“Industrie tornate”, Obama fa guerra alla delocalizzazione

“Industrie tornate”, Obama fa guerra alla delocalizzazione

SAN FRANCISCO – La Master Lock è una società statunitense che produce serrature di sicurezza dal 1921. La sede è a Milwaukee, in Wisconsin. È stato l’amministratore delegato della Master Lock a dire ad Obama che per loro è più conveniente riportare la produzione sul territorio nazionale. È stato citato durante il discorso dello stato dell’Unione come esempio da replicare in tutti gli Stati Uniti: favorire l’in-sourcing, incentivi per chi lo fa, più tasse per chi resta dov’è ora o si sposta all’estero.

Il presidente degli Stati Uniti non poteva essere più chiaro. Primo. Vuoi fare outsourcing? Dimenticati di dedurre anche un solo dollaro di tasse. Quei soldi saranno usati per le aziende che decidono di non farlo o di riportare la produzione a casa. Secondo. Nessuna compagnia americana, nessuna multinazionale, potrà pagare le tasse solo nei paesi in cui sposta produzione e profitti. Ed ogni penny [cit.] risparmiato servirà a diminuire le tasse di chi resta negli Stati Uniti ed assume negli Stati Uniti. Terzo, se oltre a riportare qui la produzione lo farai in un distretto che è stato duramente colpito dalla crisi avrai tutto l’aiuto che ti serve per finanziare nuovi impianti, macchinari, aggiornamento professionale per i nuovi assunti.

Ha un senso. Ce lo ha dal punto di vista elettorale, era un discorso che parlava più all’elettorato repubblicano che al proprio, ha un senso dal punto di vista economico. Lo dimostrano i fatti, in Wisconsin, ma soprattutto in Texas, in Arizona, negli stati centrali decine di aziende americane investono sul manifatturiero e ne ottengono benefici. Centinaia di persone che hanno perso il lavoro si mettono a produrre in proprio e trovano il loro posto nel mercato della crisi. Obama ha semplicemente seguito le linee guida dei governatori di quegli stati che da anni hanno promesso aiuti in tal senso e hanno mantenuto quelle promesse. Funzionano gli sgravi fiscali, funziona la guerra ai paesi che importano prodotti aggirando i requisiti del WTO, funziona dal punto di vista della comunicazione delle aziende stesse rivendicare, fiere, il Made in USA.

Parlano i numeri. Negli ultimi due anni decine di aziende hanno riportato la produzione ‘a casa’ negli stati in cui sono stati varati incentivi e tagli fiscali [5,4 aziende alla settimana – stima di mercatus.org]. Al primo posto c’è il Texas, poi l’Arizona, il Colorado, seguono appaiate Nevada ed Utah. 33.000 posti di lavoro di media e cinque trilliardi di fatturato in più in tutti gli Stati Uniti solo lo scorso anno [Bureau of Economic Analysis 2011].

Misure analoghe le ha promesse anche il governatore della California, Jerry Brown, alla disperata ricerca di consenso politico per far fronte ad un piano fiscale da lacrime e sangue che dovrà essere approvato dai propri elettori in un referendum che si terrà a novembre. Misure che si vanno ad aggiungere ai miliardi di dollari di aiuti statali che sono stati versati dall’amministrazione Obama a tutte quelle aziende messe in ginocchio negli ultimi due anni dalla concorrenza cinese [in cambio di contributi elettorali non indifferenti come sottolineato più volte da molti analisti].

