Freccero: “Concordia, finalmente un vero reality ad appassionare l’Italia”

Freccero: “Concordia, finalmente un vero reality ad appassionare l’Italia”

Costa Crociere, il naufragio, il crollo. E, tutt’intorno televisioni e pubblico. Nel mezzo, due personaggi già diventati simbolici e assoluti: il comandante Francesco Schettino, a rappresentare il male, e il capitano Gregorio De Falco, che invece personifica il bene. Oppure il primo ricorda Berlusconi, e il secondo Mario Monti. Ecco la similitudine più diffusa. Linkiesta ne ha discusso con Carlo Freccero, direttore di Rai 4.

La somiglianza funziona?
No, personalmente non credo. In generale non mi voglio occupare dell’animo di Schettino. A mio avviso, la vicenda del naufragio, per come è stata vissuta a livello mediatico, è molto più complicata. Può essere esposta in quattro capitoli.

Quali?
Il primo capitolo è, com’è ovvio, quello dell’incidente. Un fatto che diventa subito un evento mediale e causa la rottura del palinsesto: tutto si ferma e dà spazio alla notizia, interrompendo il flusso di trasmissioni che erano state programmate. Una cosa che ormai è considerata importante: tanto è vero che la Rai è stata criticata per la mancata copertura (ma certo non è colpa della Carlucci, per questo). Del resto l’incidente è sempre all’inizio della narrazione, inteso come rottura degli equilibri. In questo caso, parliamo di quelli televisivi. L’incidente è così diventato evento mediale.

Il secondo?
Poi, il racconto dell’incidente si evolve nelle direzioni più svariate. Viene letto come allegoria, come racconto morale: è questo il momento in cui il naufragio diventa una metafora. Secondo una retorica in cui quasi tutti i giornalisti si sono misurati, Schettino è diventato il capro espiatorio di una nave che si è “spiaggiata” – mi piace questa espressione – come una balena, e come l’Italia. Dall’altro capo troviamo invece un De Falco, eroe buono che, come i tecnici del governo, è arrivato d’urgenza a risolvere la situazione. Ecco, la lettura principale nelle reti e sui giornali è stata questa. E da qui, veniamo al terzo capitolo, quello del reality.

Reality?.
Sì, la situazione è da reality show. Da quando esistono, si è instillata l’idea dello spettatore come giudice: guarda, assiste, ma non solo. Decide. Tutta la vicenda della Concordia può essere vista come un grande reality, con filmati dei salvataggi, le immagini dei naufraghi viste in diretta, le testimonianze, i processi ai protagonisti, le notizie in tempo reale. È un reality, ma con la differenza che è vero. Lo si può vedere bene.

Come?
Le faccio un esempio: la nave non è affondata, la possono vedere ancora tutti. È lì: è questo cos’è? Un set, a tutti gli effetti. Il relitto si  trasformato nel set di un racconto, di un format televisivo che ha fatto il giro del mondo, ancora visibile. E poi, a sua volta, può diventare esso stesso protagonista di una storia sua: si romperà? Affonderà? Ci sarà un disastro ecologico? E questo ci porta al quarto capitolo.

Che consiste in…
Il quarto capitolo è stato quello della riflessione: la nave, da metafora del Paese, è diventata un mostro del capitalismo di massa. Ci si chiede: “Com’è stato possibile che sia accaduto tutto questo?” Semplice, all’origine di c’è la possibilità di fare sette giorni in crociera pagando 700 euro. Cioè, un consumismo di massa reso possibile dallo sfruttamento di massa. Una riflessione messa in onda da Santoro, che nella sua trasmissione ha fatto riferimento più a un film francese. In generale la vicenda porta con sé anche altro: le immagini le conoscono tutti, ma le dichiarazioni sono tante, diverse, contraddittorie. E ci si chiede: ma allora, chi garantisce che non mentano? Che le loro parole non siano camuffate, cambiate? Chi mi dice che Schettino non cambi versione su suggerimento degli avvocati? E i ricordi dei naufraghi? Ecco. Qui ritorna centrale il ruolo del giornalista, che deve fare chiarezza. Ma quello che ho visto è una divisione, netta, dei punti di vista. Colpevolisti, moraleggianti, attenti a confrontare Schettino o De Falco con i tecnici e i politici.

Ma ora che l’abbiamo analizzata, perché secondo lei è una storia così importante e vissuta?
La chiave sta nel quarto capitolo: è un consumismo di massa. Gli spot delle crociere hanno la stessa visibilità, in termini di quantità, degli spot dei cellulari. Questo cosa significa? Che è una cosa alla portata di tutti. La crociera elitaria di una volta è finita: ora è come il treno popolare degli anni ’40. Se la possono permettere tutti come vacanza, ed è, di conseguenza, nell’agenda di tutti. Alla portata di tutti significa che lo è anche come narrazione. È semplice tanto che tutti ne possono parlare, e poi è leggibile a più livelli, fino a coinvolgere il tema del disastro economico o ecologico. Si presta a più letture. E poi, non si sottovaluti una cosa: come storia, ha successo anche perché piace molto agli americani. Il naufragio è un elemento tipico del loro cinema catastrofico – come i grattacieli, del resto.

Se dovesse trarne una fiction quale lettura sceglierebbe?
Una fiction? Non basterebbe, come forma narrativa. E poi sarebbe una sovrapproduzione, un di più. In sé, come storia, risente dei condizionamenti dalla letteratura: col capitano, il mare. Ma arriva, nei suoi personaggi, a somigliare alla soap opera. E, senz’altro, come ho detto, al reality.

Ma il reality dei naufraghi, come lo definisce lei, esiste già.
Sì, questo è un finto reality, perché è vero, accade sul serio. Ma, dal punto di vista del palinsesto, arriverà fino ad aprire a quel reality vero (perché falso), l’Isola dei Famosi, che è in programma. Credo però che la trasmissione rischi di pagare dazio proprio per questo.

Perché?
Be’, lo spettatore ha assistito a una forma di reality più forte, perché autentica. Un naufragio falso, in questo contesto, stonerà. Come anche i finti naufraghi e le loro avventure.

Per quanto si continuerà a parlarne?
Prima o poi, com’è ovvio, si sgonfierà. Ci sono altri temi che bussano: la crisi internazionale, ad esempio, che richiede una sua attenzione. Ma anche altri eventi mediatici si stanno facendo largo, come le proteste dei tassisti. Poi, dipende da quello che farà il relitto. Come ho già detto, potrebbe affondare, o rompersi. E la storia, a quel punto, sarà costretta ad aggiungere altri, nuovi capitoli.

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