Mi consentoChe tristezza ridurre le Olimpiadi alla stregua del bunga bunga

Che tristezza ridurre le Olimpiadi alla stregua del bunga bunga

L’Italia nemmeno ci proverà a organizzare le Olimpiadi del 2020. La candidatura di Roma avrebbe dovuto godere di una garanzia economica del Governo, pronto ad assumersi la responsabilità di ripianare qualsiasi lievitazione di bilancio, e Mario Monti non se l’è sentita. Ha detto no. La decisione può essere discussa, ovviamente, ma più ancora della presa di posizione di Palazzo Chigi, quel che incuriosisce e attira l’attenzione è la reazione degli italiani. Qui su Linkiesta siamo stati travolti da un’ondata di commenti (come al solito tranchant, come purtroppo spesso accade sul web dove sembra davvero preclusa la possibilità di ragionare pacatamente) favorevoli al presidente del Consiglio; un sondaggio condotto da repubblica.it certifica che l’86% degli italiani sta con lui sulla questione olimpica. E, per quel che può contare, stamattina in autobus chi scrive è stato aggredito da un passeggero infuriato per avermi ascoltato al telefono mentre spiegavo perché il no olimpico mi ha messo addosso tanta tristezza. «Non ci sono i soldi per i marciapiedi, e quelli pensano alle Olimpiadi», guadagnando il consenso pressoché unanime del 571.

In un post qui su Linkiesta, Marco Giovanniello ha definito rivoluzionario il no di Monti e addirittura ha scorto nella reazione degli italiani un cambio di mentalità, uno scatto di adesione al concetto caro a Friedman che “nessun pasto è gratis”. Una visione a dir poco ottimistica. Immaginare che 86 italiani su 100 siano stati folgorati sulla via dell’economista almeno mi regala un sorriso.

La verità, se di verità si può parlare, sta nelle parole del passeggero del 571. Mario Monti ha, involontariamente o meno, abilmente cavalcato il sentimento anti-casta che pervade il nostro Paese. L’idea, ormai impresa nel Dna, che provare a creare un’opera pubblica equivalga ad arricchire i soliti noti, la “cricca”, e non a disegnare un orizzonte futuro e regalare una prospettiva diversa. Il presidente del Consiglio ha di fatto retrocesso l’Italia in maniera più dolorosa di qualsiasi agenzia di rating. E lo ha fatto da padrone di casa. E in modo vagamente populistico.  

Mi ha colpito, in modo amaro, che a nessuno sia venuto in mente che invece i giochi olimpici si sarebbero potuti rivelare un’occasione di riscatto, che sì, stavolta gliel’avremmo dimostrata al mondo intero che l’Italia, quando c’è da rimboccarsi le maniche, sa come si fa. Certo, scorrere le facce del comitato, rivedere in fila le mummie che da anni gestiscono e spadroneggiano lo sport italiano, mette altrettanta angoscia. Ma un presidente del consiglio che voglia passare alla storia si assume anche l’onere di spezzare antichi legacci e consuetudini, invece di chiudere solo a chiave il cassetto. Non parleremmo ancora oggi di un certo Franklin Delano Roosevelt se avesse ragionato così. 

Già la sento l’obiezione in lontananza: e le Olimpiadi sarebbero un’occasione per rimboccarsi le maniche? Quattro atleti in mutande che gareggiano, quando qui perdiamo il lavoro e non abbiamo i soldi per pagare il mutuo? E sì, questa è la principale responsabilità di Mario Monti, di aver ragionato come loro, o forse di averci solo speculato politicamente. Oggi la parola più letta sui quotidiani e sul web è circenses. Sorvolando sul plauso al presidente del Consiglio giunto dalle colonne di Libero e Giornale, addirittura Filippo Ceccarelli su Repubblica verga un’articolessa così titolata: “Da Andreotti a Berlusconi, così la tecnocrazia ha seppellito la dinastia populista dei circenses”, infarcendo lo scritto con foto e gesta di Achille Lauro. Roba da far accapponare la palla. Ma, di grazia, cosa c’entra Achille Lauro, ’o comandante, con de Coubertin? Trattare le Olimpiadi alla stregua del bunga bunga la dice lunga sullo stato comatoso in cui versa la nostra amata Italia (e il nostro amato giornalismo).

Forse varrebbe la pena spiegare che cosa sono le Olimpiadi, far rivedere le immagini di Abebe Bikila che correva scalzo in una Roma illuminata delle stelle verso la sua medaglia olimpica. O, ancora, i video di un certo Cassius Clay che venne qui nel 1960 a mostrare la meraviglia della sua boxe al mondo intero. Non facciamo i soliti ignoranti, le Olimpiadi sono storia, la storia del mondo. E se non ci sentiamo in grado di poter fare la storia, perché la cricca si “pappa gli appalti”, allora chiudiamo bottega e andiamo a casa. È triste vivere consapevolmente in serie B, senza avere alcuna possibilità di riscatto. Troppo triste.  

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