Chi strapaga i Ligresti deve lanciare un’Opa

Chi strapaga i Ligresti deve lanciare un’Opa

L’illusione è durata poco. Al dunque, Matteo Arpe e i suoi alleati si sono rivelati più amici del giaguaro che del mercato. L’offerta per subentrare nel controllo Premafin e della partecipata Fondiaria Sai riconosce alla famiglia Ligresti e ai suoi soci una valutazione positiva del patrimonio netto della holding, a dispetto dell’innegabile stato tecnico di dissesto (l’attivo è inferiore ai debiti). Don Salvatore Ligresti ha di che ringraziare: il pallino ritorna nelle sue mani, dopo che per mesi è stato nell’angolo. E infatti è apparso subito ringalluzzito: «Noi valutiamo tutto», ha detto questa mattina. C’è tempo fino all’8 marzo.

Il famoso mercato, invece, ha già detto la sua: Premafin è salita del 37% (vedi grafico), Fondiaria Sai è crollata del 13 per cento. Classica reazione a un’operazione à la  Mediobanca. Del resto un banchiere come Arpe – o un altro come Giorgio Drago, a.d. di Palladio – non è stato allevato invano alla scuola di Enrico Cuccia. Lo stile non è acqua e il marchio della maison è per sempre, anche se oggi i rampolli del vecchio banchiere sembrano giocare alla guerra. Non a caso tanto il piano preparato dall’a.d. di Mediobanca Alberto Nagel quanto quello degli ex Mediobanca Arpe e Drago, si muovono sulla stessa falsariga: ottenere dalla Consob l’esenzione dall’obbligo di Opa.

A dispetto di tutto ciò, gli azionisti di Fondiaria Sai e più in generale i sostenitori del mercato devono comunque essere grati a Sator e a Palladio. Il loro interessamento alla compagnia assicurativa dimostra che non ci sono le condizioni per concedere l’esenzione dall’Opa a cascata a chiunque (Sator, Unipol, altri) subentri ai Ligresti in Premafin e riconosca un valore positivo alla partecipazione che la famiglia detiene nella holding.

È evidente che c’è la fila per comprarsi Premafin: cioè in sostanza una partecipazione in Fon-Sai (36%) gravata da un corposo debito (oltre 300 milioni). Secondo, sia Arpe sia Unipol sono disposti a valutare quel pacchetto a un multiplo del prezzo di mercato: cambiano le acrobazie finanziarie ma non la sostanza. Quel che è più incredibile è che la valutazione del 100% di Premafin fatta da Arpe – nell’ipotesi più favorevole alla famiglia, e al netto della partecipazione minima richiesta all’aumento di capitale – è persino maggiore di quella prevista nel piano studiato da Mediobanca per Unipol (216 milioni contro 200 milioni). Terzo, la riduzione del rischio sovrano sull’Italia ha cambiato la percezione del mercato di Fon-Sai, le cui quotazioni, dal mimimo di 0,6 euro, sono aumentate in un mese. Sator e Palladio hanno rilevato l’8 per cento. Quarto, qualora servisse fare cassa o comunque cedere qualche attivo per non ingessare la concorrenza, i pretendenti non mancano (Cattolica, Axa). Quinto, la proposta di Arpe ha anche il pregio di evidenziare che il salvataggio di Premafin può e deve essere tenuto distinto da quello della compagnia. 

Ci sono invece le condizioni per condurre una operazione di mercato per il salvataggio della Fondiaria Sai. Chi è disposto a mettere i soldi in Premafin, a maggior ragione dovrebbe essere interessato a investire direttamente in Fon-Sai. Eventualmente, la Consob potrà esentare dall’obbligo di Opa chi dovesse controgarantire una quota rilevante dell’aumento da 1,1 miliardi. Può infatti avere un senso, e questa è la ratio della norma, privare tutti gli azionisti del diritto al premio per il passaggio di controllo perché è nell’interesse della collettività che sia agevolmente ripristinata la stabilità di un intermediario finanziario. Per le stesse ragioni, non ha alcun senso esentare dall’Opa su Fon-Sai chi subentra in Premafin riconoscendo un valore positivo all’equity della holding. Non si tratta di scegliere tra salotto e sfidanti: la logica è la stessa. Dopo avere accumulato un pessimo track record su Fondiaria, la Consob dovrebbe trovare il coraggio di respingere l’ennesima distorsione interpretativa della legge sull’Opa. 

Twitter: @lorenzodilena

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