“Altro che televisione, è la rete a dar voce alle donne”

“Altro che televisione, è la rete a dar voce alle donne”

Il corpo delle donne era un tema solo quando governava Berlusconi?
No, assolutamente no. Berlusconi ha amplificato un problema che esiste ed esisterà anche quando se ne sarà andato: è questo che ho sostenuto da sempre. Lui ha ingigantito un problema sociale e mediatico, ha trovato terreno fertile però.

C’è un’anomalia del Paese dietro la rappresentazione distorta e abusata dell’immagine femminile?
Lo dicono i dati. Il Censis ha confrontato il rapporto donne-media in Europa ed è arrivato alla conclusione che quello italiano è un caso unico, vicino forse solo a quello greco. Nessun altro Paese in Europa rappresenta le donne in un modo così abusato e umiliante quanto avviene da noi. Il fatto è che, lo dicono i dati, la questione di genere non riceve attenzione né a destra né a sinistra. Il disinteresse profondo si riflette nei media: qualsiasi offerta mediatica, per quanto umiliante sia per le donne, viene accettata passivamente.

Foto di gruppo: da Carfagna, Brambilla e Minetti a Fornero, Cancellieri e Severini. E l’istantanea della Fornero in lacrime. Cambia l’immagine pubblica della donna?
Di fronte all’immagine di Fornero in lacrime non ho gridato alla meraviglia né sono rimasta scandalizzata: il pianto è umano, appartiene alla donna come all’uomo. Inizialmente il passaggio si sente, tra quelle “in mutande” e quelle “in tailleur”, ma il confronto non va fatto su questo. Il vero problema anche prima non era il reggicalze della Brambilla, era piuttosto l’idea che si facesse carriera con questo. Non chiediamo ai media di dettarci le regole di costume, anzi questo è pericoloso. Nessuno ha mai detto a Marchionne di evitare il pullover in consiglio di amministrazione, ma se una donna facesse altrettanto la scambierebbero forse per una cameriera. La differenza non può e non deve stare nel tailleur, sta semmai nella competenza e nella nostra libertà.

Il 13 febbraio 2011 c’è stata una grande protesta delle donne, da allora il governo Berlusconi si è dimesso. Il tema dell’immagine della donna suscita ancora oggi mobilitazione oppure no?
Anche da questo punto di vista i media non raccontano una parte di realtà, quella che si svolge sul territorio. L’Italia è forse il Paese con il maggior numero di associazioni femminili in Europa, io stessa lavoro moltissimo online ma anche “sul campo”. Dedico metà settimana a dibattiti nelle scuole, incontro i ragazzi per stimolare la loro consapevolezza e metterli in guardia dagli stereotipi. E quello che vedo è un Paese in grande cambiamento. Questo dimostra che se da subito investiamo nell’educazione e nei ragazzi, se proponiamo modelli culturali nuovi, il cambiamento è a portata di mano, bastano dieci anni.

Questa scelta di investire sulla formazione è compatibile con un Paese dove la scuola è associata ai tagli più che agli investimenti?
Sulla scuola chiederemo al governo tecnico di esprimersi. Anche perché in altri Paesi europei l’educazione ai media è una presenza fissa nelle scuole, ed è tanto più necessaria oggi: i più giovani passano sempre più tempo davanti alle immagini. Non si può prescindere dalla media education.

È cambiato qualcosa nella rappresentazione mediatica della donna negli ultimi mesi?
Un cambiamento c’è stato, ma non attraverso il governo, che su questo non si è espresso. Noi donne siamo attive in rete, molte sono giovanissime. Migliaia di ragazzine usano il mail bombing per denunciare campagne pubblicitarie o programmi che ritengono offensivi per la donna.

Un esempio recente?
Le tante proteste arrivate in Rai per aver fatto ricorso, a Sanremo, allo stereotipo della donna oggetto. Soltanto dopo le lettere di indignazione hanno deciso di invitare Geppy Cucciari. Ma sia chiaro, noi chiediamo altro, di più: vogliamo autrici donne e soprattutto chiediamo attenzione per un pubblico che si sta evolvendo. E non ce l’abbiamo con la farfallina di Belen, il problema non è il nudo né la liberazione totale del corpo, anzi. Rivendichiamo la libertà di espressione per le donne. Il problema c’è quando si rinchiude l’universo femminile in una gabbia stereotipata, nel “Mut”, il Modello unico televisivo. Perché scegliere come conduttrice una ragazza che non parla italiano? Non è la bellezza di Ivana Mrazova a infastidirmi, anzi. Ma non parlando italiano è stata fatta apparire come scema, è stata ridotta a una ragazza oggetto su cui la telecamera indugiava mentre lei era incapace di esprimersi.

Quindi il problema non è la nudità.
Assolutamente no. Al bando il moralismo, per la liberazione totale del corpo ci siamo battute. Ma libertà significa esprimere verità, non una gabbia feroce intrisa di moralismo, quel guardare dal buco della serratura che ricorda i b movies anni Settanta. I media devono dare una rappresentazione reale dell’universo femminile, devono raccontare anche la voce di quelle ragazzine che protestano, invece c’è grande trascuratezza.

Quando si parla di immagine della donna e media, il pensiero spesso va alla tv. Eppure anche su autorevoli quotidiani online italiani spesso viene usata l’immagine della donna, quasi fosse il modo più facile per fare share.
È vero, anche su Repubblica, Corriere, Stampa online questo avviene. Non solo le trasmissioni più becere veicolano stereotipi, ma persino i quotidiani autorevoli non ci rispettano. Eppure questo non succede su Le Monde, non accade sul New York Times… In Italia anche i quotidiani dovrebbero farsi carico di una mentalità più attiva, altrimenti a certe scelte editoriali io rispondo non dando il mio click.

Il documentario “Il corpo delle donne” tratto dal saggio di Lorella Zanardo

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