La discesa di Passera, ultima frontiera del vuoto politico

La discesa di Passera, ultima frontiera del vuoto politico

A domanda ha sempre risposto che per lui il futuro è tutto ancora da disegnare, ma che l’essere risorsa per il Paese, come adesso con il governo Monti, non gli dispiace affatto. Quel sorriso appena accennato, sornione quanto basta, che Corrado Passera oppone ai suoi (ormai) plurimi intervistatori, è meglio di una dichiarazione di intenti, e quindi non è così avventato tirare l’inevitabile conclusione che per l’ex consigliere delegato di Intesa si prospetta un futuro (da) politico.

La domanda, semplice quanto il suo sorriso, la giriamo senza troppi giri di valzer: gentile ministro per lo Sviluppo economico, lei ritiene eticamente sostenibile sfruttare la scia di un governo emergenziale com’è il governo Monti, chiamato in un momento straordinariamente delicato per il Paese, per poi immaginare, a esperienza conclusa, una sua discesa in politica? O non dovrebbe bastarle, per il benessere di anima e corpo, il ringraziamento (se sarà tale) di buona parte degli italiani?

È del tutto chiaro, e non ce ne sfugge la portata, che la nostra democrazia prevede (ancora) il ricorso alle urne e dunque anche al ministro più celebrato e temuto toccherà, nel caso, la faticosa ricerca dei voti per darsi finalmente un’identità compiuta. Ma se abbiamo dibattuto per un ventennio sul livello di influenza della televisione berlusconiana, sia nella fase preparatoria del partito, sia in quella di puro affiancamento nel corso del tempo, non possiamo non spendere qualche minuto a esaminare quei rapporti perversi tra carriere pregresse e aspettative future che spesso producono candidature che, almeno in apparenza, hanno scarsissima aderenza con il Paese reale. E cioè con quella fatica del cercar consenso, un tempo certamente più complessa, con cui si dovevano confrontare gli uomini e le donne che sceglievano di far politica attiva.

Un esempio deteriore non lontanissimo nel tempo, ma che in qualche misura ha fatto scuola, è quello di Antonio Di Pietro. E’ difficile, se non proprio impossibile, sostenere che il più famoso magistrato italiano non sia stato proiettato con favore nell’arena politica dalla notorietà, dal clamore, dalla straordinarietà di un’azione giudiziaria che ormai è consegnata ai libri di storia con l’espressione «Tangentopoli». In quei primi anni ’90, cinque magistrati della Procura di Milano vennero elevati a vere madonne pellegrine della legalità collettiva, riponendo – (quasi) tutti gli italiani – in quell’azione una serie di aspettative tradite. Di quei giudici, l’unico a sfruttarne l’incredibile scia fu, appunto, Tonino Di Pietro. Gli altri, tra pensione e carriere interne, si sono persi.

Questo aspetto pone inevitabilmente il problema delle storie personali e di quelle più collettive. E introduce, anche in modo angosciante, un secondo problema: ma chi ci portiamo in casa noi cittadini, che garanzia abbiamo sulle conoscenze politiche e sociali dei nostri candidati, quando poi non addirittura paracadutati in lista da quattro segretari di partito? Al tempo della prima Repubblica, questo «vuoto» veniva colmato proprio dalla storia, dall’autorevolezza, dalle radici dei partiti politici, i quali potevano offrire all’elettorato una sceneggiatura certamente più credibile entro la quale comprendere persone di diversa natura, provenienza, caratura, tutte – inevitabilmente – garantite da veri e propri marchi di solidità politica: Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito Socialista, etc.

Oggi questa «copertura», che un tempo veniva considerata nobile, ovviamente è venuta meno. E i meccanismi di cooptazione assumono ormai le forme più diverse. Altro esempio eclatante (e deleterio) è quello di De Magistris, del quale non possiamo ricordare davvero nulla di socialmente ragguardevole, se non dover ricorrere a inchieste giudiziarie che gli hanno dato fama nazionale. Ma può un’inchiesta giudiziaria, anche la più benemerita (e su De Magistris alcuni hanno dei forti dubbi), costituire il piedestallo etico da cui partire per la trasvolata politica?

Il piano Passera, ammesso che vada in porto, e ammesso che l’interessato lo conduca a destino, è forse il punto più sottile e sofisticato di questo insopportabile vuoto di politica che impera nella nostra povera Italia. Un vuoto che può permettere a persone certamente ragguardevoli nei loro mestieri, di utilizzare sapientemente un passaggio emergenziale della nostra storia per presentarsi agli elettori ormai sfibrati d’ogni entusiasmo come uomini provvidenziali. E non è neanche vero che poi la ricerca dei voti sarà così affannosa, nelle nostre anime desertificate d’ogni entusiasmo un sei per cento non si negherà certamente a un uomo ambizioso e credibile come il ministro dello Sviluppo economico.
Se poi mi dite se Passera non sia già adesso meglio di Casini, beh allora questa è tutta un’altra storia…  

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