Enrico Letta, l’ultimo rottamato di Renzi

Il presidente del Consiglio si è dimesso

Non ha rinunciato a presiedere un ultimo Consiglio dei ministri. «Vuole lavorare fino all’ultimo minuto utile» raccontano i suoi collaboratori. Il tempo di un saluto allo staff, un ringraziamento sentito a chi ha condiviso con lui gli ultimi 10 mesi a Palazzo Chigi. Subito dopo Enrico Letta è andato verso il Quirinale per dimettersi davanti al Capo dello Stato (alle 13). Sfiduciato dal suo partito, l’ex vicesegretario del Pd alla fine ha deciso di lasciare. Se ne va a testa alta, senza recriminazioni. Non ce n’è bisogno: le responsabilità della crisi sono evidenti. Troppo forte la pressione dello scalpitante Matteo Renzi. Troppo evidenti le conseguenze del voto della Direzione democrat, che ieri ha archiviato per sempre la sua esperienza di governo.

Enrico, classe 1966 – racconta nella sua biografia pubblicata sul sito – «ha alle spalle un percorso umano e formativo all’insegna dell’Europa». Fin da ragazzo: la scuola dell’obbligo la fa a Strasburgo, la laurea la prende a Pisa, città d’origine, in Diritto internazionale. E anche il Dottorato (preso alla Scuola Superiore “S.Anna”) parla di Europa, perché è in Diritto delle Comunità Europee. Non va dimenticato che, all’epoca, era già impegnatissimo nella politica: astro nascente dei nuovi democristiani, che, com’era ovvio, a soli 25 anni lo avevano eletto come Presidente dei Giovani popolari europei. Il “giovane non giovane”, bravo ragazzo studioso e occhialuto che punta in alto. E ci arriva.

Del resto è sveglio, si dà da fare e ha fiuto. Oltre al fatto che conosce Beniamino Andreatta, di cui diventa molto amico. È il suo treno per «le istituzioni» e lui non lo perde. Grazie al leader Dc, da cui eredità la gestione del centro studi Arel, arriva al ministero degli Esteri durante il governo Ciampi, dove è sottosegretario. Poi sempre con Ciampi, nel 1996, arriva al Ministero del Tesoro, come segretario generale per il Comitato per l’euro. È solo l’inizio: il vero trampolino di lancio lo fornisce Massimo D’Alema, nel 1998 che lo fa ministro. Anzi, il ministro più giovane di sempre. Lo ricorda anche lui con orgoglio: Letta «batte Andreotti, ministro a 35 anni». Lui ne aveva solo 32.

Nel 2000, ancora con D’Alema, diventa ministro dell’Industria Commercio e Artigianato. E quando il baffetto cade, Letta galleggia e resta al suo posto. Anzi, Giuliano Amato lo fa ministro del commercio con l’Estero fino al 2001. Il tutto senza essere mai passato per la camera dei Deputati, dove entra per la prima volta nel 2001, per le file della Margherita. Poi Ulivo, Parlamento Europeo e ancora Camera dei deputati, nel 2006, con Prodi presidente. Un periodo d’ombra: il successo al fulmicotone gli ha creato nemici, e all’epoca si è tentato di defenestrarlo. Il recupero è in extremis e in una posizione di prestigio: diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Ruolo che fu e sarà ancora dello zio Gianni.

Finita (male) l’esperienza del governo Prodi, Enrico resta in sella, confluisce nel neonato Pd e addirittura lo vuole conquistare. Nel 2007 si candida alla segreteria, organizza una campagna elettorale “da giovane” (in spiaggia, a torso nudo, tra gli sguardi stupiti dei coetanei) e racimola l’11 percento dei voti. Perde, ma non male. Tanto che nella logica spartitoria da primarie non propriamente competitive, Veltroni, presidente del governo “ombra” lo chiama come responsabile (sempre ombra) del Welfare. Lui ci sta.

Nel 2009 si schiera con Bersani per le primarie del partito. Una scelta vincente che lo porta a conquistare la vice-segreteria unica del Pd, ed è lì ancora. Sempre ai vertici, sempre ecumenico, sempre in grado di dialogare con tutti e guardare alle varie anime della politica e della società. Mai una battaglia a viso aperto, troncare e sopire, per indole ma anche per una precisa strategia. In questo Letta è totalmente cerchiobottista. La sua creatura, VeDrò, il workshop dei 40enni che si tiene ad ogni fine estate in Trentino, è diventato negli anni il trionfo delle larfghe intese bipartisan. I berluscones Paolo Scaroni e Fedele Confalonieri ci sono andati ospiti. Angelino Alfano è uno dei fondatori. Così come si ricordano i suoi duetti per convegni e seminari, dall’Aspen al workshop Ambrosetti in giù, con l’amico-rivale Giulio Tremonti. E ancora. Nel 2011 è al Meeting di Comunione e Liberazione, lui e Maurizio Lupi con cui Letta divide l’esperienza dell’Intergruppo per la sussidiarietà, fanno da apripista al discorso celebrativo di Giorgio Napolitano sui 150 anni dell’Unità di Italia. Nel 2012 (per la gioia dei complottisti) figura negli incontri del Bilderberg a Sankt Moritz (e ha anche partecipato alla Trilaterale). Sempre nel 2012, però, viene accusato da Luigi Lusi di essersi intascato fondi dalla cassa della Margherita. Lui negherà sempre.

Ma è solo nel 2013 che arriva al massimo gradino: la presidenza del Consiglio, forte di un network ormai rodato che spazia dalle grandi banche, al mondo delle controllate pubbliche fino al mondo confindustriale. Oltre che un rapporto privilegiato, fin da quando era sottosegretario con Prodi, con il Colle. Quando i rapporti tra il Quirinale e il prof. bolognese erano ai minimi termini, era proprio Letta jr a ricucire e a fare il pontiere/ambasciatore tra i due palazzi della politica. Una capacità diplomatica riconosciuta unanimemente, che pure non è riuscita salvare il suo esecutivo. Stavolta – di fronte al ciclone Matteo Renzi – neppure il canale preferenziale con la Presidenza della Repubblica ha potuto mettere al riparo il governo Letta.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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