, ma si impegna a sostenerlo.

Il tempismo è importante. Proprio due giorni fa l’Arabia Saudita ha deciso di ritirare i suoi osservatori, come ha spiegato il ministro degli estei Saud el Faisal. La Siria, sostiene il ministro, non rispetterebbe il piano di pace della Lega Araba. In questo modo la difficile mediazione tra i paesi della Lega, divisi tra interventisti (come il Qatar) e moderati (Egitto, Algeria, Sudan), ha ricevuto una battuta d’arresto. Il piano presentato alle Nazioni Unite da parte della Lega Araba prevederebbe, nel giro di due mesi, l’uscita di scena del presidente siriano, lasciando i poteri a un vice e creando un governo di unità nazionale. «Una flagrante violazione degli affari interni», avrebbe risposto subito il regime siriano, che parla anche di un «complotto» ordito dalla Lega Araba. Insomma, proposta respinta.

Nella sostanza, uscire dalla crisi è sempre più difficile. Non c’è solo la resistenza estrema del regime: agli interessi internazionali si sovrappongono le difficoltà diplomatiche tra i vari attori politici, la scontentezza dei Comitati locali per la resistenza, l’inefficacia, fino ad ora, delle sanzioni decise dall’Europa. Nel frattempo, secondo le ultime stime, il numero dei morti sarebbe arrivato a 5.400. 

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