“All’Archivio di Stato non riusciamo neanche a pagare le bollette”

“All’Archivio di Stato non riusciamo neanche a pagare le bollette”

Passate le ricorrenze del 27 gennaio e del 10 febbraio, cosa ricorderanno gli italiani? Le giornate della Memoria e del Ricordo portano a galla pezzi di Storia conservati ogni giorno dell’anno in luoghi come gli archivi di stato e l’istituto per la resistenza. Ma queste realtà, che oltre a preservare diffondono la storia attraverso l’attività di formazione, vedono a rischio la loro stessa sopravvivenza. Gli esempi si trovano anche in un territorio da sempre attento alla memoria come l’Emilia-Romagna.

Non solo il futuro, ma anche il passato è incerto, «e la crisi sembra congelarci in un eterno presente. Non si ragiona più sui tempi lunghi, non solo è precario il futuro ma anche il passato con tutto il suo spessore rischia di scomparire», dice preoccupata Elisabetta Arioti, direttrice dell’Archivio di Stato di Bologna. Dal 2007 al 2011 i finanziamenti statali si sono ridotti da 395mila a 127mila euro. Il disavanzo di 215mila euro è stato in parte compensato alla fine dell’anno e i debiti del 2009 e 2010 sono stati pagati, ma quelli del 2011 ancora no. Eppure l’archivio tira la cinghia, spiega la direttrice: «Bastano le spese obbligatorie come quelle per gli impianti di sicurezza e i riscaldamenti per farci andare in disavanzo. Siamo in debito su gas, luce e acqua».

L’archivio di Bologna conserva documenti storici dall’alto Medioevo a oggi, è tra i più frequentati d’Italia e vanta una grande presenza di ricercatori stranieri, più di duemila all’anno. Questa realtà è a rischio di sopravvivenza? «Per fortuna Bologna no, ma ho lavorato anche in Liguria – racconta Arioti – e lì la situazione è gravissima. A causa dei pensionamenti tutti e due gli istituti archivistici sono privi di funzionari amministrativi». Effetti dei tagli che certo non avvengono solo nel settore della cultura, dice la direttrice, «ma qui incidono particolarmente perché le somme erano già basse. La politica di tagli lineari, non selettivi, praticata negli ultimi anni rischia di cancellare del tutto le realtà più fragili».

«La sopravvivenza di istituti come Isrebo, l’Istituto per la storia della Resistenza e della societá contemporanea nella provincia di Bologna è sicuramente in dubbio», racconta con amarezza il professor Mauro Maggiorani, che lo dirige. La rete degli istituti storici della Resistenza fa capo alla sede nazionale milanese, l’unica a ricevere finanziamenti statali. I tagli sono stati tangibili e oggi l’Insmli, l’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia a Milano si basa in sostanza su contributi privati. Il resto degli istituti, su base provinciale e regionale, godevano fino almeno a dieci anni fa di un insegnante statale comandato.

Nell’ultimo decennio, racconta Maggiorani, la rete ha conosciuto progressivamente tagli sia nei finanziamenti sia nelle risorse umane. «Per alcuni istituti questo ha significato la fine, in particolare in quelle regioni che per ragioni storiche già si presentavano con una presenza meno forte e più rada. Esemplare il caso della Sardegna dove la rete è andata sostanzialmente sparendo. Ma anche in Emilia-Romagna hanno perso personale gli istituti di Imola, Forlì, Ferrara». Non finisce qui: se solo Milano riceve finanziamenti diretti dallo Stato, molti altri istituti si basano sul sostegno degli enti locali. «Anche i Comuni, Province e Regioni subiscono i tagli, e di conseguenza tagliano i contributi a istituti culturali come quello per la resistenza». A Bologna l’istituto fatica oggi a sopravvivere. La Provincia di Bologna contribuiva fino a 3 anni fa con 8mila euro, oggi non dà più nulla. Tanti altri Comuni che una volta lo sostenevano con contributi dai 500 ai 1500 euro (a fronte di servizi culturali) oggi non lo fanno più. «Ma il ruolo di questi istituti è cruciale: salvaguardano testimonianze e archivi, operano per divulgare la conoscenza della propria storia come comunità locale: un lavoro che intreccia memoria e identità».

Il “testimone” della memoria viene consegnato alle nuove generazioni di anno in anno e c’è anche una legge a riconoscerlo come necessario. I due provvedimenti che istituiscono la Giornata della Memoria e quella del Ricordo (rispettivamente la legge 211 del 20 luglio 2000 e la 92 del 30 marzo 2004) usano entrambe la stessa espressione: «Sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende». Lo dice lo Stato: la formazione è un punto cruciale per la diffusione della coscienza storica. Anche da questo è possibile quindi valutare lo stato di salute del caso italiano.

A giudicare dai due esempi in esame, i segnali non sono positivi. La scuola di archivistica bolognese ha dovuto rinunciare a insegnanti esterni, può contare ormai solo sui suoi funzionari e li “presta” alle scuole omologhe di Parma e Modena e istituti come quello bolognese basano una grossa fetta della loro attività proprio sulla formazione nelle scuole. 

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