Lite Londra-Buenos Aires sulle Falklands, ma ora quella forte è l’Argentina

Lite Londra-Buenos Aires sulle Falklands, ma ora quella forte è l'Argentina

Trentʼanni dopo la guerra per le isole Falklands contro la Gran Bretagna, tocca oggi allʼArgentina fare la voce grossa. A darle man forte, questa volta, non più solo qualche sparuto aeroplano peruviano: Brasile, Paraguay, Uruguay, Venezuela, Cile, Bolivia, El Salvador e Nicaragua sono tutti schierati compatti dalla stessa parte. Al fianco della presidentessa Kirchner. I rapporti di forza sono mutati: ora è il Sud America la vera Lady di Ferro, nel panorama geopolitico mondiale. E lʼArgentina guida la riscossa.

Tutto (ri)comincia lo scorso dicembre, quando Cristina Fernández Kirchner assume la presidenza del Mercosur (o Mercato Comune del Sud, il patto commerciale stretto da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay), e nel discorso di insediamento ringrazia i presenti per il sostegno offerto al blocco navale argentino nei confronti di imbarcazioni battenti bandiera delle isole Malvinas (le cosiddette Falklands). Poca roba, in fondo. A contare, tuttavia, è il gesto.

Il Primo Ministro inglese Cameron, oltraggiato dalle rinnovate rivendicazioni argentine, ha accusato il paese sudamericano di “atteggiamento colonialista”. Un sommergibile nucleare è stato inviato prontamente agli antipodi ad anticipare lʼarrivo del rampollo reale, il principe William. Nel frattempo, Venezuela, El Salvador, Peru, Bolivia e Nicaragua hanno espresso il loro sostegno alla causa argentina. Perfino il Cile, da dove parte lʼunico aereo settimanale per le remote isole atlantiche, ha aderito al blocco navale. Come se non bastasse, sono state aviate discussioni “a tutti i livelli” per un eventuale blocco aereo sulle isole. Unʼazione drastica, che taglierebbe fuori i keplers (gli abitanti delle Falkland) dal resto del mondo.

Dietro la rinnovata escalation diplomatica, come spesso succede, cʼè il petrolio, ma non solo. Ci sono soprattutto rapporti di forza mutati, e una rinnovata fiducia da parte del Sud America nelle proprie possibilità di crescita. Il petrolio, dunque. A scoperchiare il vaso di Pandora è stata la scoperta di un giacimento petrolifero al largo delle Falklands/Malvinas da parte della compagnia britannica Rockhopper, le cui azioni sono salite del 44% negli ultimi sei mesi. La compagnia ha previsto investimenti per circa 2 miliardi di dollari entro il 2016, allo scopo di estrarre un totale di 500 milioni di barili di greggio. Quale migliore occasione da parte dellʼArgentina per farsi avanti, trentʼanni dopo.

Lo Stato di Cristina Kirchner, tornata al lavoro dopo lʼoperazione alla tiroide, si è rialzato alla grande dopo la bancarotta di dieci anni fa. Lʼeconomia cresce a ritmi compresi tra il 7% e il 10% lʼanno, mentre i tassi di povertà e di disoccupazione diminuiscono progressivamente (rispettivamente 8,3% e 7,2%). Dallʼaltro lato dellʼAtlantico, lʼeconomia inglese è stagnante, mentre politicamente Cameron è sempre più isolato in Europa. Le estrazioni petrolifere nelle acque territoriali inglesi sono calate di un terzo rispetto allʼanno passato (il livello più basso dal 2003), mentre tuttʼintorno i paesi scandinavi aumentano le perforazioni e gli investimenti. Naturale che Sua Maestà si guardi in giro alla ricerca di sbocchi per lʼinvestimento energetico.

Ecco quindi che nel bel mezzo di una forte crisi economica e con il fantasma di una nuova recessione in vista, David Cameron – proprio come fece la Thatcher 30 anni fa – si aggrappa ai lontani scogliuzzi delle Falklands (in questo senso, possono venire in soccorso sia dellʼeconomia che della autostima britannica). In tutti questi anni, intanto, in Sud America si sono alzate le barricate contro la crisi. Il continente continua a crescere e lo fa senza lʼaiuto americano o europeo. A partire dal 2003, lʼArgentina ha chiuso i suoi conti con il Fmi e aumentato le misure protezionistiche contro le importazioni. Dopo il decennio delle privatizzazioni selvagge targate Menem che hanno portato il Paese al collasso nel 2001/2, lo Stato è tornato ad essere il grande protagonista della vita economica del paese dei Kirchner. Lʼexport (soprattutto di materie prime come la soia) è diventato il nuovo credo commerciale, mentre il mercato interno punta punta alla quasi completa autosufficienza.

«Se là fuori cʼè un mondo in crisi, dobbiamo proteggerci affinchè questa crisi non ci contagi», ha detto la nuova segretaria del Commercio Estero Argentino, Beatriz Paglieri. Invece che guardare a Washington o Berlino, la Casa Rosada preferisce guardare ai vicini sudamericani o alla lontana Pechino. Così si stringono i patti commerciali con paesi emergenti e ci si aiuta fra vecchi nemici vicini. Solidaridad latinoamericana, la chiamano: finalmente, dopo anni di dittature e incertezze politiche, il Sud America può fare fronte comune. Nascono la Unasur, o Unión de Naciones Suramericanas, e la Celac, o Comunidade dos Estados Latino-Americanos e Caribeños, che include pressochè tutti meno che Usa e Canada. Parimenti, cresce la volontà di paesi come Argentina, Brasile, Venezuela e Cile di ridimensionare le mire straniere sui ricchi giacimenti del continente.

Da quando la democrazia è tornata in tutto il Sud America e la locomotiva Brasile detta il passo di marcia, sfidare una grande potenza come la Gran Bretagna non appare più così impossibile. Il continente sa di non essere più il “giardino sul retro” della Casa Bianca, ma bussa alla porta e chiede il conto. E ora perfino lʼAmerica si trova spiazzata. Il governo di Barak Obama auspica che Argentina e Regno Unito trovino un accordo attraverso il dialogo bilaterale, ma ha evitato tuttavia di «adottare una posizione ufficiale rispetto alla sovranità» delle isole. Il che è come limitarsi a constatare lʼovvio, evitando di fare compromettere i rapporti diplomatici con chi conta davvero. La Gran Bretagna, certo. Ma oggi soprattutto lʼArgentina, e con essa il continente sud americano intero.