Vent’anni da Louboutin, l’uomo che calzava le donne

Vent’anni da Louboutin, l’uomo che calzava le donne

A 16 anni, Christian Louboutin con un amico e uno zaino in spalla, partì da Parigi per passare tre mesi in India. Non per fumare spinelli o farsi di acidi, ha raccontato in un’intervista “ma per visitare gli studi cinematografici di Bollywood. Ero innamorato pazzo del cinema indiano”. In verità non solo di quello. Conosceva a memoria i film con Montgomery Clift e Cary Grant, adorava dipingere, odiava la scuola “ma ero molto curioso”. Viene in mente una celebre frase che François Truffaut fa dire a Jim nel film Jules et Jim, “L’avvenire è dei curiosi per professione”.

Dieci anni dopo il viaggio indiano, a 26 anni, Louboutin aprì la sua prima boutique di scarpe a rue Jean-Jacques-Rousseau, nel primo arrondissement, nel centro di Parigi. Oggi, il Dio delle scarpe come lo chiamano in America, è proprietario di 46 negozi sparsi in tutto il mondo e festeggia venti anni di attività. In occasione dell’anniversario, il Museo del Design di Londra inaugurerà una mostra in suo onore nel marzo 2012, mentre il 25 ottobre è uscito in Francia un libro con la prefazione dell’attore americano John Malkovich in cui si ripercorre la storia professionale dell’uomo che ha messo milioni di donne ai suoi piedi. Letteralmente. Da Catherine Deneuve a Sarah Jessica Parker, da Christina Aguilera a Dita Von Teese, fino alla delirante protagonista della serie televisiva Gossip girl che diceva per un paio di Louboutin “farei una rapina in una banca”, milioni di donne comprano, desiderano o semplicemente ammirano le sue creazioni.

Nato a Parigi, il 7 gennaio 1964, Christian Louboutin è l’ultimo di tre figli. Dal padre, ebanista, imparò ad amare il lavoro artigianale, ben fatto e curato nei dettagli, dalla madre, tutto il resto, “ancora oggi il mio lavoro si nutre dell’amore e della fiducia che mi donò fino all’ultimo dei suoi giorni”. Si definisce una “patate”, un uomo poco autoritario, “mamma era troppo dolce con me e forse non mi ha insegnato l’arte di combattere” ha spiegato.

Affascinato dal mondo della danza e con una passione per i lustrini e le piume, a 17 anni decide di fare uno stage alle Folies Bergère dove rimase per alcuni mesi. Nei camerini e tra le quinte dello storico night club parigino, scrutava con occhio clinico la bellezza e l’eleganza delle ballerine. Lì capì l’importanza della postura e delle scarpe “giuste per sentirsi sexy”. E iniziò così a disegnare il suo primo paio di scarpe senza sapere che ne poteva fare un vero e proprio mestiere. Una volta archiviata e digerita l’esperienza alle Folies, decise di abbandonare la capitale per trasferirsi a Romans, una cittadina di 30mila anime nel Sud della Francia, in uno studio di un celebre stilista dove apprese la tecnica e i segreti del mestiere. Ma anche questa esperienza ben presto si chiuse. “Troppo convenzionale”, dirà più tardi.

Nel 1998, Louboutin fa il grande incontro. Lavorerà per tre anni con Roger Vivier, “le Picasso de la chaussure”. Un vero gentlemen con cui Louboutin s’intenderà a meraviglia, nonostante la differenza di età e che lo traghetterà fino al giorno più importante: l’apertura del primo negozio. Al quotidiano Le Monde, che in occasione dell’uscita del libro lo ha intervistato, Louboutin ha confessato: “Ho sempre detestato l’idea di dipendere da qualcuno, chiunque fosse stato. Quel passaggio fu fondamentale per la mia vita professionale. Ero contento che le persone cominciavano a ricordare il mio nome”.

Inaugurata la sua “prima bottega”, alla piccola ditta di Christian Louboutin mancava il tratto distintivo. Non si sa se sia una leggenda o la verità ma l’ispirazione per le sue suole color rosso sangue l’avrebbe avuta un giorno grazie alle unghie laccate della sua assistente. “Nella maggior parte dei casi costatavo che c’era una forte discrepanza tra il disegno e il prodotto finale” ha raccontato Louboutin. “I tacchi non erano mai abbastanza sottili, la linea non era sufficientemente arcuata”. Qualcosa non andava e ci volle del tempo, alcuni mesi, per capire dove intervenire. “La mia assistente di allora, Sarah, indossava sempre lo smalto rosso. Un giorno decisi di usarlo per dipingerci le suole. Et voilà, il problema fu risolto”. Si tratta di un gioco ottico, il contrasto tra il rosso delle suole e il colore della scarpa le dona una forma più snella e femminile.

Da allora, quel colpo di genio è diventato il suo marchio di fabbrica, inconfondibile a tal punto che può permettersi il lusso di non pagare per la pubblicità che le star di Hollywood gli fanno gratuitamente indossando un paio di vertiginose Louboutin. La pubblicità, in realtà, non gli manca mai: nel gennaio 2011 ha fatto causa alla ditta Yves Saint Laurent che nell’ultima collezione aveva presentato calzature con… suole color rosso. È cominciato un processo, ancora in corso, in cui Louboutin ha chiesto che quella serie di scarpe venisse ritirata dal mercato. In attesa della sentenza, lui va avanti per la sua strada.

Raramente solo (“amo la solitudine quando non è imposta da altri”), gli piace lavorare come in una piccola bottega: tutti si conoscono e devono rispettarsi, si respira un clima sereno ma “quando devo creare allora mi isolo”. Preferisce disegnare di mattina, si siede al tavolo davanti a una pila di fogli e lavora finché i fogli non sono terminati. Non si considera un perfezionista ma “rigoroso”. “Una scarpa è come la struttura ossea del viso, bisogna disegnarne i contorni. Gli ornamenti, non sono altro che il maquillage”.

I disegni vengono successivamente inviati a una fabbrica nei dintorni di Milano. “Mi piace l’Italia e ci vado spesso”. Ha raccontato di non prenotare quasi mai alberghi quando soggiorna nel nostro Paese “preferisco dormire dentro la mia fabbrica così la mattina mi metto subito a lavoro”. Spartano non solo nella vita, gira per Parigi in vespa, ma anche nel abbigliamento: polo Lacoste, scarpe da ginnastica e Clarks sono la sua divisa giornaliera. E tanta determinazione da saper gestire. Di lui, la sua ex icona, la top model Farida Khelfa ha detto: “Nonostante non abbia frequentato scuole, Christian dirige la sua casa di moda con il piglio di un uomo d’affari. Lavora tanto ma sa quando alleggerire le tensioni. È un vero comandante”. Lui afferma il contrario, “je suis une patate”. Ma nessuno gli crede. 

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