Donna e imprenditrice scuote il Pd, ma non è la nuova Serracchiani

Donna e imprenditrice scuote il Pd, ma non è la nuova Serracchiani

Il lavoro è la sua passione. Dopo il discorso all’assemblea nazionale del Partito Democratico, Bruna Dini ha conosciuto, se non la gloria, certo la notorietà. Da quel momento, la sua storia (o meglio: la storia della sua azienda in crisi) hanno fatto il giro della rete. «Non faccio la fame, ma un lavoro non ce l’ho», aveva iniziato. E pensare che era salita sul palco come rappresentante del mondo produttivo. Ha chiesto con voce rotta l’attenzione del partito per quelli, come lei, che non ce la fanno. Ha suscitato commozione e stupore. E, alla fine, anche Bersani l’ha abbracciata. Siamo di fronte a una nuova Debora Serracchiani? «Ma no, non c’entriamo niente», si schermisce con Linkiesta «L’unica cosa che ci accomuna è stato il fatto che la rete ci ha rilanciato in modo massiccio». E poi «Debora ha avuto anche la fortuna che, subito dopo, c’erano le elezioni europee (fortuna meritatissima, eh)». Bruna, questa opportunità, non ce l’ha: «Stare sull’onda almeno un anno? E chi ci riesce?».

Intanto, sono molti i messaggi di stima che le arrivano da tutte le parti: «Tutti mi dicono “ mi hai commosso”, o “hai parlato per me”». Hanno apprezzato «il coraggio, o l’autenticità. Ma io mi chiedo: mi avete visto piangere?». No. Lei ha pianto, dice, ma dopo. Quando Bersani l’ha abbracciata. Per l’emozione? «No. A volte mi capita di parlare in pubblico. Ma stavolta ho visto che era diverso: ho cominciato a parlare e mi sono resa conto che la platea era in silenzio. Di solito si chetano tutti solo quando parla D’Alema, o Bersani».
 

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Bruna Dini ha ereditato dal padre (e dal nonno) un’impresa edile a Viareggio. «Negli ultimi tempi avevo sei-sette dipendenti». E insieme all’impresa, una serie di difficoltà più o meno grandi. La prima è la concorrenza. «In edilizia – spiega – si può lavorare in tanti modi», intendendo, cioè, con tante etiche diverse. «Ho sempre rispettato la legge. E questo mi ha penalizzato», in un mondo in cui c’è tanta illegalità, sottolinea. Poi, la Giustizia: «Io mi fidavo. Poi, una volta ho fatto una causa per ottenere un pagamento che mi spettava, e non ha funzionato». E ancora, le istituzioni: «Con la mia azienda non potevo concorrere per appalti pubblici, perché, lavorando nella legalità, non ho prezzi competitivi». Gli enti, per scarsa competenza o per disinteresse, non controllano mai. E, infine e soprattutto, il fisco. «La tassazione è iniqua: come l’Irap, che è indipendente dal ricavo che noi facciamo». Insomma. Giustizia, istituzioni e tasse non funzionano: perché non sta con il Pdl?

«Non scherziamo. Il Pd va bene. Ho la certezza che qui ci siano le persone che sappiano dare le risposte giuste, che sappiano cercare di conciliare le imprese, i dipendenti, chi rischia». Bersaniana di ferro, ha cominciato con il Partito Democratico nel 2007, dopo aver guidato il gruppo giovani di Confindustria. Eletta subito all’Assemblea nazionale, è diventata coordinatore della segreteria della Versilia. «È vero, ci sono problemi che Berlusconi ha sollevato. Ma che non ha mai risolto. Gli unici che hanno fatto liberalizzazioni, lo ha riconosciuto anche Monti, siamo stati noi del Pd». Merito, nemmeno a dirlo, di Pierluigi Bersani, che sta facendo il suo «egregio lavoro per mantenere unito e coeso il partito».

E se Bersani va bene, non va bene Matteo Renzi. Lui «dovrebbe fare il sindaco di Firenze» e non altro. «Ha poco rispetto per il Pd: che non ha bisogno di primedonne, ma di un lavoro di squadra». Renzi «ha molte ambizioni, ma le sue proposte – i cento punti – non hanno granché valore». Perché? Alcune sono idee «già del Pd. Alcune francamente inattuabili. Altre ancora non approfondite. Meglio che si dedichi alla città». E poi, una campagna così aggressiva, con una terminologia così dura come «rottamazione» era eccessiva. Ma ormai, con il governo dei professori, sembra che l’astro di Renzi sia tramontato, o almeno eclissato. Ora ci sono altri problemi da affrontare. L’articolo 18, ad esempio? No. È «una fissazione dei giornalisti»: perché va bene a tutti, imprenditori e dipendenti. Il «problema, in realtà, non è che le aziende non possono licenziare. È che non possono assumere».

Lei, nella vita, ha licenziato solo due persone. Ma ora che l’impresa chiude, cosa farà? «Per quanto mi riguarda, a livello imprenditoriale ho deciso di creare un Bed and Breakfast. Passo al settore della ricezione e del turismo». Ha una casa «divertente», spiega. Con tanti gatti e animali, che sono un’altra delle sue passioni. Intanto, spiega, deve vendere alcune sue proprietà per ripianare i debiti. «Anche se, in futuro, spero sempre di avere la possibilità di tornare nell’edilizia». E per quanto riguarda il Pd? Ci saranno pur scelte da fare. «Per quanto riguarda i temi sensibili, diritti civili, allora io starei con Sel e Di Pietro». Insomma, la foto di Vasto. «Ma se vogliamo governare, in un momento così difficile, ho paura – e sottolineo: ho paura – che dovremo ricorrere ai moderati, cioè a Casini». 

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