Se dal punto di vista della politica, della ricerca del consenso ha più che un senso lo ha anche per il mercato? Qui la risposta si fa più articolata. Se in Wisconsin emblematico è il caso della Master Lock, in California ha fatto scuola l’esperienza della Numi Organic Tea, due studenti che si sono messi in testa di lavorare il the acquistato attraverso i canali dell’equo e solidale diventando una delle prime aziende del settore in tutti gli Stati Uniti, la prima in California. O, ancora meglio, la favola di Kara Haspel, che senza nessuna esperienza nel settore ed investendo la liquidazione del marito nella sua passione per le Cupcakes si ritrova ora fra le mani un marchio multimilionario, il Kara’s Cupcakes. Sei negozi in tutto lo stato ed un futuro da big company. Ma un conto è darsi da fare in settori tradizionali, un conto è produrre tecnologia in un mercati giovani ed in fortissima espansione, con competitor aggressivi in casa e fuori. E qui i dati smentiscono l’efficacia di queste misure, soprattutto in California, soprattutto nei settori delle energie rinnovabili, quelli più duramente colpiti dalla concorrenza oltreoceano, quelli maggiormente aiutati dall’amministrazione Obama. Non tanto perché siano misure controproducenti o inefficaci, ma semplicemente perché ‘datate’.

Obama parla di Detroit, ma dal punto di vista industriale quella è archeologia, il crac che sulla costa ovest ha fatto più rumore è stato quello della Solyndra, manifattura di pannelli solari, fallita a settembre dopo aver avuto un prestito da mezzo miliardo di dollari che difficilmente torneranno indietro. Ed altre potrebbero seguirla. Eppure, ad analizzare i dati, si scopre che in questi settori i posti di lavoro in ballo, decine di migliaia di posti di lavoro, sono nei servizi, nell’installazione, nell’assemblaggio. Che il mercato ha preso atto dell’impossibilità di competere ovunque e si è riposizionato da tempo. La produzione in Cina di componenti di una serratura era un vantaggio perché quello era il modo in cui la Cina entrava in quel mercato offrendo forza lavoro a basso costo a discapito della qualità. Non paga più. Nel settore delle rinnovabili invece, come di determinate componenti elettroniche, la Cina è competitiva, punto. Non hanno copiato, non hanno tagliato i salari, sono una parte dell’equazione. Ed è più vantaggioso comperarli a prezzi più bassi da aziende di cui si garantisce la qualità con opportuni investimenti garantendo nello stesso tempo sul territorio statunitense l’eccellenza nei servizi, nell’installazione, nella progettazione degli impianti.

Così sta facendo Google, che inaugurerà una centrale solare da 168 milioni di dollari e 392 megawatt progettata ed assemblata negli Stati Uniti con pannelli costruiti in Cina. Che sta acquistando porcilaie in tutta la costa ovest per produrre energia dagli escrementi dei maiali utilizzando tecnologie coreane [un investimento da 22 milioni di dollari]. Così farà Yahoo che inaugurerà la sua centrale ad energia solare nel 2014 assemblata da aziende locali, ma con materiali costruiti in Corea, in impianti direttamente finanziati da loro per garantire la qualità del materiale e delle condizioni di lavoro [25 milioni di dollari].

Non si tratta d un modello contrastante con quanto proposto da Obama, è solo un settore in cui il mercato precede la politica. Benissimo promuovere commissioni di inchiesta contro la violazione dei requisiti del WTO di Russia e Cina se ci sono state, ma rendersi anche conto che, ad esempio, per quel che riguarda le energie alternative Cina [Trina, Yingli], Giappone [Sharp], Germania [Solar World] hanno contribuito quanto gli Stati Uniti [SunPower, First Solar] al crollo dei prezzi all’origine. Rendersi conto che la maggior parte dei posti di lavoro creatisi negli ultimi due anni [100.000 in California, altri 25.000 previsti nei prossimi nove mesi] sono il doppio di qualsiasi altra industria la cui produzione è sul territorio nazionale, più del doppio di quelli garantiti dalla produzione di energia tradizionale. Perdere questo treno per il capriccio di non fare affari con la Cina o per accontentare parte dell’elettorato, al di là della retorica, è considerato da molti follia pura. Soprattuto in California dove i rapporti con i mercati orientali sono solidissimi, forti non solo di una ovvia opportunità geografica, ma anche di una massiccia presenza di uomini e donne di origine asiatica in alcuni ruoli chiave, sia nelle istituzioni, sia nel privato. 

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