Consob al bivio: o con le famiglie o con la casta di Piazza Affari

Consob al bivio: o con le famiglie o con la casta di Piazza Affari

Da un lato c’è il presidente del Consiglio Mario Monti e chi come lui si sforza di riguadagnare all’Italia un po’ di credibilità. Dall’altro c’è il salotto buono della finanza italiana impegnato nel gioco opposto: premiare irresponsabilità e avidità, e consacrare il mercato finanziario italiano, e la Borsa in particolare, alla definitiva inaffidabilità. In mezzo la Consob, dalla cui decisione dipenderà una delle peggiori stangate che si siano mai viste a Piazza Affari. 

Questa stangata ai danni dei risparmiatori vale mezzo miliardo di euro, e verrà attuata attraverso la vendita del controllo della compagnia assicurativa Fondiaria Sai. Mezzo miliardo a benificio esclusivo del socio di controllo della compagnia, la holding Premafin dei costruttori Ligresti, e delle banche creditrici, soprattutto Mediobanca e Unicredit. In che modo? 

Il piano preparato da Mediobanca, Unicredit e da Banca Leonardo, consulente dei Ligresti, prevede che il gruppo Unipol lanci un’Opa sulla Premafin per un esborso complessivo di 150 milioni. In questi casi, la legge stabilisce che scatti un’Opa a cascata anche su Fondiaria Sai, di cui la holding dei Ligresti detiene il pacchetto di controllo (circa il 36%). Ma qui la faccenda si complica. E il demerito diventa motivo per una lauta buona uscita dei Ligresti a danno dei risparmiatori.

Da quando dieci anni fa Mediobanca mise loro in mano la secolare compagnia fiorentina, i Ligresti hanno combinato di tutto:  stipendi d’oro, consulenze, operazioni in conflitto di interessi, investimenti di ogni sorta, gestione tecnica inadeguata. Il conto è arrivato a rate: 391 milioni di perdite nel 2009, 928 milioni nel 2010, circa un miliardo nel 2011. L’aumento di capitale concluso a giugno scorso (450 milioni, più altri 350 milioni nella controllata Milano) è stato bruciato in pochi mesi. Ora serve un secondo aumento: fino a 750 milioni. La ripatrimonializzazione è stata richiesta dall’Isvap, l’autorità del settore assicurativo: e questa è la chiave di volta della stangata.

Con la scusa della richiesta dell’Isvap, infatti, Ligresti, Unipol e le banche vogliono l’esenzione dall’obbligo di Opa. Si appigliano a una previsione del Testo unico della finanza (il salvataggio di società in crisi) e a un codicillo del Regolamento emittenti relativo ai casi di ricapitalizzazione richiesti da autorità di vigilanza prudenziali, qual è l’Isvap. Spetta alla Consob riconoscere se ci sono i motivi per l’esenzione oppure no. In quest’ultimo caso, però, Unipol ha già detto che non se ne fa nulla. Il che di per sé la dice lunga sulla motivazioni industriali di questa operazione di aggregazione fra il gruppo assicurativo del salotto buono e quello delle coop.

Ci sono almeno due buoni motivi per fermare la “stangata” dei furbetti del salotto buono. Il primo è sostanziale: se è un salvataggio, perché Unipol strapaga Premafin? La valutazione delle azioni ordinarie Fondiaria Sai, implicitamente espressa dall’offerta di 150 milioni per la controllante Premafin, è di 4,73 euro per azione (leggi qui i dettagli) contro un prezzo di Borsa corrente oscillante fra 0,6-0,7 euro. L’intero “pacchetto Ligresti” viene stimato da Unipol 637 milioni contro circa 90 milioni a valori correnti. La differenza, circa 549 milioni, è il “premio” pagato per subentrare nel controllo di Fon-Sai. Per la sola quota ufficiale del 51% di Premafin, i Ligresti incasseranno 76,9 milioni più altri 14 milioni di compensi garantiti per cinque anni. Le banche creditrici di Premafin, Unicredit in testa, eviteranno perdite sui loro crediti. I piccoli azionisti non avranno alcunché, e dovranno pure subire la diluizione dell’aumento, oltre ad essere esposti ai rischi di determinazione dei concambi con la successiva fusione Unipol-Fondiaria.

Il secondo motivo è tecnico-formale, e attiene il “codicillo” in questione. La norma prevede l’esenzione dall’Opa qualora emerga un nuovo azionista di controllo, nell’ambito dell’aumento di capitale chiesto da un’autorità di vigilanza. È successo così, per esempio, nel caso di Banca Profilo: la Sator di Matteo Arpe entrò nell’azionariato in sede di ricapitalizzazione, e i vecchi azionisti di controllo si diluirono. Invece, sarebbe una novità assoluta, e singolare, se la Consob concedesse l’esenzione in un’Opa a cascata, con sostanzioso premio per gli azionisti di controllo che hanno affossato la società da salvare.

La domanda da mezzo miliardo di euro è se la Consob avrà voglia di svolgere fino in fondo il suo ruolo di garanzia e di cane da guardia della Borsa. O se invece preferirà fare il cagnolino di compagnia del salotto buono che presta miliardi di euro ai cattivi clienti che hanno però le relazioni giuste. Se fosse così, prendiamone atto: a dispetto delle promesse di Monti e dei sacrifici e del cambio di passo chiesti agli italiani, l’Italia non diventerà mai un paese normale, dove il merito viene premiato e gli errori pagati da chi li ha commessi. Poi, però, non lamentiamoci se gli stranieri non vengono a investire da noi, e l’Italia rimane in fondo alle classifiche per investimenti diretti esteri. I privilegi della casta di Piazza Affari costano.

Twitter: @lorenzodilena

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